Nebbia sulla ratifica MES, la Ue è isolata

Grande soddisfazione è stata espressa da presidente del consiglio e ministro dell’Economia italiani per la “promozione” della legge di bilancio 2023 da parte della Commissione europea. A dirla tutta, in tale approvazione ci sono anche rilievi critici che verranno ripresi alla prima occasione di verifica, ma chi vuol esser lieto sia.

Ad esempio, il titolare del MEF, Giancarlo Giorgetti, ha fatto ricorso all’immancabile e stucchevole metafora calcistica per rivendicare che “l’Italia gioca in Champions'”, avendo ottenuto il via libera a differenza di altri paesi tra cui Germania e Austria. La premier Giorgia Meloni ha scolpito di essere “particolarmente soddisfatta” per “la valutazione positiva che conferma la bontà del lavoro del governo italiano, sottolinea la solidità della manovra economica e ribadisce la visione di sviluppo e crescita che la orienta”.

In attesa di capire quali saranno, in concreto e nei numeri dell’economia, queste misure orientate a “sviluppo e crescita”, possiamo sorvolare sul fatto che la legge di bilancio è assai poco meloniana, almeno non è della Meloni d’antan che strepitava contro “l’Europa” o prometteva sfracelli di debito in campagna elettorale ma più di quella fiscalmente conservatrice e “draghiana” che ha sinora pagato solo la cambiale di poter avere più agio nei pagamenti (diciamo così), per il suo elettorato di riferimento della piccola borghesia commerciante e artigiana.

Promossi o quasi dall’odiata maestra

All’odiata Bruxelles continua a non piacere il tentativo di deformare la riforma Fornero, che è imposta dalla demografia più che da qualche ideologia aguzzina. Vedremo il dibattito del 2023 sulla “riforma”. Nel frattempo, l’esplosione di spesa pensionistica del prossimo triennio (+58 miliardi) è frenata dalla deindicizzazione parziale per pensioni sino a quattro volte il minimo, che nel percorso parlamentare potrebbe aumentare sino a cinque volte.

La Ue è perplessa su Pos e contante (i.e. sulla lotta all’evasione), e vedremo quali “concessioni” farà il governo di Roma. Per ora, dalla propaganda romana sentiamo solo assurdità come confondere la soglia europea proposta a fini di antiriciclaggio con la lotta all’evasione fiscale, ma transeat. Vedremo i numeri della compliance fiscale, nel prossimo futuro, sapendo che quelli sono uno degli obiettivi da conseguire entro il Recovery Fund. Forse ricorderete che il Pd in campagna elettorale si era già speso quel recupero di evasione.

Sappiamo anche che la Commissione vorrebbe che ci si muovesse nel solco del solito precetto: tassazione dalle persone alle cose. Per un paese con l’evasione fiscale come l’Italia, ciò significa prima recuperare gettito e solo dopo, in caso, intervenire sulle aliquote. Utile tenere a mente che nel Tax Gap relativo alle imposte indirette entra anche la parte di gettito persa per applicazione di aliquote Iva differenti da quella ordinaria del 22%. Allo stesso modo in cui l’Irpef è martoriata dalle tax expenditures usate per comprarsi blocchi di elettorato.

Vorremmo calare un velo pietoso sulle affermazioni di Giuseppe Conte, il fortissimo punto di riferimento della sinistra italiana, che ha definito la manovra di bilancio come “votata all’austerità” affermando anche che “oggi la Troika ha il volto di Meloni e Giorgetti”. Debbo dire che, stante la miseranda condizione del Pd, queste intemerate di cinico populismo e demagogia sono in linea con la strategia contiana di assimilazione della povera preda. Tutto prevedibile, tutto previsto.

La nuova Troika

A proposito di Troika: come saprete, l’Italia è rimasta sola a dover ratificare la riforma del MES, lo spaventapasseri che terrorizza i partiti italiani, soprattutto a destra. Ora, va bene che Meloni si è trasformata in una statista fiscalmente morigerata, ma resta il rischio che i suoi elettori possano alzare il sopracciglio di fronte a cotanta disinvoltura nell’accantonare i sacri e sovrani principi che hanno fatto gonfiare il consenso di Fratelli d’Italia, oltre alle promesse elettorali.

Che fare, quindi? Giancarlo Giorgetti ha risposto ieri in parlamento. Ed è stato costretto a cercarsi nuove motivazioni per prendere tempo, dopo che la precedente (“aspettiamo la corte costituzionale tedesca”) è venuta meno. Giorgetti, richiedendo “adeguato e ampio dibattito in parlamento”, ha quindi definito il MES “una istituzione in crisi e impopolare”, e che deve trasformarsi “da strumento per la protezione dalle crisi del debito sovrano e delle crisi bancarie, in un volano per il finanziamento degli investimenti e per il sostegno” da crisi come quella prodotta dall’invasione russa dell’Ucraina e dallo shock inflazionistico.

Mettiamo alcuni punti di contesto. Il MES esiste e funziona nella sua versione originaria anche se la sua riforma non viene ratificata da tutti i paesi. Una riforma, ricordiamolo, che prevede interventi di backstop al Single Resolution Fund, quello delle crisi bancarie oltre a definire le modalità di concessione di linee di credito precauzionali e rafforzate, previa analisi della sostenibilità del debito pubblico del paese richiedente, svolta da Commissione europea, Bce e dallo stesso ESM, che così si configurano come “nuova Troika”.

Prevista anche l’introduzione di clausole di azione collettiva riguardanti l’intera massa di debito di un paese e non le singole emissioni, per facilitarne la ristrutturazione ed impedire azioni di blocco da parte di alcuni detentori di quel debito (holdout).

Come avrete forse intuito, si tratta di punti alquanto indigesti all’Italia, terrorizzata di dover un giorno affrontare la ristrutturazione del proprio debito pubblico. Da notare che la riforma del MES è stata avviata nel 2018 durante il governo Conte 1 e approvata dal governo Conte 2 ma necessita della ratifica parlamentare.

Il Mes resta, la richiesta italiana di soldi pure

Con l’Italia rimasta unico paese a non ratificare, cosa attendersi? E soprattutto, è vero che il MES è diventato obsoleto? Al momento, lo strumento non pare in cima ai pensieri della Commissione, ma è evidente che i dissesti sovrani accadono. Quindi, se malauguratamente dovesse accadere all’Italia, varrebbero le regole correnti del trattato istitutivo del MES. Non è chiaro cosa ci sia di realmente peggiorativo nella revisione dello strumento, se non il terrore italiano di vedersi scrutinare la sostenibilità del debito, processo che potrebbe trasformarsi in una profezia che si auto-avvera, con panico sui mercati.

Quanto alla presunta “obsolescenza” del MES rispetto all’era di grandi crisi che viviamo, sarebbe utile tenere in considerazione che in questi anni sono stati approvati in Ue interventi di sostegno epocali, tali da portare alla mutualizzazione del debito, come lo stesso Recovery Fund. Non si capisce per quale motivo il MES dovrebbe diventare altro rispetto alla funzione originaria, di gestore delle crisi di debito sovrano, ruolo comunque necessario. E soprattutto, servirebbe tenere bene a mente che, a furia di invocare “volani” per la crescita, alla fine a “volare” sono solo il debito e i piagnistei per non saper gestire i fondi europei.

Cosa attendersi dalla nostra “splendida solitudine” contro la ratifica? Difficile a dirsi ma potrebbe in qualche modo pesare nel negoziato sulla riforma del patto di stabilità. In quel caso, a poco servirebbero i proclami della premier circa la ritrovata presunta “assertività” europea del nostro paese, che semplicemente non è tale se vista fuori da un sistema di alleanze. Le quali alleanze si formano in base a do ut des e convergenze di interessi, non per motivazioni bizzarre del tipo “ma noi siamo paese fondatore della Ue”, oppure “ahò, noi c’avevamo l’Impero dove se magnavano radici giudaico-cristiane”.

Temo quindi che i governi italiani pro tempore dovranno comunque mettere la testa sullo strumento di gestione delle crisi e sul fatto che tale strumento esiste, malgrado la nostra volontà. Se vorranno cambiarlo, dovranno necessariamente trovare alleanze europee, e non limitarsi a dire “c’è grossa crisi, datece li sordi perché noi valiamo”. Voi che ne dite?

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