Il canarino nella miniera degli anni Settanta

L’Occidente sta vivendo una sorta di ritorno al futuro. Agli anni Settanta della grande inflazione e della conseguente stagflazione, per la precisione. Si ha un bel dire che la storia non si ripete e che le condizioni del mercato del lavoro sono molto differenti da quelle di mezzo secolo addietro: la suggestione resta.

Rincorrere l’inflazione

I banchieri centrali, che per lunghi mesi si sono trastullati con il concetto di inflazione transitoria e con la suggestiva teoria del surriscaldamento benefico del mercato del lavoro, per assorbire la disoccupazione degli strati più marginali e deprivati della popolazione, ora si trovano a dover dare quotidiane rassicurazioni di quanto feroce è la loro faccia nella pugna che porterà all’eradicamento del male inflazionistico.

Accade al massimo grado negli Stati Uniti, dove ormai Jerome Powell e colleghi sono impegnati a diffondere il verbo di un whatever it takes di stretta monetaria; accade in misura più lieve in Eurozona, area che passa da una crisi esistenziale all’altra, dove le condizioni di contesto sono differenti, più shock di offerta che di domanda ma timore, anche qui, che la mentalità inflazionistica si insinui negli agenti economici, consumatori e imprese, e finisca col produrre la famigerata spirale prezzi-salari, che costerebbe moltissimo curare. Oltre a dover badare all’elefante italiano nella cristalleria, s’intende.

Una situazione intermedia a queste due accade nel Regno Unito, dove l’inflazione viaggia verso la doppia cifra o l’ha già raggiunta, come indica il dato del Retail Price Index (RPI) di maggio, che ha superato l’11%. Il Regno Unito pare in effetti la realtà più vicina a uno scenario da anni Settanta. Da lunghi anni piagato da una crescita della produttività estremamente debole, di tipo italiano, ora con ulteriori restrizioni auto-inflitte con la Brexit, che hanno rimpicciolito il mercato del lavoro soffocando il canale di immigrazione (a cui ha contribuito anche la pandemia).

Regno Unito, parte la rincorsa salariale

Con un governo in grave difficoltà per le condotte etiche disinvolte del proprio premier e un partito Conservatore in crisi identitaria, lacerato tra i tradizionali cultori dello stato minimo e del taglio delle tasse e quanti puntano anche alla dimensione sociale e a maggior intervento pubblico per sanare i dualismi territoriali.

L’inflazione sta innescando crescenti rivendicazioni salariali, nel settore pubblico e in quello privato. Il maggior sindacato dei lavoratori ferroviari ha proclamato un pacchetto di scioperi che promette di infliggere gravi disagi al paese, anche se una differenza con gli anni Settanta è che ora c’è lo smart working a fare da parziale ammortizzatore del colpo.

Il sistema ferroviario britannico poggia su una rete tornata pubblica dopo una privatizzazione rivelatasi disastrosa e che resta pesantemente sussidiata. Nel 2019-20, ultimo periodo prima della pandemia, i contributi statali rappresentavano il 30% dei ricavi. Dopo quasi 17 miliardi di sterline di fondi di emergenza pandemica, oggi, col traffico ancora di circa un quinto inferiore ai livelli di tre anni addietro, e con un deficit di finanziamento attorno ai 2 miliardi di sterline l’anno, si impone una riflessione.

Rincaro delle tariffe, tagli di costi, soprattutto del personale, recupero di produttività attraverso differente organizzazione aziendale, o più soldi dei contribuenti. I lavoratori nel frattempo, oltre a respingere al mittente ogni ipotesi di uscite, presentano richieste di aumenti salariali del 7%, contro offerte aziendali del 3%. E si va allo scontro.

Nel settore pubblico, la tensione monta anche per docenti e personale sanitario. Il governo punta ad aumenti del 2-3%, che i destinatari considerano irricevibili. La controfferta salirebbe al 5% col vincolo, per le amministrazioni coinvolte, di trovare la differenza attraverso risparmi interni. Che, tradotto, significherebbe blocco del turnover in settori che già soffrono da molto tempo, soprattutto il servizio sanitario, che ha tempi di attesa per prestazioni elettive ormai catastrofici.

Tories in crisi d’identità

Nel frattempo, a completare il quadro, colui che regge la borsa della spesa, cioè il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak, si è detto favorevole a mantenere ai pensionati la generosa regola del triple lock, che indicizza ogni anno gli assegni pensionistici al maggiore tra l’aumento del costo della vita, quello delle retribuzioni e il 2,5%. Il che significa un incremento per quest’anno di circa l’11%.

Fatale che questa decisione scateni polemiche tra i dipendenti pubblici in servizio. Né pare reggere molto la motivazione che il “primo pilastro” previdenziale britannico, la pensione statale, è un’erogazione di pressoché pura sussistenza, con assegni medi annui di 9.000 sterline.

Il problema è che, nel settore pubblico, la dinamica retributiva resta nettamente inferiore a quella privata oltre che pesantemente erosa dall’aumento del costo della vita. I tentativi di creare risparmi a mezzo di blocco del turnover disegnano un futuro italiano per il settore pubblico allargato britannico, con personale sempre più anziano.

uk public sector pay

Nel frattempo la politica, o meglio una vociante ala del partito Conservatore, esige a gran voce che Johnson e Sunak taglino le tasse, magari subito prima delle prossime elezioni. Forse io difetto di fantasia o sono un socialista nemmeno troppo in incognito, ma faccio enorme fatica a vedere le condizioni per una riduzione della pressione fiscale, con questo quadro interno e internazionale.

Ma anche il settore privato britannico inizia a scaldare muscoli e motori per rivendicazioni salariali molto robuste, a recupero dell’inflazione. Ad esempio Rolls Royce, uno dei maggiori produttori manifatturieri britannici con 20.000 dipendenti, si è vista respingere dai sindacati l’offerta di un aumento salariale del 4% associato a 2.000 sterline una tantum, cioè l’approccio che tenta di preservare il potere d’acquisto delle retribuzioni senza innescare la spirale prezzi-salari. Rolls Royce, che trae una parte fondamentale dei propri ricavi dal pagamento in base alle ore volate dai vettori i cui aerei sono equipaggiati con i propri motori, ha attraversato momenti molto difficili durante la pandemia, ed è stata costretta a ricapitalizzare e intervenire sul debito.

Passato e presente italiano

Le criticità e tensioni del settore pubblico britannico sono al contempo un tuffo nel passato e uno nel presente…dell’Italia. Ecco un’ulteriore similitudine tra i due paesi. Riguardo alla dinamica salariale privata, bisognerà osservare se la tendenza andrà verso un modello “tedesco” di erogazioni una tantum e aumenti compatibili con un quadro di inflazione che torna allo status quo ante, oppure se la credibilità delle istituzioni economiche, finanziarie e politiche del paese e il grado di contrapposizione tra capitale e lavoro dirotteranno verso esiti stagflazionistici quali quelli degli anni Settanta, durante i quali impazzava il pansindacalismo scioperante e la distruttiva spirale prezzi-salari.

Sin quando, dopo l'”inverno del malcontento” in cui scioperavano anche i becchini contro il tentativo del governo laburista di spezzare quella spirale, arrivò Margaret Thatcher. Da loro, non da noi, sia chiaro. Il Regno Unito resta il canarino nella miniera europea i cui tunnel potrebbero condurre agli anni Settanta. Corsi e ricorsi. Dopo tutto, anche la Thatcher durante la sua leadership si occupò di miniere.

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