Una scala mobile per le telecom dissanguate

Nelle ultime settimane, due società italiane di telecomunicazioni, Tim e WindTre, hanno comunicato ai propri utenti una variazione delle condizioni contrattuali di tariffa. Si tratta dell’introduzione di una sorta di scala mobile che, a giudizio delle società, non determinerebbe il diritto di recesso. Immediata la reazione di alcune associazioni di consumatori, che hanno scritto a governo, Agcom e Antitrust (Agcm), denunciando la manovra tariffaria.

L’inflazione nei canoni

Ne scrive oggi il Sole con un articolo di Andrea Biondi. La manovra di Tim riguarda il fisso mentre WindTre agisce su fisso e mobile. La data di partenza del nuovo sistema tariffario è il primo gennaio 2024. In dettaglio, riguardo Tim, il canone

Sarà incrementato, con cadenza annuale, in misura percentuale pari all’indice di inflazione (Ipca) rilevato dall’Istat, non tenendo conto di eventuali valori negativi. dello stesso, maggiorato di un coefficiente pari a 3,5 punti percentuali. L’incremento percentuale annuo del canone mensile dell’Offerta, dato dalla somma dell’Ipca e di detto coefficiente di maggiorazione, non potrà complessivamente superare il valore del 10%.

Per non rientrare in queste fattispecie si può recedere entro il 31 marzo 2023. Riguardo a Wind Tre, per i nuovi contratti

Il Cliente prende atto e accetta che, da gennaio 2024, in caso di variazione annua positiva dell’indice nazionale dei prezzi al consumo Foi rilevata da Istat nel mese di ottobre dell’anno precedente, WindTre ha titolo di aumentare il prezzo mensile del Servizio di un importo percentuale pari alla variazione di tale indice o comunque pari almeno al 5% ove tale variazione fosse inferiore a detta percentuale.

Ricavi prosciugati, investimenti elevati

Da cosa deriva questa mossa verso la scala mobile delle tariffe? In essenza, dal fatto che in Italia la concorrenza morde talmente gli operatori che ricavi e flussi di cassa si stanno prosciugando, mentre gli investimenti restano molto impegnativi. Nell’articolo del Sole, che cita l’ultimo Rapporto AssTel (lettura fortemente consigliata), si può leggere che la differenza tra margine operativo lordo e spesa per investimenti (capex) è scesa nel 2021 a 1,1 miliardi di euro, un decimo del valore del 2010.

Anche i ricavi settoriali a valore nominale sono in caduta, essendo passati da 41,9 miliardi del 2010 a 27,9 miliardi nel 2021. Il problema degli operatori telefonici, in giro per il mondo, è che le cosiddette Over The Top (gli operatori di contenuti digitali, tra cui lo streaming), viaggiano gratuitamente sulle spalle delle telecom, con la loro esplosione di dati che l’infrastruttura deve reggere.

In Italia, la situazione è caratterizzata da una tendenza alla compressione delle tariffe per effetto della concorrenza che non accenna ad arrestarsi e rischia di spingere gli operatori verso il dissesto, mentre ad esempio in Europa la media tariffaria nel 2021 era in lieve rialzo, lo 0,6%, contro il -2,7% italiano. Secondo dati Agcom, negli ultimi dieci anni l’Italia ha visto una riduzione dei prezzi delle TLC pari al 33,3%: si tratta del calo maggiore registrato tra i principali paesi europei considerati.

La lettera inviata dalle associazioni di consumatori a governo, Agcom e Antitrust chiede un intervento per evitare rincari ma si mostra anche comprensiva delle esigenze del settore, secondo il Sole che l’ha visionata, spingendosi a suggerire:

[…] la richiesta di contributo economico a carico degli OTT per l’attività svolta sulla rete; la riduzione dell’Iva; l’inserimento delle aziende Tlc tra i soggetti energivori; la realizzazione della rete unica in fibra e la dismissione di quella in rame.

Vittime di un raro successo italiano

Il governo, che sta già tentando di gestire il nodo Tim dopo aver gettato il debito oltre l’ostacolo in campagna elettorale, salvo accorgersi ora che -appunto- nazionalizzare la rete Tim si porterebbe dietro una montagna di debito (oltre alla presenza di Vivendi che giustamente tutela i propri interessi di azionista Tim), ha cercato nelle scorse settimane di approcciare la criticità settoriale: era brevemente girata l’ipotesi di ridurre l’Iva sui servizi telefonici dal 22% ordinario al 10% o addirittura al 5%, con un costo dell’ordine di 500-800 milioni di euro. Ovviamente, il taglio Iva sarebbe stato incamerato dai gestori, mediante rialzo delle tariffe.

Comunque vada, il problema resta: le telecom sono parassitate dagli OTT, e questo non lo scopriamo oggi. Invece, oggi scopriamo che la concorrenza sui prezzi rischia di destabilizzare un intero settore, che sarà fatalmente spinto verso maggiore concentrazione. Il fatto che la sofferenza colpisca l’unico settore in cui un paese malato di corporazioni e ghilde medievali come il nostro è stato sinora all’avanguardia internazionale in termini di competizione, è innegabilmente un triste evento.

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Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

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