In questi giorni il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, è fieramente impegnato a battagliare su Twitter con tutti quelli che esprimono scetticismo per l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale di Tim (già Telecom Italia). Quello che sin qui sappiamo, è che non si tratta di una battaglia a difesa dell’italianità; come molto opportunamente ha twittato il ministro “ma perché, gli italiani la Telecom l’avevano gestita meglio?”. Non ci piove.

di Mario Seminerio – Strade Online

Telecom Italia diventa spagnola. Abituali manifestazioni di sconcerto e preoccupazione pelosa nel discorso pubblico di un paese che ancora non ha realizzato quanto profondo e difficilmente reversibile sia il proprio declino. Un po’ come invocare interventi difensivi perché “non possiamo cedere un’azienda strategica ad un paese in crisi economica quanto e più di noi”. Bizzarre argomentazioni. Forse ora sarebbe prioritario non tanto preoccuparsi delle condizioni dell’acquirente, quanto di quello che siamo riusciti a fare dopo la “privatizzazione” della società, gestita nel più completo spregio di visione strategica di lungo termine e riproducendo logiche perverse di capitalismo da debito e leve societarie che hanno finito col dannare questo paese.

“Mancanza di precedenti giurisprudenziali” in materia, “difficoltà” di individuare un “nesso di causalità giuridica” tra i costi sostenuti e le condotte degli amministratori, “incertezza” sull'”esatta identificazione” dei danni risarcibili. E quindi “incertezza del risultato” a cui si aggiungono “possibili riflessi negativi”, sia “economici” che “reputazionali”, che Telecom
”avrebbe potuto subire a fronte della prolungata attenzione mediatica su fatti del suo passato”.

Sono queste le considerazioni, secondo quanto riportato nell’informativa sul rapporto Deloitte contenuta nella relazione sulla corporate governance di Telecom Italia, che hanno spinto il Cda a non mettere al voto della prossima assemblea del gruppo telefonico un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori in carica quando si sono verificati alcuni scandali (dossier illegali, caso Telecom Italia Sparkle, sim false) che hanno coinvolto il gruppo telefonico.

Accordo raggiunto tra i soci italiani di Telco sull’assetto del nuovo vertice di Telecom Italia, in scadenza con l’assemblea di aprile. L’attuale amministratore delegato, Franco Bernabè, sarà presidente esecutivo del gruppo, Marco Patuano amministratore delegato e Luca Luciani direttore generale. Bernabè, quindi, non lascia ma raddoppia. Bene, e quindi?, vi sentiamo commentare, magari pure in termini meno urbani di questi.

Piccolo infortunio del bravissimo Giancarlo Perna, su il Giornale. In uno dei suoi celebri ritratti, dedicato a Massimo D’Alema, Perna scrive:

La seconda alzata d’ingegno fu avallare la sottrazione della Telecom, che era pubblica, da parte di un avventuroso gruppo privato. La «cordata padana» di Colaninno e soci ci fece su molti soldi rifilando poi l’azienda depauperata a Marco Tronchetti Provera, lo sprovveduto di turno. Il premier D’Alema fu, nella circostanza, così alacre da suscitare l’ironia dell’ex parlamentare di sinistra e noto avvocatone, Guido Rossi, che definì Palazzo Chigi «l’unica merchant bank (banca d’affari, ndr) in cui non si parla inglese»

La sequenza temporale degli eventi non è esattamente questa.