Ungheria, una crisi tra sussidi e repressione

L’inflazione tendenziale ungherese è cresciuta a dicembre del 24,5%, ponendo il paese guidato dal premier Viktor Orban nella non invidiabile condizione di primatista europeo del carovita. La media Ue nello stesso mese era del 10,4%. Il governo ha reagito alle pressioni sui prezzi, che sono anteriori all’invasione russa dell’Ucraina ma sono state da questa esacerbate, con misure eterodosse come il tetto ai prezzi al dettaglio. La conseguenza è stata (chi l’avrebbe mai immaginato?) la penuria di molti beni dal mercato, soprattutto di carburanti e di alcuni alimentari di largo consumo come lo zucchero, visto che gli importatori hanno smesso di comprare articoli la cui vendita generava perdite. A volte studiare il Sudamerica aiuterebbe.

Stop al calmiere

Il governo ha quindi fatto marcia indietro, e la molla dell’inflazione è stata ulteriormente rilasciata. Nel frattempo la banca centrale, per venire incontro alle esigenze di Orban, ha fermato i rialzi dei tassi ufficiali al 13% ma, visto che il fiorino continuava a perdere pesantemente, ha fatto ricorso a una tecnica piuttosto datata ma che mantiene una qualche efficacia: alzare il tasso a brevissimo termine, quello sui depositi a un giorno, al 18%, e farlo così diventare il nuovo tasso-chiave di politica monetaria, anche per raffreddare le speculazioni contro il fiorino, rendendone più costose le vendite allo scoperto.

Il problema non è risolto, malgrado (o forse anche a causa) di una serie di tasse aggiuntive sugli “extraprofitti” di molti settori, per ultimo quello farmaceutico, che finiscono a scaricarsi sui prezzi al dettaglio dei beni. Nel menù anche tagli agli investimenti pubblici. Con importanti elezioni municipali e, soprattutto, europee nel 2024, e un negoziato infinito con la Ue per avere i fondi del PNRR e parte di quelli dei fondi di coesione congelati in conseguenza del contenziosi sullo stato di diritto e la corruzione, Orban cerca di contenere il crescente malcontento ma si trova disarmato negli strumenti, a parte ricorrere alle sue più pulsioni autoritarie.

Gli insegnanti pubblici, che chiedono aumenti di retribuzione medi del 45% ma protestano anche per i carichi di lavoro e il controllo pubblico sempre più stretto, guidano le manifestazioni di malcontento. La risposta del governo, che cerca di contenere l’espansione della spesa pubblica, è stata una stretta al diritto di sciopero, l’adozione di licenziamenti disciplinari per “disobbedienza civile” e lo spostamento del sistema educativo ungherese sotto il controllo del ministero dell’Interno.

Il governo risponde al malcontento anche con le tradizionali accuse alla Ue. Ad esempio, dicendosi pronto a offrire agli insegnanti aumenti medi del 10% ma facendo capire che potrebbero raddoppiare se Bruxelles rilasciasse i fondi bloccati. La conseguenza di questa difficile situazione interna spingerà sempre più Orban a posture antagonistiche e populiste contro la Ue, ad esempio sul tema dell’assistenza all’Ucraina.

Al momento, i conti pubblici ungheresi non sono ancora palesemente disastrati. Nel 2022 il debito pubblico è sceso al 75,3% del Pil contro il 78,6% del 2021. Ma il deficit, alimentato da tetti ai prezzi e altre forme di sussidi, a fine 2022 era il 5,3% del Pil contro la media Ue del 2,7%. Nel frattempo, per contrastare una crisi demografica sempre più evidente, alimentata anche da politiche immigratorie restrittive, l’esecutivo ha lanciato una serie di misure di detassazione “mirata”.

Incentivi fiscali pro natalisti e anti emigrazione

Ad esempio, i giovani sino a 25 anni sono esenti da imposta sui redditi, per contrastare l’emigrazione. Ci si potrebbe chiedere cosa accade alla volontà di lasciare il paese quando i beneficiati compiono 26 anni. Se questa misura vi ricorda una pagina di programma di governo di una coalizione italiana che evaporò quasi subito, avete ottima memoria. Non si inventa nulla, vedete?

In attesa di inevitabili giri di vite sull’aborto (perché questa è la sequenza durante crisi demografiche in paesi nazionalisti, piaccia o meno), il governo ungherese a settembre ha emesso una disposizione che impone alle strutture sanitarie che praticano l’aborto di fare ascoltare alla donna incinta il battito cardiaco del feto, prima della decisione finale.

L’esenzione fiscale per le madri under 30 si somma a quella per le madri di almeno quattro figli e, curiosamente, agli aiuti per l’acquisto di veicoli a sette posti. Orban al momento può contare su una opposizione molto frammentata ma il malcontento monta. In caso, gli restano i brogli elettorali o un giro di vite sulle modalità del voto. Per tutto il resto, c’è il sistema dei media pubblici che lo puntella e la vita resa molto difficile alla stampa indipendente.

Questo è (era?) il modello dei nostri sovranisti, in particolare della gemella dell’attuale presidente del consiglio, oggi impegnatissima a darsi una riverniciata che finirà col dannarla davanti a un elettorato abitualmente credulo.

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Foto tratta dalla pagina Facebook di Viktor Orban

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