Il sobrio Giorgetti e gli allucinati da deficit

Il giorno di San Silvestro, il Sole ha pubblicato una lunga intervista al ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, nella quale l’esponente leghista ha tentato di precisare il proprio pensiero su alcuni grandi temi economici e di finanza pubblica. Anche grazie alla perizia dell’intervistatore, Gianni Trovati, che non è rimasto a reggere il microfono ma ha anche ribattuto ad alcune risposte di Giorgetti non particolarmente solide, abbiamo modo di comprendere qualcosa in più sulla navigazione di questo esecutivo, e sugli scogli di realtà che si troverà a incrociare in corso d’anno, in particolare alla prossima legge di bilancio, che oggi appare distante un’era geologica ma che arriverà presto al pettine.

Psichedelia da deficit

Sul Superbonus, che definisce “allucinazione psichedelica”, Giorgetti ribadisce che la nuova agevolazione del 70% resta tra le più generose d’Europa, e che per il futuro si aiuteranno le famiglie in difficoltà, ma ricorda che gli impatti del provvedimento sul debito persisteranno ancora per alcuni anni.

Sul nuovo patto di stabilità, Giorgetti afferma che l’Italia avrebbe ottenuto che

[…] le spese per la difesa siano considerate un fattore rilevante nella definizione dell’aggiustamento, che ci siano criteri di calcolo più morbidi per altre spese di investimento soprattutto nel periodo 2025-2027 e che il periodo di aggiustamento sia allungato da quattro a sette anni in modo automatico in cambio degli impegni sul PNRR. La sera famosa in cui è stata comunicata l’intesa franco-tedesca era stata preceduta dalle call a tre con l’Italia, e da una serie di incontri in cui io sono andato a Parigi e Berlino ma senza chiamare le telecamere alla fine.

Sulla durata del periodo di aggiustamento, le interpretazioni non sono univoche (diciamo così). Per Giorgetti le nuove regole sono frutto di un compromesso tra le posizioni dei paesi, e di conseguenza tendono a creare insoddisfazione e recriminazioni ma sono migliori di quelle del precedente patto. Qui reitero quanto già scritto: le norme del precedente patto erano del tutto irrealizzabili e come tali non sono mai state applicate, riguardo al debito. Queste sono decisamente più realistiche, e potrebbero fare male a un paese che non riesce a crescere.

Giorgetti inoltre sostiene che un eventuale veto italiano ci avrebbe messo nel ruolo di Capitan Fracassa, che “è parte integrante della tradizione culturale e politica italiana”, e che approvare il MES mettendo il veto sul patto di stabilità non sarebbe stata comunque una grande idea perché avrebbe trasmesso il messaggio che l’Italia non vuole “rispettare i limiti fiscali”. Sarà.

Resta il fatto che il nuovo patto, a giudizio di Giorgetti, è rimasto

[…] troppo ancorato ai risultati dell’analisi preventiva di sostenibilità del debito pubblico, che tempo per tempo offre risultati molto diversi in funzione della situazione congiunturale.

Questo punto è molto importante, a mio giudizio. Torna il tema dell’analisi di sostenibilità del debito, che per gli italiani sarebbe la linea rossa assoluta, e Giorgetti spiega (bene) il perché: troppo legata al momento contingente di sua effettuazione. Che, ove fosse sfavorevole, rischierebbe di scatenare un violento attacco speculativo all’Italia, è il sottinteso ma non troppo.

Extraistituzionale, praticamente golpista

Qui Gianni Trovati replica che anche il MES è basato su una analisi di sostenibilità del debito, quindi non si capisce perché accettare il patto e rigettare il nuovo MES. Giorgetti tenta di spiegarlo:

Attenzione: le due situazioni sono diverse perché un conto è un’analisi condotta dalla Commissione Ue, che si presuppone abbia anche consapevolezza politica, altro conto è affidarla a un organismo per così dire extraistituzionale come il Mes, che come noto non è previsto dai Trattati.

E qui Giorgetti sbaglia. Non esiste alcuna splendida solitudine del tecnocratico MES nella valutazione della sostenibilità del debito, né nella versione che resta in essere né in quella riformata che l’Italia ha affossato. Non ci credete? Leggete qui, sulla seconda:

The assessments on debt sustainability and repayment capacity will be conducted by the European Commission, in liaison with the ECB, and the ESM, on a transparent and predictable basis, while allowing at the same time a sufficient margin of judgement.

Vedete? Niente tecnocrazia legibus soluta che lavora col favore delle tenebre. Scusi, ministro Giorgetti, qui ho un dubbio: lei davvero non conosce il testo della riforma del MES oppure questa è la patetica foglia di fico da dare in pasto all’opinione pubblica? Ah, saperlo. E peraltro, lasciatemelo ribadire, il MES non è un organo tecnocratico perché è retto dal Consiglio dei governatori, che sono i ministri delle Finanze dei paesi dell’euro. Il braccio operativo del MES è il consiglio di amministrazione, dove siedono i direttori generali dei Tesori nazionali. Per l’Italia, attualmente è presente Riccardo Barbieri Hermitte. Di quale cospirazione notturna stiamo parlando?

Altra considerazione politicamente molto rilevante Giorgetti la compie sulla necessità di contenere il deficit e finirla con gli scostamenti:

Sul punto sento spesso delle discussioni surreali, per cui mi chiedo: ma qualcuno ha letto la Costituzione della Repubblica italiana, e in particolare l’articolo 81? A questo riguardo rivendico di aver dato il mio modesto contributo in chiave storica a scrivere in Costituzione il principio dell’equilibrio di bilancio, meno rigido di quello del pareggio tout court. Ma se l’austerità a tutti costi post 2011 era sicuramente sbagliata, non è normale nemmeno l’idea che con la clausola di fuga dal Patto il debito fosse illimitato. Per questo l’ho chiamata «allucinazione psichedelica».

Tutto molto bello, ma forse Giorgetti scorda di far parte di un partito che chiede deficit a ogni stormir di fronde. Quanto all’articolo 81: la sua prima incarnazione, quella redatta dai padri costituenti, non è andata benissimo, vista la storia italiana degli ultimi decenni. Quella attuale è stata scritta con la pistola dei mercati alla tempia, eppure non pare avere acuminata dentatura. Concordo con Giorgetti che non si può vivere di deficit, ma per fortuna io non milito nel partito di Giorgetti.

Il moto perpetuo per stare fermi

Altra risposta da salvare a futura memoria Giorgetti la fornisce sulle coperture della prossima legge di bilancio, quella in cui non si potrà far deficit aggiuntivo (appunto) ma occorrerà trovare una quindicina di miliardi per reiterare la decontribuzione per gli under 35 mila euro annui e tenere in vita il primo modulo della cosiddetta riforma del fisco, con abolizione di una aliquota. Ecco la risposta:

I margini ci sono se l’emorragia del Superbonus si ferma, altrimenti non ci sono. Occorre però tener presente che le leve sono molte, e nella delega fiscale è indicata fra le altre la razionalizzazione delle tax expenditures di cui nel decreto sull’Irpef a tre aliquote c’è un primo assaggio con la franchigia da 260 euro per le detrazioni di chi dichiara più di 50 mila euro lordi all’anno. La riforma fiscale scritta nella delega è complessa e ha dentro molti aspetti, ed è chiaro che andranno attuati anche quelli che sono magari meno sexy sul piano della comunicazione e del consenso politico.

Ve la traduco? Ma sì: per trovare i soldi potremmo dover tagliare tax expenditures (cioè alzare le tasse) ai ricchi kulaki che stanno sopra i 50 mila lordi annui, la soglia dei benestanti italiani (purché non siano autonomi, nel qual caso hanno la flat tax sino a 85 mila euro di ricavi). Quindi, immaginate il moto perpetuo: ogni anno, solo per permettere a chi sta sotto i 35 mila di continuare ad avere lo stesso netto in busta, alzeremmo le tasse a chi sta sopra i 50 mila annui. Sino all’esproprio dei benestanti kulaki. Certamente si tratta di una comunicazione politica assai poco sexy, per dirla col ministro.

E che peraltro mal si concilia con la recente posizione espressa dal suo vice al MEF, Maurizio Leo, che invece sventola il miraggio di un prossimo calo della pressione fiscale proprio su chi ha quel reddito indecentemente elevato:

Siamo partiti dalle fasce medio-basse, ma la prossima tappa riguarderà proprio i redditi più elevati, perché certo non si può pensare che chi ha 50 mila euro lordi di reddito debba subire una tassazione che, comprendendo anche le addizionali regionali e comunali, va ben oltre 50%.

Chi avrà ragione, tra Leo e Giorgetti? Ah, saperlo (di nuovo). Io un’idea temo di avercela.

Però, su quest’ultimo punto, fatemi dire una cosa: sono circa dieci anni che la politica italiana si è inventata gli “aumenti di stipendio” in deficit. Abbiamo iniziato con gli 80 euro di Renzi, poi diventati 100 con Conte. Ora proseguiamo con questa decontribuzione. Questi sono i risultati, quando un paese non cresce. Per i prossimi anni ci troviamo quindi davanti al rischio di fare redistribuzione all’italiana, cioè taglieggiare i redditi “alti” per cercare di tenere sopra la soglia dell’impoverimento quelli bassi e medi. Attenzione al punto di rottura. E buon anno a tutti.


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