Oggi Istat ha pubblicato il consuntivo 2019 dei conti pubblici italiani. La sorpresa positiva è data dal rapporto deficit-Pil, a 1,6% contro il 2,2% del 2018. Il rapporto debito-Pil resta stabile ad un elevato 134,8%. Dietro il numero in apparenza positivo del deficit, e che quindi pare concedere più margini di manovra per affrontare l’emergenza coronavirus, c’è però un “prodotto tipico” italiano.

L’ultima arma di distrazione di massa del governo italiano pro tempore è l’ingaggio di due consulenti economici dall’estero: tal Gunter Pauli, che confesso di non conoscere ma che a naso mi pare un guru di economia circolare in autoconsumo (funghetti inclusi), e la ben più celebre Mariana Mazzucato, economista della University College London e tenace sostenitrice della tesi che vuole lo Stato come motore primo dell’innovazione.

Premessa d’obbligo: l’epidemia di coronavirus oggi in atto nel mondo, mentre si discute su aspetti nominalistici (è già pandemia o no?), cambia radicalmente gli scenari. Soprattutto per l’Italia, il paese sviluppato più fragile sul pianeta, e che potrebbe subire un collasso economico. Ciò premesso, ad oggi da noi abbiamo tre nodi irrisolti di cosiddetta “politica industriale” e l’esecutivo, tra un balbettio e l’altro, punta a soluzioni che erano molto rischiose già prima dell’epidemia.

Intervista “programmatica” ma anche “di principio” di Repubblica ad Emanuele Felice, ordinario di Politica economica all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara, oltre che saggista e storico dell’economia, nuovo responsabile economico del Partito democratico. “Di principio” perché mette in chiaro le chiavi di volta ideologiche di Felice. Focalizzate le quali, di “programmatico” temo resterà pochino, di “operativo” ancor meno. Proviamo a spigolare, quindi.

Questa settimana, con Gianluca Codagnone, proviamo a tratteggiare qualche scenario, più o meno macro, sulle conseguenze che il coronavirus potrebbe avere su mercati finanziari, sulla destabilizzazione (disruption, come dicono quelli bravi) delle catene del valore e più in generale sull’innesco di un processo duraturo di deglobalizzazione. In pratica, il coronavirus come prosecuzione con altri mezzi degli effetti del protezionismo.

Qualche giorno addietro, sul Corriere, è stato pubblicato un commento di Ignazio Angeloni, economista italiano già membro del Single Resolution Board della Bce, che va controcorrente rispetto al senso comune: allungare la durata media dello stock di debito pubblico, per l’Italia, è controproducente e dannoso per le generazioni future di contribuenti.

In Cina, su impulso della banca centrale, i tassi sui finanziamenti continuano a scendere, nel tentativo di puntellare l’economia in attesa che l’incubo coronavirus giunga alla sua fisiologica esaustione. Ma il sostegno monetario alle aziende cinesi si attua anche attraverso una gigantesca rinegoziazione dei debiti, che se è fisiologica quando i tassi scendono, rischia comunque di produrre nuove montagne di sofferenze bancarie che il sistema, cioè lo stato, dovrà ripulire.