Ad ennesima conferma che in campagna elettorale le idee geniali non si limitano a fiorire ma letteralmente esplodono, oggi vi segnaliamo l’exploit del sindaco uscente ed aspirante rientrante di Torino, Piero Fassino, che ha deciso di correre in soccorso dei commercianti e lanciare una rivoluzionaria innovazione fiscale, destinata a mutare la natura di uno dei maggiori tributi locali, per gettito. Resta da capire un piccolo dettaglio, sempre quello. Che poi è la storia di questo paese e della sua classe politica, da tempo immemore.

Dopo che la Corte dei conti ha quantificato ciò che è sotto gli occhi di chiunque, e cioè che la pressione fiscale locale sta schiantando il paese, è il momento di riflessioni, proposte, pensierini della sera, lettere a Babbo Natale. Un imprescindibile contributo al dibattito è oggi fornito in un intervista al Corriere dal sindaco di Torino, Piero Fassino, che è anche presidente dei comuni italiani. Prendete nota, a futura memoria.

Lakeside Capital condivide, giustamente, le considerazioni di Angelo Panebianco sulla posizione obamiana sull’Iran, e critica il riflesso pavloviano dell’arguto “responsabile Esteri” del Pd, Piero Fassino. Ma analoga critica va rivolta a tutti i neocon con lo scolapasta in testa che criticano Obama con le stesse argomentazioni, dimostrando di essere gli eredi naturali di quel “pensiero progressista” che tante devastazioni ha causato al mondo.

Lei pensa a una Conferenza di pace aperta anche ai Talebani?
“Un vecchio aforisma della diplomazia dice che la pace si fa con il nemico, ed è difficile pensare a una Conferenza di pace che non veda sedere intorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti, In modo che questi possano guardarsi negli occhi e decidere insieme come uscire da una situazione così drammatica.” Piero Fassino, l’Unità, 17 marzo 2007

“Certo non si può non denunciare l’efferatezza feroce e spietata dei  taliban, si tratta di un assassinio che indica il dispregio della vita.” Piero Fassino, Ansa, 9 aprile 2007

Scrive Piero Fassino, in una letterina colma di spirito natalizio inviata al Corriere:

Caro Direttore, vi è chi rimprovera ai politici occidentali e italiani (lo hanno fatto sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, Magdi Allam e Angelo Panebianco) una sorta di passività politica e subalternità culturale che impedirebbe di vedere i pericoli gravi insiti nelle manifestazioni che scuotono i Paesi islamici. E si chiede maggiore e più visibile fermezza contro chi assalta ambasciate e chiese, aggredisce occidentali, brucia bandiere di nazioni democratiche.
Ora non vi può essere dubbio sulla condanna netta ed esplicita di ogni violenza, tanto più quando colpiscono istituzioni e simboli del tutto pacifici. Così come netta deve essere la condanna verso chi in Italia brucia bandiere americane o israeliane.
Ma la condanna da sola può non bastare. Serve individuare con quale strategia rispondere.L’ondata di manifestazioni dice quanto profondo sia diventato il solco che divide l’Islam dall’Occidente. Dall’11 settembre — che fu salutato in molte capitali islamiche con manifestazioni di giubilo — ad oggi la situazione si è fatta via via più critica: la guerra in Iraq — comunque la si giudichi — è stata vissuta da gran parte dell’opinione pubblica islamica come una guerra occidentale contro l’Islam. E le vittorie elettorali di Hamas in Palestina, dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ahmadjnejad in Iran hanno reso visibile l’espandersi di consenso all’integralismo. Un diffuso rancore antioccidentale non riconducibile solo più a ristretti gruppi e che va molto al di là della querelle sulla opportunità delle vignette satiriche.
L’Islam però non è un tutto omogeneo e compatto. L’Islam non è solo Al Qaeda; né i Fratelli Musulmani rappresentano la complessità del mondo islamico.

Sul Bestiario di questa settimana, Giampaolo Pansa invita Piero Fassino a risolvere quattro “misteri” relativi al rapporto tra il vertice diessino e Unipol.

Il primo mistero nasce da una domanda che ci siamo fatti in molti e che ‘Il Riformista’ ha esplicitato meglio di tutti. Nella famosa telefonata del luglio 2005, Fassino ha ascoltato Consorte spiegargli di avere già in mano, insieme ai suoi alleati e grazie a patti segreti, il 51 per cento della Bnl e questo prima dell’Opa. Ma in quella data l’Unipol era autorizzata a detenere soltanto il 19 per cento della banca da conquistare. Dunque, Consorte di fatto confessava al segretario dei Ds di aver violato regole e leggi. Fassino l’ha capito o no? E se non l’ha capito, come mai non si è fatto aiutare da qualche esperto di Opa al servizio del Botteghino? Avrebbe subito sentito puzza di bruciato. E, forse, avrebbe mollato Consorte al proprio destino. Invece ha continuato a fare il tifo per l’Unipol. “In un mondo di furbi, io preferisco essere tifoso che cinico”, ha detto Fassino a ‘Repubblica’. Ma tifare per una scalata ‘alla Consorte’ è stata una forma accentuata di autolesionismo che adesso il capo della Quercia sta pagando.

Il segretario dei diesse ha deciso di rispondere “colpo su colpo” a quella che egli considera una vile aggressione politica. E così, ha deciso di sottoporsi ad un autentico tour de force di interviste, in ognuna delle quali riesce a balbettare qualche tassello della sua linea difensiva. Ha iniziato ieri con la fidata Repubblica, intervistato dal “watchdog asimmetrico” Massimo Giannini: