Secondo Stephen Cecchetti, capo economista della Banca dei Regolamenti Internazionali, un buono stimolo fiscale deve essere tempestivo, mirato e temporaneo. La sua dimensione, inoltre, non deve essere troppo esigua, per avere impatto percepibile sulla domanda aggregata, né troppo grande, per non compromettere nel lungo periodo la solvibilità del paese che lo adotta. E proprio sulla base di questi precetti sembrano muoversi le raccomandazioni per il pacchetto di stimolo italiano. In un articolo comparso sul Sole24Ore, Alberto Alesina e Guido Tabellini suggeriscono ad esempio l’introduzione di un sussidio di disoccupazione universalistico, tale cioè da coprire anche i lavoratori atipici.

Se volete avere una illustrazione molto sintetica ed altrettanto efficace dei meccanismi perversi che determinano la lievitazione del costo del personale nelle università italiane, leggete qui.

Se volete avere alcuni suggerimenti operativi sul modo di aumentare le risorse a disposizione degli atenei e della ricerca in generale, reperite il già citato libro di Alesina e Giavazzi, Goodbye Europa. Troverete, tra le altre cose, un breve elenco di ciò di cui necessita l’Europa per uscire dalla propria stagnazione, che è culturale prima che economica. Noi di seguito vi riproduciamo il punto dell’esalogo relativo ad università e ricerca:

Nel 1996 il governo Prodi (ministro del Tesoro era Carlo Azeglio Ciampi) avviò un’imponente azione di riduzione del deficit di bilancio, per rientrare nei parametri di convergenza all’euro previsti dal Trattato di Maastricht. La manovra ebbe successo, e permise al nostro Paese di entrare nella moneta unica. Anche allora, non senza fondamento, la retorica d’ordinanza fu quella emergenziale. Prodi era appena tornato dalla Spagna, dove aveva inutilmente tentato di convincere l’allora primo ministro Aznar a formare un fronte comune per ottenere un differimento dei tempi d’ingresso dei due paesi nell’euro, ottenendone un secco rifiuto. Da quel momento iniziò una disperata corsa contro il tempo, gestita dal governo italiano attraverso aumenti di tassazione e blocco temporaneo di spesa pubblica. Oggi che la mitologia imperante narra di quell’epica come di un momento dirimente della storia patria, e narra altresì della legislatura 2001-2006 come di un momento di lassismo e dissipatezza nella gestione della spesa pubblica, può essere utile leggere quanto scritto da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi nel loro ultimo libro, Goodbye Europa:

Ricordate la contabilità creativa di Tremonti? Le cartolarizzazioni di immobili e crediti di enti pubblici, attuate peraltro in esecuzione di un quadro normativo tracciato nella legislatura 1996-2001? E ricordate gli entusiastici ipse dixit di Fassino e Rutelli all’indirizzo degli editoriali del professor Giavazzi, la scorsa legislatura?

Bene, il professor Giavazzi è tornato, e non fa sconti. Ma abbiamo il legittimo sospetto che la sua voce, oggi, verrà improvvisamente silenziata. Ci preme soprattutto segnalare un passaggio del commento odierno dell’economista, quello riferito al più che probabile scardinamento del sistema previdenziale misto, causato dal trasferimento all’Inps della quota di tfr inoptato, quello dei lavoratori che sceglieranno di non aderire ai fondi pensione integrativi:

L’invito: “Passando sotto casa del nostro amico, rivolgetegli un saluto con qualche colpo di clacson”. Le indicazioni: “Giorno e notte”. L’istigazione: “Ora e per il resto della sua vita”. In calce al manifesto, comparso ieri sotto la pensilina di una fermata dei taxi, indirizzo e numero di telefono del professor Francesco Giavazzi, docente della Bocconi, economista ed editorialista del Corriere della Sera. L’accusa: avere opinioni contrarie al pensare comune dei tassisti. Sedici righe di intimidazioni, accuse, caustica ironia. Per aver staccato il manifesto, dopo averlo letto e giudicato “incivile”, un ignaro passante si è ritrovato sotto una scarica di pugni. Erano passate da poco le otto e mezza di ieri mattina, in piazza Cinque Giornate, pieno centro di Milano. Nello stesso istante, in Comune, si apriva la trattativa tra assessore al Traffico e sindacati per la riforma del servizio taxi.

Nel frattempo, alcuni tassisti pensano bene di “mettere all’indice” il professor Giavazzi: su un foglio appeso alla vetrata del parcheggio taxi di piazza Cinque Giornate la foto del professore e il disegno di una mano con un fiocchetto al dito indice. Leggendo il testo, si svela il significato del simbolo: qualche tassista “se l’è legata al dito”. Ma cosa? “Abbiamo scoperto — dice il manifesto — che l’articolista è sconvolto per il trionfo della categoria dei tassisti”. Segue il riferimento a un libro, Lobby d’Italia, in cui Giavazzi ha esaminato “L’italia dei monopoli, delle corporazioni e dei privilegi. Di giornalisti, farmacisti, professori, banchieri, notai… (in copertina i tassisti non compaiono, ndr). Le storture di un Paese bloccato”. L’accusa, in poche parole, è quella di essere a favore delle liberalizzazioni. Il testo si chiude con una sorta di processo all’intenzione di “voler attaccare la categoria per farci scontrare con il sindaco Moratti”. Finale: si invitano i tassisti a tormentare Giavazzi a colpi di clacson. Il resto potete leggerlo qui.

Sul Corriere di oggi il professor Giavazzi prende decisamente posizione a favore dell’incremento della tassazione sui titoli di stato, ed aggiunge alcune argomentazioni a supporto di tale posizione. Alcune sono condivisibili, altre meno. Vediamole in dettaglio. Scrive Giavazzi:

L’attuale regime fiscale infatti favorisce i ricchi a scapito dei poveri e chi possiede per lo più titoli di Stato, rispetto alle imprese. Il 10% più ricco delle famiglie possiede il 40% di tutte le attività finanziarie; il 10% più povero l’1,2%. Quando lo Stato tassa i cittadini più poveri per pagare gli interessi sul debito pubblico preleva il 23% (l’aliquota minima sui redditi da lavoro) e lo trasferisce per lo più ai ricchi, i quali, sugli interessi che percepiscono, pagano solo il 12,5%.