Intervistato da Il Foglio, il professor Francesco Giavazzi torna sul concetto di moltiplicatore, oltre che sul differente impatto sul livello di attività esercitato da tagli di spese rispetto a aumenti di imposte. Nulla di inedito, ma alcune imprecisioni e la reiterazione di quelli che ormai appaiono dei luoghi comuni, anche piuttosto logori.

Nell’editoriale comparso oggi sul Corriere, Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina tornano sull’eccesso di pressione fiscale che caratterizza le manovre italiane, ed offrono alternative di intervento. Ma le ricette, vista la portata “esistenziale”, sembrano ignorare che neppure una onnipotente tirannide in assoluta assenza di opposizione sarebbe riuscita a cambiare il volto del paese secondo le modalità auspicate dai due economisti. E questa resta la principale debolezza argomentativa dei due accademici, da sempre.

L’ultimo editoriale di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, dedicato alla ristrutturazione del welfare sanitario, suggerisce una riduzione della “partita di giro” in base a cui “il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com’è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione”. E’ tutto condivisibile, ma nei numeri a sostegno della tesi c’è una evidente forzatura.

Sia lode al bravissimo Marco Valerio Lo Prete, che ha recuperato questi pregevoli ipse dixit di Francesco Giavazzi. Ora, è vero che, come diceva Keynes (e non solo lui), “quando i fatti cambiano, io cambio idea”, ma è che proprio non riusciamo ad individuare cosa è realmente cambiato negli ultimi sette mesi, per giustificare questa revisione della postura giavazziana. O forse sì, qualcosa è cambiato. Dalle parti di Palazzo Chigi. Ma sforziamoci di non essere troppo maliziosi.

Essendosi forse resi conto di aver entusiasmato le italiche folle, già così inclini a portare in trionfo l’Islanda allieva del FMI o la mega inflazione argentina, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi tornano sulla loro “rivoluzionaria” proposta di combattere l’evasione fiscale con il celeberrimo “contrasto d’interessi”, la possibilità per il compratore di beni e servizi di detrarre dalle imposte il valore della prestazione.

Ma la politica lo lascia sdentato, oltre che inascoltato. Come scrive oggi Francesco Giavazzi sul Corriere, assieme a tanti altri dati molto interessanti, che confermano che siamo un paese che ha capito assai poco del mondo e dell’economia,

Il presidente della Repubblica lamenta il ritardo nella nomina del ministro per lo Sviluppo. Mi dispiace contraddirlo. Abbiamo già un ministro per lo Sviluppo e la crescita: si chiama Antonio Catricalà, il presidente dell’Antitrust. Anziché rischiare un ministro che si inventi una nuova «politica industriale», meglio tradurre in leggi e regolamenti le segnalazioni che l’Antitrust invia a governo e Parlamento e che ormai nessuno nemmeno più legge. Che fine ha fatto il disegno di legge sulla concorrenza (benzina, commercio, farmaci, appalti) che il governo ha promesso?

Già, che fine avrà mai fatto quel disegno di legge? Forse attendiamo anche quello per “la prossima settimana”?

Sul Corriere, editoriale del professor Francesco Giavazzi sulla tragedia greca. Un’analisi snella ed efficace, che centra senza troppi giri di parole il punto. Se non c’è crescita, prima o poi i debitori saltano:

«Il vero problema della Grecia non è il debito, ma la mancanza di crescita. Se l’economia non riprende, per stabilizzare il debito serve una correzione dei conti pubblici enorme: circa 14 punti di Pil, al di là di ciò che qualunque governo possa fare. Se invece la Grecia crescesse al 3%, l’aggiustamento necessario sarebbe severo, ma non impossibile: circa 6 punti»