Government Motors e i tesoretti della Bad Company

Mentre si discute della apparentemente prossima stabilizzazione della congiuntura americana, almeno per il terzo trimestre, grazie anche al travolgente successo del programma di rottamazione auto “cash for clunkers” (che in realtà “prende a prestito” domanda dal futuro, e crea condizioni di dipendenza strutturale del settore dai sussidi pubblici, come ben sappiamo noi europei), giunge la notizia che General Motors riceverà un prezioso dono dal suo nuovo azionista di controllo, il governo degli Stati Uniti. Alla nuova GM, quella che emergerà dalla procedura di Chapter 11, sarà infatti consentito di utilizzare i crediti d’imposta derivanti dal “tax-loss carry forward”, cioè dal riporto a nuovo delle perdite a compensazione degli utili futuri, fino a 20 esercizi successivi. L’entità di questo dono è pari a 16 miliardi di dollari.

In condizioni normali, le perdite non sopravvivono alla procedura di bankruptcy: esiste, infatti, una sezione del tax code specificamente disegnata per impedire che aziende sane ne acquistino altre decotte al solo scopo di costituire uno schermo d’imposta a protezione dei propri utili futuri. Tale norma prevede che le imprese che cambiano proprietà a seguito di riorganizzazione non possano fruire delle perdite accumulate dalla vecchia società. Questo è esattamente il caso di GM, a maggior ragione perché la riorganizzazione del carmaker è avvenuta attraverso il ricorso all’articolo 363 del Bankruptcy Code, che crea una bad company ed attenua significativamente il processo di protezione dei creditori. Ma la differenza tra una procedura “normale” e quella di GM la fa il nuovo proprietario di quest’ultima, il governo federale.

Secondo alcuni osservatori la procedura non sarebbe realmente rilevante, perché il governo possiede il 60 per cento della nuova società e l’imposizione su futuri utili non schermati si risolverebbe in una partita di giro. Ma questo ragionamento omette di considerare che la concessione accresce il valore economico della società, destinando i benefici anche al restante 40 per cento di azionariato. E in tale azionariato di “minoranza” è presente, con il 17,5 per cento, il fondo sanitario dei pensionati del potente sindacato United Auto Workers. L’aumento di cassa di cui GM fruirà a seguito dello schermo fiscale permetterà all’azienda di disporre di munizioni impiegabili sia per beneficiare i pensionati del sindacato (che sono pur sempre elettori), che per distorcere la concorrenza a danno di altri costruttori automobilistici.

Business as usual: mentre in passato General Motors agiva per interposto lobbying, oggi quella finzione è caduta. Saremo naïf e moralisti, ma ogni volta che leggiamo di queste pratiche riusciamo ancora a stupirci ed indignarci. E sì che noi italiani una certa esperienza in materia dovremmo averla.