John Thain, boss di Merrill Lynch, per suggellare gli ottimi risultati della sua azienda quest’anno (un rosso di 11 miliardi di dollari) ha chiesto al consiglio di amministrazione di autorizzare per lui un bonus da 10 milioni di dollari. Il board resiste. Noi, come anche Andrew Cuomo, vorremmo vedere la formula che determina il bonus in relazione ai risultati aziendali. Ma Thain precisa che il premio andrebbe pagato per ricompensarlo della rapidità con cui ha gettato Merrill nelle braccia di Bank of America, impedendo un nuovo caso Lehman. Un eroe, altro che i pompieri dell’11 settembre.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Mentre General Motors e gli altri costruttori automobilistici statunitensi continuano a bruciare liquidità a ritmi infernali, il dibattito sul salvataggio dell’industria si polarizza sempre più. Da un lato, i sostenitori di un intervento pubblico che impedisca la distruzione di alcuni milioni di posti di lavoro, diretti e indotti; dall’altro i critici di un modello di business, quello di General Motors, basato da sempre su poderose relazioni lobbystiche che suppliscono alla scarsa comprensione delle dinamiche competitive globali. Nel mezzo, i costruttori europei, che temono non solo e non tanto un effetto di spiazzamento delle proprie produzioni causato dal soccorso pubblico americano, ma anche l’inizio di una corsa alla protezione dei campioni nazionali dell’auto, da cui tutti usciremmo perdenti.

La richiesta di amministrazione controllata (negli Stati Uniti la procedura si chiama Chapter 11) da parte di Delphi, il fornitore di componentistica nato nel 1999 dallo spin-off di General Motors, ha avviato un dibattito tra economisti e politici su squilibri e rischi del sistema-paese Stati Uniti. Secondo i pessimisti, il 2005 segna l’inizio dell’era dell’allontanamento dei flussi finanziari internazionali dalle attività denominate in dollari. Nell’anno in cui la Cina ha iniziato la tanto attesa (e temuta) Lunga Marcia verso la rivalutazione della propria valuta, sarebbe stato razionale attendersi che gli investitori internazionali si tenessero alla larga dalle attività espresse in dollari. Il riscontro è contraddittorio: mentre il dollaro ha retto molto bene, giungendo addirittura ad apprezzarsi, non altrettanto si può dire per azioni ed obbligazioni statunitensi.

Il 12 agosto l’Istat ha reso noto il dato sulla variazione dell’indice dei prezzi al consumo nel mese di luglio. L’incremento registrato, riferito all’indice nazionale per l’intera collettività, comprensivo dei tabacchi, è stato pari allo 0.4 per cento mensile, mentre su base tendenziale annua (cioè rispetto allo stesso mese dello scorso anno) il costo della vita è aumentato del 2.1 per cento. Questo dato è stato reso noto all’indomani della pubblicazione, sempre da parte dell’Istat, di quello sulla variazione del prodotto interno lordo nel secondo trimestre, che ha visto un incremento dello 0.7 per cento sul trimestre precedente. Non commentiamo il dato sul pil, nel senso che non intendiamo unirci al coro di trionfalismi provenienti dalle fila della maggioranza. Le statistiche macroeconomiche dovrebbero essere sottratte per legge ai commenti politici, tali e tante sono le scemenze che si possono leggere ed ascoltare al riguardo. Questo rimbalzo è frutto della ripresa manifatturiera continentale, legata principalmente al precedente deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro, null’altro. Sul piano metodologico, poi, pur considerando che il dato è ottenuto attraverso destagionalizzazione e correzione per il numero di giorni lavorati nel trimestre, non si può mai escludere a priori una qualche distorsione indotta proprio dal trattamento delle informazioni. Attendiamo il dato definitivo del 9 settembre. Ma ci corre l’obbligo di segnalare l’ennesima impresa de l’Unità.

L’Unità si lancia in una desolata e desolante lamentazione perché qualche cattivone di hacker avrebbe alterato i risultati di un proprio sondaggio online sul “pacchetto Pisanu” antiterrorismo. I risultati sono stati sovvertiti, facendo balzare al primo posto quelli che il giornale di Padellaro definisce i “paladini del law&order in salsa padana”. Analoga pernacchia fu subita nel sondaggio di alcune settimane fa sul candidato premier dell’Unione, con Romano Quisling Prodi scalzato da altro, assai temibile, concorrente. Però, è bizzarro: quando gli hacker attaccano i siti aziendali od istituzionali, sono degli eroi; quando fanno un’innocente sberleffo alla versione online del quotidiano fondato da Antonio Gramsci diventano dei pendagli da forca. Con tanto di minaccia tecnologica finale:

Rick WagonerViviamo in un mondo interconnesso e globalizzato: dietro questa reiterata banalità, si celano interdipendenze inimmaginabili. Ad esempio, che c’entra General Motors con il sistema sanitario statunitense? Perché i conti del carmaker di Detroit sono sempre in affanno, mentre quelli di Toyota brillano, trimestre dopo trimestre, pur in un contesto competitivo globale fortemente avverso? Il tradizionale kaizen nipponico ed altre amenità c’entrano assai poco, soprattutto ove si consideri che Toyota ha impianti di assemblaggio negli Stati Uniti, con manodopera locale. Eppure, i crescenti costi di mantenimento dell’healthcare stanno progressivamente destabilizzando il sistema aziendale americano, e costringeranno, prima o poi, Congresso e Amministrazione Bush ad assumere iniziative correttive.