(Questo è un post apparentemente e fintamente tecnico. In realtà è un post essenzialmente filosofico, che punta a mostrare quanto possa essere vendicativa l’economia, verso chi finge di ignorarne le “leggi”)

Prosegue la strana vicenda della Abenomics, il tentativo, da parte del premier giapponese Shinzo Abe, ti dare una scossa all’economia giapponese, e farla uscire definitivamente dalla deflazione che la attanaglia da molti anni. Quello che sta emergendo sempre più chiaramente, col trascorrere del tempo, è che la Abenomics rischia di essere l’ultimo chiodo alla bara del paese, oltre che (soprattutto) un gioco di puro illusionismo, e neppure di qualità particolarmente eccelsa.

Pare che il sole picchi forte anche nel paese del Sol Levante, in questo periodo dell’anno. Come commentare altrimenti la “proposta” di uno dei consiglieri economici del premier Shinzo Abe, che suggerisce di contrastare il previsto aumento dell’Iva con un corrispondente aumento di spesa pubblica? In alternativa alla spesa, si richiede che la banca centrale giapponesi intensifichi il suo già folle passo di acquisto di debito pubblico. Che poi, a ben vedere non è una alternativa ma sempre lo stesso corso d’azione, come vedremo tra poco. Abbiamo il crescente sospetto che tutta questa vicenda non finirà bene.

Oggi in Giappone sono stati pubblicati alcuni dati macroeconomici piuttosto deboli. Nello specifico, il preliminare di giugno della produzione industriale, che segna un calo mensile del 3,3% a fronte di attese per una flessione dell’1,5%, e (all’interno di questo) la produzione di veicoli, in calo mensile del 9,5%. Inoltre, in giugno, la variazione annuale della spesa delle famiglie è in calo dello 0,4%, a fronte di attese per una crescita dell’1,4%. La doverosa premessa è che un dato non fa una tendenza, ma ci sono comunque alcune riflessioni da compiere, relative alle ricadute globali della mitologica abenomics.

Nuova giornata nera per l’indice azionario giapponese Nikkei, che oggi perde il 5,15 per cento, ed entra ufficialmente (per quello che può valere) in territorio di “correzione”, che il pragmatismo anglosassone identifica convenzionalmente con ribassi di almeno il 10 per cento e di meno del 20 per cento, che segna invece il territorio ribassista. Ovviamente, ciò non significa che il mercato non possa tornare a salire, forse già da domani, per i motivi più vari, alcuni dei quali del tutto privi di fondamento. Significa però che il problema, purtroppo per il governo giapponese, è che vi è una elevata probabilità che siamo già entrati nella fase in cui la volatilità si impossessa del giocattolo, sino a distruggerlo.

Corre l’obbligo di segnalare l’ennesimo saggio (chiamarli post sarebbe riduttivo al limite dell’insulto) di Edward Hugh sul Giappone ed il suo male più o meno oscuro, ormai entrato nel terzo decennio. Perché è importante essere consapevoli che la dimensione demografica di una economia è decisiva anche ai fini della prognosi. Un elemento troppo spesso ignorato, soprattutto da noi italiani, che abbiamo nella demografia un elemento che ci gioca pesantemente contro.

Dopo l’annuncio della nuova ed aggressiva politica monetaria giapponese, che pare stia già esercitando qualche effetto in giro per il mondo, è il momento di interrogarsi su eventuali effetti collaterali di tale easing quantitativo sul paese del Sol Levante. Ad esempio, che accadrà all’imponente debito pubblico giapponese, la cui consistenza lorda è pari al 250 per cento del Pil, in caso la Bank of Japan dovesse avere successo nel portare l’inflazione al 2 per cento. Che accadrebbe, in quel caso, al debito pubblico giapponese?