Oggi in Giappone sono stati pubblicati alcuni dati macroeconomici piuttosto deboli. Nello specifico, il preliminare di giugno della produzione industriale, che segna un calo mensile del 3,3% a fronte di attese per una flessione dell’1,5%, e (all’interno di questo) la produzione di veicoli, in calo mensile del 9,5%. Inoltre, in giugno, la variazione annuale della spesa delle famiglie è in calo dello 0,4%, a fronte di attese per una crescita dell’1,4%. La doverosa premessa è che un dato non fa una tendenza, ma ci sono comunque alcune riflessioni da compiere, relative alle ricadute globali della mitologica abenomics.

Nuova giornata nera per l’indice azionario giapponese Nikkei, che oggi perde il 5,15 per cento, ed entra ufficialmente (per quello che può valere) in territorio di “correzione”, che il pragmatismo anglosassone identifica convenzionalmente con ribassi di almeno il 10 per cento e di meno del 20 per cento, che segna invece il territorio ribassista. Ovviamente, ciò non significa che il mercato non possa tornare a salire, forse già da domani, per i motivi più vari, alcuni dei quali del tutto privi di fondamento. Significa però che il problema, purtroppo per il governo giapponese, è che vi è una elevata probabilità che siamo già entrati nella fase in cui la volatilità si impossessa del giocattolo, sino a distruggerlo.

Corre l’obbligo di segnalare l’ennesimo saggio (chiamarli post sarebbe riduttivo al limite dell’insulto) di Edward Hugh sul Giappone ed il suo male più o meno oscuro, ormai entrato nel terzo decennio. Perché è importante essere consapevoli che la dimensione demografica di una economia è decisiva anche ai fini della prognosi. Un elemento troppo spesso ignorato, soprattutto da noi italiani, che abbiamo nella demografia un elemento che ci gioca pesantemente contro.

Dopo l’annuncio della nuova ed aggressiva politica monetaria giapponese, che pare stia già esercitando qualche effetto in giro per il mondo, è il momento di interrogarsi su eventuali effetti collaterali di tale easing quantitativo sul paese del Sol Levante. Ad esempio, che accadrà all’imponente debito pubblico giapponese, la cui consistenza lorda è pari al 250 per cento del Pil, in caso la Bank of Japan dovesse avere successo nel portare l’inflazione al 2 per cento. Che accadrebbe, in quel caso, al debito pubblico giapponese?

L’economia giapponese è in grave e crescente affanno. Il Pil è tornato in rallentamento, dopo la botta “keynesiana” successiva alla ricostruzione post-terremoto. La domanda interna resta molto debole e lo yen troppo forte per permettere al paese di usare l’export come motore di ripresa. Cose che in generale accadono, quando i maggiori paesi e regioni economiche del pianeta si trovano nelle stesse identiche condizioni e pensano di usare le stesse leve per trarsi d’impaccio. Ma in Giappone c’è di più e di peggio.

Il governo giapponese ha innalzato la valutazione dell’incidente al reattore nucleare Daiichi di Fukushima al livello più elevato su una scala internazionale di sette, equivalente al disastro di Chernobyl del 1986. Il regolatore nucleare giapponese ha dichiarato di avere innalzato di due livelli la valutazione sulla scala dell’Agenzia Atomica Internazionale per riflettere il potenziale impatto delle continue fuoriuscite di radiazioni sulla salute umana e sull’ambiente. Tra Fukushima e Chernobyl vi sono evidentemente differenze ed analogie, e non intendiamo impiccarci alle scale parametrali della IAEA, ma alcune considerazioni si possono comunque trarre.

Ecco una notiziola per i nostri blogger destri, che in questi giorni sono impegnati a fremere di sdegno per i toni apocalittici utilizzati da Repubblica (fosse la sola, in questo paese) sul terremoto giapponese. Perché buttarla in politica da cortile domestico resta l’attività prioritaria della classe verbale italiana, ad ogni livello.