L’economia giapponese è in grave e crescente affanno. Il Pil è tornato in rallentamento, dopo la botta “keynesiana” successiva alla ricostruzione post-terremoto. La domanda interna resta molto debole e lo yen troppo forte per permettere al paese di usare l’export come motore di ripresa. Cose che in generale accadono, quando i maggiori paesi e regioni economiche del pianeta si trovano nelle stesse identiche condizioni e pensano di usare le stesse leve per trarsi d’impaccio. Ma in Giappone c’è di più e di peggio.

Il governo giapponese ha innalzato la valutazione dell’incidente al reattore nucleare Daiichi di Fukushima al livello più elevato su una scala internazionale di sette, equivalente al disastro di Chernobyl del 1986. Il regolatore nucleare giapponese ha dichiarato di avere innalzato di due livelli la valutazione sulla scala dell’Agenzia Atomica Internazionale per riflettere il potenziale impatto delle continue fuoriuscite di radiazioni sulla salute umana e sull’ambiente. Tra Fukushima e Chernobyl vi sono evidentemente differenze ed analogie, e non intendiamo impiccarci alle scale parametrali della IAEA, ma alcune considerazioni si possono comunque trarre.

Ecco una notiziola per i nostri blogger destri, che in questi giorni sono impegnati a fremere di sdegno per i toni apocalittici utilizzati da Repubblica (fosse la sola, in questo paese) sul terremoto giapponese. Perché buttarla in politica da cortile domestico resta l’attività prioritaria della classe verbale italiana, ad ogni livello.

Chi lavora sui mercati finanziari viene periodicamente a contatto con grafici che tentano di illustrare, spesso con sapienti adattamenti di scala, la ripetizione di alcuni eventi e tendenze già verificatisi nel passato. Già a metà degli anni Novanta (questa è una rimembranza del vostro titolare), ogni volta che gli indici americani correggevano, ecco spuntare l’immancabile grafico di sovrapposizione tra il Dow (o lo Standard & Poor’s) e l’indice giapponese Nikkei, che sembravano realmente avere la stessa faccia, suscitando sottili brividi di inquietudine in gestori e trader.

La Bank of Japan lancia la sua ultima (ma solo in ordine cronologico) versione dell’easing quantitativo, quello che ormai gli addetti ai lavori chiamano con l’acronimo LSAP (Large Scale Asset Purchases, acquisti di attivi su vasta scala). Il tasso-chiave di politica monetaria, fino a ieri allo 0,1 per cento, scende in un corridoio “compreso tra zero e 0,1 per cento”, ma soprattutto, la banca centrale giapponese lancia un fondo di monetizzazione, col quale comprerà almeno 5000 miliardi di yen (60 miliardi di dollari) praticamente di ogni tipo di asset giapponese: titoli di stato, cartolarizzazioni, fondi immobiliari, persino Etf. A breve, immaginiamo, anche Playstation e tostapane, funzionanti e non.

E così, alla fine la Bank of Japan ha capitolato, intervenendo sul mercato dei cambi e vendendo yen contro dollari. Operazione futile se non supportata da altre banche centrali, e fors’anche in quel caso. Le origini della vicenda sono note: lo yen si apprezza, rendendo sempre più dura la vita degli esportatori giapponesi, oltre ad esacerbare la perniciosa deflazione che attanaglia il paese da molti anni.