Chi lavora sui mercati finanziari viene periodicamente a contatto con grafici che tentano di illustrare, spesso con sapienti adattamenti di scala, la ripetizione di alcuni eventi e tendenze già verificatisi nel passato. Già a metà degli anni Novanta (questa è una rimembranza del vostro titolare), ogni volta che gli indici americani correggevano, ecco spuntare l’immancabile grafico di sovrapposizione tra il Dow (o lo Standard & Poor’s) e l’indice giapponese Nikkei, che sembravano realmente avere la stessa faccia, suscitando sottili brividi di inquietudine in gestori e trader.

La Bank of Japan lancia la sua ultima (ma solo in ordine cronologico) versione dell’easing quantitativo, quello che ormai gli addetti ai lavori chiamano con l’acronimo LSAP (Large Scale Asset Purchases, acquisti di attivi su vasta scala). Il tasso-chiave di politica monetaria, fino a ieri allo 0,1 per cento, scende in un corridoio “compreso tra zero e 0,1 per cento”, ma soprattutto, la banca centrale giapponese lancia un fondo di monetizzazione, col quale comprerà almeno 5000 miliardi di yen (60 miliardi di dollari) praticamente di ogni tipo di asset giapponese: titoli di stato, cartolarizzazioni, fondi immobiliari, persino Etf. A breve, immaginiamo, anche Playstation e tostapane, funzionanti e non.

E così, alla fine la Bank of Japan ha capitolato, intervenendo sul mercato dei cambi e vendendo yen contro dollari. Operazione futile se non supportata da altre banche centrali, e fors’anche in quel caso. Le origini della vicenda sono note: lo yen si apprezza, rendendo sempre più dura la vita degli esportatori giapponesi, oltre ad esacerbare la perniciosa deflazione che attanaglia il paese da molti anni.

Per molto tempo gli investitori si sono indebitati ed hanno venduto massicciamente lo yen giapponese, utilizzando il ricavato per acquisire asset ad alto rendimento. Questa strategia, denominata “carry trade”, ha prodotto elevati ritorni fin quando la crisi economica non ha sconvolto le scommesse degli investitori, spingendoli a ricomprare lo yen e chiudere le posizioni.

Con l’eccezione di un breve periodo di opposizione, nel 1990, il Partito Liberal Democratico (LDP) ha governato il Giappone negli ultimi 50 anni. Ora il Partito Democratico del Giappone (DPJ) ha ottenuto, il 30 agosto, una vittoria schiacciante nelle elezioni per il parlamento giapponese, ed oggi il parlamento ha eletto nuovo premier Yukio Hatoyama. Se un tale sconvolgimento politico si fosse verificato in qualunque altro paese, avrebbe attirato enorme interesse, sia in patria e all’estero. Invece, la reazione dei mercati finanziari giapponesi a questo storico cambiamento è stata pressoché nulla.