Il bluff giapponese prosegue

Pubblicati i dati del Pil giapponese nel terzo trimestre solare. Per gli standard europei sarebbe un gran bel numero, e lo è certamente se raffrontato alla stima di crescita potenziale del Pil giapponese, ma sotto la superficie si notano alcuni “dettagli” non esattamente confortanti.

La crescita annualizzata è dell’1,9%, che resta un lusso se comparata a quella potenziale, che la Bank of Japan stima ad uno striminzito 0,5%. Ma è soprattutto la scomposizione di tale crescita a non apparire esaltante, pur con il caveat di buonsenso che invita a non prendere un singolo dato come espressivo di una tendenza. Se osserviamo i contributi alla crescita trimestrale, che è stata dello 0,5%, osserviamo che quello della spesa delle famiglie è stato pari a zero, così come quello dell’investimento privato non residenziale; quello della spesa corrente pubblica è pari allo 0,1% , quello degli investimenti pubblici è di ben lo 0,4%, e quello delle scorte private è dello 0,4%.

Quindi, in estrema sintesi, sul dato ha influito molto lo stimolo pubblico (investimenti in infrastrutture), mentre non è chiaro se l’accumulo di scorte è di tipo involontario (nel qual caso sarebbero problemi). Le esportazioni nette hanno sottratto mezzo punto di Pil sul trimestre, per effetto sia di una crescita debole sui mercati di sbocco giapponesi sia del fatto che, malgrado il forte indebolimento dello yen, i volumi di import giapponese non sono ancora diminuiti, probabilmente a causa della forte dipendenza energetica del paese, dopo lo shutdown dell’energia nucleare.

Nel frattempo, l’umore delle famiglie peggiora, perché i prezzi al consumo crescono e le retribuzioni non ne tengono il passo. L’equivalente giapponese di Confindustria non pare avere alcuna intenzione di accettare aumenti delle retribuzioni tabellari, malgrado i pressanti inviti del governo, e mostra di preferire ancora una volta i bonus, che possono essere ritirati in caso la congiuntura volgesse al peggio. In questo modo, la spesa dei consumatori tende a spegnersi, costringendo il governo a supplire con spesa pubblica. Fino a quando, però?

Malgrado questi segnali poco rassicuranti, il consenso delle case d’investimento resta improntato all’ottimismo, si ritiene che i consumi e gli investimenti potranno ripartire nell’ultimo semestre fiscale dell’anno (ottobre-marzo), anche perché in molti decideranno di spendere per anticipare l’aumento dell’Iva, dal 5 all’8%, che scatterà dal primo aprile 2014. Il fatto che nei prossimi due trimestri potremmo avere crescita presa a prestito dal futuro, e che quindi ad un certo punto andrà restituita, pare non preoccupare i nostri baldi analisti.

La realtà giapponese però resta quella: la “crescita” sinora è stata fatta soprattutto con spesa pubblica, e poco altro; i mercati di sbocco non aiutano; malgrado il forte indebolimento dello yen, pari al 25% nominale, i prezzi a cui le aziende giapponesi esportano si sono ridotti di solo il 2% nell’ultimo anno. Questo perché le aziende hanno preferito non tagliare aggressivamente i listini prezzi, anche per non essere accusate (assieme al governo giapponese) di fare dumping (sono le gioie delle svalutazioni del cambio, bellezze), e quindi si sono “accontentate” di gonfiare i profitti. Ritenendo il deprezzamento del cambio ed i conseguenti profitti qualcosa di temporaneo, si agisce di conseguenza. Niente aumenti di stipendio fisso, solo bonus.

Il Giappone è resta un paese con un deficit fiscale enorme, con un profilo demografico pesantemente svantaggiato, e con i nodi della propria struttura economica del tutto irrisolti. Peraltro, in caso non ve ne foste accorti, la liberalizzazione dei mercati (la “terza freccia”, sinora assai fantomatica, della Abenomics) porta pressioni disinflazionistiche, non inflazionistiche, e nel breve termine richiede aggiustamenti di welfare, in termini di salario minimo e/o maggiori sussidi di disoccupazione. Ma è del tutto prevedibile la reazione euforica della borsa giapponese al dato di Pil non eccelso: lo yen si indebolisce perché si ritiene arriverà nuovo stimolo, e vissero tutti felici e contenti, in attesa dello schianto finale.

Aspettiamo e vedremo. La cautela, soprattutto per gli italici estimatori delle scorciatoie in economia, resta d’obbligo.

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