La Grecia ha deciso di avvalersi della possibilità di cumulare in unica soluzione al 30 giugno il pagamento di una serie di rate dei prestiti ottenuti dal Fondo Monetario Internazionale. La decisione è giunta all’ultimo minuto, dopo che una rivolta della base sinistra di Syriza ha stoppato il premier Alexis Tsipras, che apparentemente stava per avviarsi alla stretta finale di una soluzione di compromesso con la Ue. Pare che il documento governativo greco contenesse un percorso di ricostituzione dell’avanzo primario che, con l’eccezione del blando (ma nel frattempo divenuto impegnativo) obiettivo di avanzo primario allo 0,6% di Pil per il 2015, saliva rapidamente e ripidamente al target di mantenimento del 3,5% già dal 2018. A parte ciò, ed a parte le proposte di “ristrutturazione” del debito greco, che di fatto sono solo ottimizzazione delle strutture di costo sui differenti creditori, la situazione resta molto difficile ed il rischio di esito traumatico cresce col passare dei giorni.

Quella che segue è la traduzione di ampia parte di un commento apparso sul Financial Times a firma di Yannis Palaiogolos, scrittore e giornalista greco, sul modo in cui sinora Syriza (non) avrebbe gestito le radici “culturali” di corruzione e clientelismo che sono alla base del forte deficit di fiducia della società greca, oltre che del suo corporativismo esasperato e potenzialmente letale. Sono concetti che anche noi italiani ben conosciamo, ed in questa lettura ci rispecchieremo per l’ennesima volta. L’economia greca ha innumerevoli problemi, primo fra tutti un settore esterno di dimensioni risibili, ma le pervasive “eccezioni alla regola” ne minano la capacità di rifondarsi, quanto e più dei tragici errori compiuti negli ultimi anni da parte dell’ortodossia economica europea.

Altro giorno, altra dichiarazione di principio proveniente dal governo greco. Oggi è il turno del premier Alexis Tsipras, che riesce a confermare l’impressione che la situazione è sempre più grave ma sempre meno seria. E siamo al rilancio di quanto ipotizzato settimane addietro dal ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, che nel frattempo pare essere stato depotenziato dal premier greco, dopo gli insulti che gli sono piovuti in testa nell’Eurogruppo di Riga del 24 aprile.

Mentre il tempo scorre inesorabile verso il collasso di liquidità della Grecia, e mentre alcuni esegeti pensano che il problema sia il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis (come se fosse lui ad impedire ad Alexis Tsipras di raggiungere un accordo con i creditori, anziché esserne il megafono mediaticamente dopato), ci si esercita su come potrebbe essere un ipotetico contingency plan a fronte di una crisi terminale di liquidità del paese mediterraneo. Sotto questo scenario è assai banale prevedere l’introduzione di controlli sui capitali, mentre assai meno banale è capire come il governo greco potrebbe iniettare liquidità “surrogata” nel sistema economico del paese. Noi pensiamo che le cose finirebbero male.

Un’inequivocabile aria di famiglia, in questi echi della classicità greco-romana: la rivolta dei sindaci ellenici contro la requisizione della liquidità dei loro comuni per opera del governo centrale greco. Per il sindaco di Atene, l’azione governativa

«Oltre ad essere chiaramente incostituzionale, coglie di sorpresa le autorità locali…e minaccia la loro capacità di contribuire alla coesione sociale ed allo sviluppo urbano»

Che poi è la versione greca agli steroidi degli alti lai dei sindaci italiani contro il patto di stabilità interno, quello che Matteo Renzi, come tutti quelli che lo hanno preceduto negli ultimi quindici anni o giù di lì, doveva far saltare come un tappo, a stretto giro.

Siamo apparentemente sempre più prossimi all’epilogo di una vicenda che resterà nei libri di storia come un grumo letale di errori di policy e negazione virale della realtà: la vicenda del rapporto tra Grecia ed Eurozona. E se qualcuno pensa di aver trovato una scorciatoia per liberarsi dalle catene del debito, scoprirà ben presto di aver compiuto uno degli errori più tragici nella storia del proprio paese.

Oggi Angela Merkel riceve a Berlino il premier greco Alexis Tsipras. L’incontro dovrebbe rappresentare un estremo tentativo di conciliazione tra la Ue (rappresentata, curiosamente ma non troppo) dal suo egemone riluttante, e l’orgoglioso leader di un paese massacrato da sei anni di una austerità apparentemente inevitabile ma eseguita in modo assurdo, per magnitudine e tempistica, oltre che (soprattutto) per la scarsa idoneità del tessuto economico greco all’operazione. A tutto ciò si aggiungano le formidabili resistenze dei gruppi di interesse greci, profondamente radicati nella pubblica amministrazione di quel paese, ed il disastro è servito. A che servirà l’incontro di oggi?

Da qualche giorno (o forse sono solo ore), il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, è diventato silente. Forse ciò è dovuto al fatto che la Grecia e le “Istituzioni” (cioè la ex Troika) stanno finalmente negoziando nel silenzio metodi e contenuti di quella che sarebbe la conclusione del bailout in essere, e che è stato prorogato di quattro mesi. Pareva positivo che Varoufakis stesse tacendo, dopo quello che siamo riusciti a leggere nei giorni scorsi sui “guardoni fiscali” non professionali, muniti di telecamera e microfono. Il problema è che ora parla il resto del governo greco, con in testa il premier, e già sentiamo la mancanza dell’economista blogger.