Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, starebbe apprestando un decreto quasi omnibus col quale rompere il ghiaccio e mostrare le sue prime azioni concrete sulla realtà. Al netto della scelta comunicativa, di “decreto dignità”, che fa parte del tradizionale armamentario anema e core, questa è l’occasione per valutare quelli che restano i maggiori nodi del paese.

Tra i numerosi proclami lanciati dagli esponenti del “governo del cambiamento”, spiccano quelli del neo-superministro a Lavoro e Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che ieri ha ribadito la sua idea di “protezione” per imprenditori e cittadini. Avrebbe conseguenze piuttosto distruttive, però, ma solo se fermate l’analisi al primo step.

Oggi sul Corriere compare una preziosa letterina dell’Unto tra gli Unti dal Popolo, la prova vivente che l’ascensore sociale in Italia esiste, e non è di colore blu; che questo paese non è una gerontocrazia per cooptazione ma una vitale democrazia diretta, anche se non è ancora chiarissimo da chi. Sua Premierità Luigi Premier prende carta, penna e calamaio e, memore degli alti momenti di storia patria e dei suoi tornanti, che ci hanno condotto sin qui, verga una vibrante letterina di Natale al direttore.

Oggi sul Sole trovate un interessante articolo che ci illumina sulle probabili o verosimili linee guida che il M5S utilizzerà per la scrittura del Documento di economia e finanza, per gli amici DEF. Di assoluto rilievo il fatto che, se confermate, si tratterebbe di assoluta continuità con la precedente legislatura, inclusa un’illusoria operazione di finanza pubblica straordinaria, vero sarchiapone della Repubblica.

Accadono cose sempre più strane, in questo paese ormai instupidito dalla propria credula ignoranza. Accade, ad esempio, che dalla sera del 4 marzo, un giovane poco più che trentenne ed il suo movimento stiano strepitando in ogni circostanza che l’incarico di formare il governo deve essere dato alla sua parte, perché la sua parte ha vinto il 32% dei voti, su circa il 70% degli aventi diritto che si sono espressi alle urne, e che ogni esito differente sarebbe un grave vulnus alla volontà  popolare. D’acchito, mi verrebbe da commentare sticazzi, ma poiché cerco di mantenere standard qualitativi minimi di comunicazione, cercherò di analizzare questa singolare vicenda.

Si fatica a comprendere lo stupore ed i febbrili lanci d’agenzia di ieri nel tardo pomeriggio, quando, durante la registrazione di Porta a porta, il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha ribadito il concetto: “Non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro”, anche perché per l’Italia “ci sarà più spazio”, visto che “l’asse franco-tedesco non è più forte come prima”. Che c’è di inedito?

In caso vi fosse serenamente sfuggito, nei giorni scorsi il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha spiegato al Mattino la strategia di politica economica del suo movimento. Si tratta della reiterazione del libro dei sogni, impreziosito da alcune gemme che permettono di capire che questi personaggi sono del tutto privi di legame col mondo reale e proprio per questo motivo hanno grande successo in questo paese. Proviamo un’esegesi ragionata delle risposte di Di Maio.

Torniamo sul tema del mitologico referendum per fare uscire l’Italia dall’euro, rilanciato dal candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Il quale ha detto che, se l’Europa non accogliesse le nostre richieste, sarebbe inevitabile indire questo referendum ed a quel punto lui voterebbe per l’uscita, stante l’impossibilità di ottenere il trenino elettrico richiesto alla Ue. Vediamo che accadrebbe, anche se dentro di voi una petulante vocina ve lo spiega da anni.