di Vitalba Azzollini e Luigi Oliveri

L’attualità dimostra come la trasparenza amministrativa sia sempre più importante. Infatti, la conoscenza dei meccanismi sottesi a scelte pubbliche è l’unico elemento che consente ai cittadini, da un lato, di comprenderne l’effettiva sostanza; dall’altro, di sindacare fondatamente l’operato dei governanti; infine, di formulare critiche costruttive, cioè idonee a elevare un dibattito pubblico che sui social sembra ridotto a una gara fra chi strepita con i toni più alti.

Alcune sere fa ho sentito l’informatissimo vicepremier Luigi Di Maio ripetere con fluente eloquio per l’ennesima volta un luogo assai comune dei nostri politici: quanto diamo alla Ue e quanto riceviamo dalla medesima. L’Italia è contributore netto, come noto. Quello che forse è meno noto è che la contribuzione netta è molto contenuta, a differenza di altri grandi paesi comunitari.

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Se c’è una cosa che in Italia torna con impressionante regolarità, questa è l’ipotesi di revisione delle tax expenditures, gli sconti fiscali che nei decenni hanno creato un’erosione di centinaia di miliardi di base imponibile, impedendo alle aliquote nominali di scendere e di conseguenza perpetuandone gli effetti distorsivi. Oggi, che abbiamo una maggioranza di governo che punta a realizzare una assai ossimorica flat tax ad aliquota multipla, il tema riaffiora.

Mentre prosegue il tormentato e lentissimo iter parlamentare di conversione del decreto dignità (sic), segnaliamo l’ultima performance del vicepremier e bisministro Luigi Di Maio, l’uomo che ha un conto in sospeso coi numeri e che si avvia ad un gigantesco regolamento di conti con la realtà.

Prosegue il complotto dei poteri forti contro il governo felpastellato. Lo scontro vira verso il calor bianco, ormai. A questo giro abbiamo il vicepremier e bisministro Luigi Di Maio che lamenta che il numero di 8.000 posti di lavoro a tempo determinato persi all’anno in conseguenza della stretta alla tipologia contrattuale sia stato inserito a sua insaputa nella relazione tecnica. Non è tanto questo su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, però, o sudditi.

Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri in tarda serata quello che il vice premier e bisministro Luigi Di Maio ha ribattezzato con enfasi “decreto dignità”, una sorta di mini-omnibus che tocca il mercato del lavoro, il fisco (in parte minima, quasi inavvertibile), le delocalizzazioni e la pubblicità su giochi. Sul lavoro, la prima impressione è che si sia lavorato alacremente per rafforzare la precarietà e la natura persistentemente duale del mercato italiano del lavoro.

Pensate quanto è dura la vita, se siete la prima forza di un governo populista, la cui funzione (per definizione) è quella di drogare le aspettative di milioni di gonzi che vi credono e pendono dalle vostre labbra, ed al contempo vi trovate la seconda forza di coalizione, che ha una consistenza elettorale pari a metà della vostra, guidata da un personaggio in trance agonistica che ogni giorno rilancia forsennatamente sullo scibile umano, travestendosi da ministro dei trasporti, della Salute, dell’Economia, della Giustizia. Una vera vita d’inferno, signora mia.