Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Pulpiti Fiction

in Economia & Mercato/Italia

Nuova esternazione mistico-moralistica del nostro ministro dell’Economia. Poiché siamo affetti da masochismo, ne tentiamo umilmente l’esegesi.

“Nessuna parte del mondo può vivere senza agricoltura ma credo che una parte del mondo senza finanza e il fatto che sulla terra non si parli inglese è un aiuto in questo senso”.

Ha detto Giulio Tremonti intervenendo oggi ad un convegno sull’Agricoltura ‘Terra e Persona‘. Aldilà della bizzarra anglofobia, non è chiaro se, quando parla di terra, il ministro si riferisca all’oggetto dell’agricoltura o al pianeta. In entrambi i casi è utile ricordare che la finanza è ovunque, dall’economia di sussistenza ed autoproduzione (alla quale speriamo Tremonti non stia guardando in questo suo ritorno all’antico), allo scambio dei surplus alimentari tra produttori, fino alla negoziazione di futures e opzioni per bloccare il prezzo di compravendita a termine dei raccolti, nell’interesse dei produttori, delle industrie di trasformazione alimentare e, in ultima analisi, del consumatore. In realtà pare che Tremonti stia cercando di convincere il CIO a introdurre la disciplina olimpionica di lancio del bambino con l’acqua sporca, dove è certo di poter trionfare.

Andiamo avanti:

”Dal ’90 gli Stati hanno rinunciato alla sovranità monetaria e hanno permesso che la moneta fosse stampata dalle banche. Accanto a una moneta buona, sovrana, si è aggiunta un’altra moneta non buona, stampata sul nulla. Così c’è stata una diffusione esponenziale di titoli che non rappresentano una proprietà, valori oggettivi”.

Questa è assai poco comprensibile, ma proviamo. Cosa è successo negli anni Novanta, e quando esattamente gli stati avrebbero rinunciato alla sovranità monetaria? Abbiamo tre ipotesi. Nella prima, Tremonti potrebbe riferirsi all’Atto Unico Europeo, che ha istituito l’Istituto Monetario Europeo, precursore della Banca Centrale Europea. Il riferimento alla cessione di sovranità monetaria sarebbe quindi relativo alla creazione dell’euro. Ma questa interpretazione contrasta con l’ultimo Tremonti, che non risparmia elogi alla moneta unica, oltre che piuttosto incoerente con l’insieme della frase. La seconda interpretazione è molto più preoccupante. Tremonti sta forse riferendosi al “divorzio” tra le banche centrali ed i Tesori nazionali, la fase storica che ha sancito la fine della monetizzazione del debito pubblico e che è alla base, in Europa, dell’edificazione della moneta unica? Se Tremonti sentisse pubblica nostalgia per i bei tempi andati, quelli in cui era lo stato a ordinare alle banche centrali di stampare moneta, ci troveremmo di fronte non tanto ad un atteggiamento filo-inflazionistico ed ostile alla moneta unica ed alla costruzione europea (che non sarebbe un grosso problema, rientrando nell’ambito del free speech), quanto ad un fondamentale ministro che sposa in toto la posizione di quegli sciroccati di signoraggisti, che in pratica affermano che dovrebbe essere lo stato a gestire direttamente la moneta, senza l’intermediazione non tanto delle banche centrali (che sono parte dello stato, anche quando sono indipendenti dal governo) quanto delle banche commerciali e del sistema di riserva frazionaria.

Se il Tremonti-pensiero è questo, potremmo organizzare una raccolta di firme a scelta tra abrogazione della legge Basaglia, destituzione del ministro, legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti. Ma siamo ragionevolmente certi che il ministro volesse dire altro, anche se non sappiamo cosa. Forse Tremonti si riferiva semplicemente (terza ipotesi) al modello originate-to-distribute, cioè alle cartolarizzazioni ed al ruolo delle agenzie di rating, che hanno attribuito meriti di credito che non esistevano. Se questa è l’interpretazione corretta, è difficile non giungere alla conclusione che il deficit di regolazione (perché di questo staremmo parlando) c’entra con la “sovranità monetaria” come i cavoli a merenda (parlando di prodotti della terra). Ma si tratterebbe di una conclusione certamente più rassicurante, perché sembra rientrare nelle caratteristiche elucubrazioni tremontiane, alle quali il paese ha in più occasioni dimostrato di saper sopravvivere.

Che altro? Ah, si:

“Le crisi hanno sempre un termine e questa non è la fine del mondo ma la fine di un mondo, dominato dall’illusione della ricchezza costruita attraverso il debito e dominato dalla falsificazione dei bilanci. Il mondo al termine della crisi avrà dimensioni meno surreali e più reali, meno finanziari e più materiali. Ci si guadagnerà in termini di valori spirituali”.

Se questa non è la fine del mondo, l’invocazione del ritorno a non meglio precisati “valori spirituali” è lievemente ridondante. E comunque quelli possono tranquillamente coesistere con un’economia in sana espansione, a meno di pensare a forme di pauperismo con cilicio di serie come manifesto ideologico del tremontismo. Siamo assolutamente d’accordo con la critica all’eccesso di debito. Compito dei regolatori è quello di impedire che ciò accada. Noi, che siamo libertari assai imperfetti, non regoleremmo alcunché, affidandoci al vecchio adagio “lo sciocco e i suoi soldi si separano presto”. Sfortunatamente, i nodi sistemici dell’eccesso di debito ci impediscono di invocare il principio di responsabilità individuale, e ci costringono a ripiegare sulla regolazione. Quanto alla falsificazione dei bilanci, l’Italia e Tremonti hanno l’opportunità epocale di lanciare il primo legal standard della presidenza italiana del G8. Come? Dando l’esempio, e abrogando questo, ad esempio.

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