Deaglio ed il complotto eurogastronomico

Tuesday, 19 March, 2013

in Adotta Un Neurone, Economia & Mercato, Famous Last Quotes, Italia, Unione Europea

Oggi su La Stampa compare un editoriale del professor Mario Deaglio su crisi cipriota e responsabilità della Ue. Mescolando vero e verosimile, abbiamo un nuovo genere letterario. Che poco serve per capire quello che sta accadendo, sfortunatamente.

Deaglio attacca ponendo sullo stesso piano la Grecia e Cipro, nella galleria degli orrori della Ue. Ma tra i due paesi ci sono enormi differenze, per genesi ed evoluzione della crisi. La Grecia era un piccolo debitore sovrano, reso enormemente sistemico dagli errori strategici europei, compiuti sotto dettatura tedesca (dettatura, con la e). Ma ciò non toglie che nel caso greco esistesse anche un non trascurabile problema di moral hazard. Affermare che tutto si sarebbe risolto in modo non sistemico se Atene avesse ricevuto denaro comunitario senza contropartite è un purissimo nonsenso degno di Alice nel Paese delle Meraviglie. La realtà è che Atene doveva intraprendere un percorso di consolidamento progressivo e graduale, assistito dai creditori internazionali in modo meno becero. La tardiva resipiscenza del Fmi non ha potuto evitare la catastrofe.

Su Cipro, il discorso è del tutto differente. L’isola è un centro finanziario offshore e possiede banche i cui attivi sono cresciuti sino a otto volte il Pil del paese. Anche se in valore assoluto queste cifre sono “gestibili” che avrebbe dovuto fare la Ue per sfuggire all’esecrazione di Deaglio e di fronte a banche divenute insolventi per investimenti andati in malora, limitarsi a staccare un assegno? Cipro è una Islanda con l’euro: importi piccoli in assoluto ma molto rilevanti in proporzione al paese. Possiamo certamente ascrivere alla Ue l’inesistenza di una supervisione bancaria, sinora. Ma non molto di più. E il problema del bail-in, cioè della partecipazione dei creditori delle banche al processo di condivisione dell’onere del dissesto (burden sharing) è un problema reale, terribilmente serio e complesso, sul quale si sta dibattendo. Se il mondo fosse così semplice da leggere e gestire, non avremmo bisogno dei fondamentali editoriali del professor Deaglio, del resto.

Il quale Deaglio comincia una riga sotto a leggere la realtà in modo del tutto soggettivo, travolto dalla sua pulsione all’euro-esecrazione:

«Anche ieri, la lentezza dei compassati – e impacciati – comunicati ufficiali e semiufficiali ha fatto da contrappunto alla rapidità con cui i mercati declassavano in blocco l’euro, la seconda moneta del mondo»

Declassavano l’euro? In realtà, l’euro ieri è arrivato a perdere nel corso della giornata un massimo di circa l’1 per cento contro dollaro sulla chiusura europea di venerdì. A noi non pare esattamente un tracollo. Che poi, a dirla tutta, quando l’euro si rafforza, Deaglio è tra i primi a scagliare dardi fiammeggianti contro l’Ue: esattamente quello che fa in caso di trascurabile indebolimento della moneta unica. E peraltro qualcuno dovrebbe segnalare a Deaglio che sono i ciprioti ad essersi incartati con le aliquote, non la Ue, e per motivi che sono (o dovrebbero essere) facilmente comprensibili.

Ma forse la Ue è censurabile per non aver esercitato una moral suasion con anfibi chiodati su Nicosia, facendo presente che in nessun caso avrebbero dovuto toccare i depositi assicurati, cioè entro i 100.000 euro? Può essere, ma se ciò fosse accaduto siamo proprio certi che Deaglio non sarebbe stato in prima fila ad ululare contro “l’antidemocraticità di questa Europa di tecnocrati”?”

Deaglio prosegue con una fondamentale riflessione di politica internazionale, ennesima occasione per dare contro alla Ue, evvai:

«Dimenticando che Cipro è il principale punto di passaggio dei capitali russi in uscita e quindi creando una nuova tensione internazionale di cui non si sentiva proprio il bisogno»

Scusi professore, nel senso che bisognava staccare il famoso assegno da 17 miliardi di euro e non disturbare il manovratore Vladimir? E peraltro, Deaglio mostra grande coerenza geopolitica in un passaggio successivo, dedicato ai tedeschi ed alla loro presunta inazione imprenditoriale:

«Al contrario, si preferiscono investimenti industriali molto vicini alle porte di casa, come in Ungheria, sulla cui deriva autoritaria si preferisce chiudere gli occhi, aspettando di vedere se Angela Merkel sarà confermata alla Cancelleria dopo le prossime elezioni tedesche: non si prendono decisioni vere e si calca la mano su Cipro»

Ma come, bisogna lasciare tranquilli i russi, campioni di democrazia, e stigmatizzare il cuore nero d’Europa, l’Ungheria, che pure viene marcata stretta da Commissione e parlamento europeo, oltre che dallo stesso Fmi? Mistero. E peraltro, Deaglio ha evidenze circa questo boom d’investimenti tedeschi in Ungheria? Ce le allungherebbe quando possibile, se non è di troppo disturbo?

Nel mezzo, Deaglio critica con una qualche valida motivazione la fretta di raggiungere il pareggio di bilancio imposta ai  paesi più fragili, mandandoli in tal modo al tappeto. Sfortunatamente, riesce a buttare anche qui l’analisi sul bar sport, grassetto nostro:

«Dietro una simile miopia nei confronti dei Paesi mediterranei (per la quale si distingue spesso il commissario finlandese Olli Rehn) e una simile disparità di trattamento non può mancare il sospetto di un occulto senso di superiorità dei Paesi settentrionali nei confronti della supposta pigrizia dei “mediterranei” e magari persino un’invidia sotterranea per il buon clima e il buon cibo»

Ah ecco, tedeschi e finlandesi vogliono distruggerci perché abbiamo la pizza, il sole ed il mare, averlo saputo prima! A Deaglio sfugge che forse i paesi del Nord Europa si sono fatti cogliere dall’ansia, commettendo quindi errori che hanno esacerbato i problemi, perché insicuri delle capacità di rimborso del debito da parte di paesi che da un quindicennio non riescono a crescere (Italia, Portogallo) o i cui conti pubblici sono stati travolti dalla bolla immobiliare e creditizia (Spagna, Irlanda). Ma forse la qualità dei vini ha giocato un ruolo decisivo, chissà.

Come chiudere in bellezza, quindi (si fa per dire)? Che la colpa è sempre e comunque dell’Europa, ma anche dei tedeschi, che non intendono esercitare sino in fondo il loro ruolo di truppe di occupazione:

«In realtà ciò che sta veramente bloccando tutto è la pigrizia dei capitali e degli imprenditori tedeschi, e, più in generale, nordici: non utilizzano i fiumi di denaro a buon mercato che l’andamento dei mercati sta mettendo temporaneamente nelle loro mani a un tasso di interesse prossimo allo zero per investimenti industriali e finanziari davvero rilevanti nei Paesi deboli. Solo così, con un flusso di investimenti paragonabile a quello del Piano Marshall, i tedeschi potrebbero davvero trasformare un predominio finanziario, probabilmente temporaneo, in un primato industriale accettato e condiviso, come fu, a lungo, quello degli americani»

E qui, abbiamo le vertigini: per i tedeschi il costo del credito è effettivamente ai minimi storici, grazie alle distorsioni che essi stessi hanno contribuito ad alimentare, con la loro ansia di liberarsi del debito nei paesi intorno a sé. Questo è un dato (sistemico) di realtà. Ma per quale motivo le imprese tedesche dovrebbero compiere massicci investimenti in paesi distrutti dall’austerità, e quindi privi di domanda? E qui c’è un altro punto critico della narrativa secondo la quale i tedeschi starebbero conducendo una guerra di conquista rigorosamente pianificata: ma la Germania semplicemente non sta conquistando alcunché. Magari!, verrebbe da dire: in qual caso forse riuscirebbero a realizzare che, se vogliono mettere le mani su qualcosa di vivo e che consuma, occorrerebbe preliminarmente agire per mantenere viva la preda, e non distruggerla. Per l’ennesima volta: non è che stiamo tragicamente sopravvalutando il pensiero strategico dei tedeschi? Da ultimo, per concludere con il gourmet Deaglio: ma che diavolo c’entra il parallelo col Piano Marshall, in nome del cielo?

Alziamoci da tavola, è meglio.

P.S. Due paroline sull’ultima psichedelica teoria cospirazionistica che vede ancora protagonisti i tedeschi. Le cui banche sarebbero esposte su Cipro per una cifra di circa sei miliardi di euro. Capita che tale importo sia approssimativamente simile a quanto chiesto ai depositanti ciprioti dall’Eurogruppo. Aha, ecco la  pistola fumante! Calmi, prendete un bel respiro e ragionate, nei limiti del possibile.

  1. Le banche tedesche hanno quasi sei miliardi di esposizione su Cipro. Bene, e quindi? Quelle russe ne hanno (stima per difetto) oltre 30 miliardi;
  2. I tedeschi, via Ue, hanno imposto ai depositanti di contribuire per sei miliardi al “salvataggio” del sistema bancario cipriota. Bene, quindi? Forse era meglio che tutti i 17 miliardi di aiuti a Cipro venissero dal fondo ESM, in modo che tutta l’Eurozona rifondesse le banche tedesche, inclusa l’Italia con una quota di circa il 20 per cento? Boh, fate vobis, se siete così generosi verso i tedeschi e non verso gli errori gestionali di un sistema bancario malato ed ipertrofico come quello cipriota;
  3. Come dite? Che le banche tedesche dovrebbero pagarsi da sole l’esposizione a Cipro, e non farla gravare né sui depositanti russo-ciprioti né sul resto dell’Eurozona? Avete ragione: infatti, se Cipro non troverà quei quasi sei miliardi di bail-in il suo sistema bancario salterà, ed i tedeschi perderanno i propri crediti.

Guardate, la Germania ha enormi e decisive responsabilità nella crisi del debito sovrano europeo, ma col caso di Cipro non c’entra praticamente nulla. Se invece preferite il più rassicurante cospirazionismo, è problema esclusivamente vostro.

Share Button

Previous post:

Next post: