Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Per concludere la sofferente farsa italiana

in Discussioni/Economia & Mercato/Italia

Dietro reiterate richieste di lettori, dovute probabilmente alla scarsa capacità del vostro titolare di farsi capire, oggi parliamo di quello che andrebbe fatto per porre termine all’inverecondo teatrino che le nostre cosiddette autorità, ed il codazzo dei media megafoni di complemento, hanno inscenato per gestire la tragica farsa delle sofferenze della più periclitante banca italiana e più in generale del sistema. Sperando di riuscire a farmi capire, e porre fine a domande del tipo “sei molto bravo a criticare ma all’atto pratico che proponi?” Ora ve lo dico, anzi ve lo reitero, visto che ho scritto sull’argomento più volte nelle ultime settimane, ma evidentemente in maniera criptica.

Per mettere fine al tormentone MPS, alle sue sofferenze creditizie ed a quelle psichiche del nostro esecutivo e dei media che fanno raccolta di punti-fragola, serve preliminarmente prendere atto di alcune circostanze e condizioni preliminari:

  1. MPS non è attualmente in dissesto;
  2. Il prezzo di mercato per le sue sofferenze è verosimilmente ben inferiore al grado di copertura di bilancio delle medesime;
  3. Occorre tenere in considerazione non solo le sofferenze già manifeste ma anche la probabilità che i crediti incagliati divengano sofferenze, anche a causa della debolezza della congiuntura;
  4. L’incidenza di tali sofferenze sul capitale proprio della banca, misurata attraverso indici quali il Texas Ratio, è molto elevata, per usare un eufemismo;
  5. Sarebbe preferibile evitare di impegnare soldi pubblici in una impresa privata, pur se peculiare come una banca. Tuttavia, se tali soldi devono essere messi, l’esborso deve essere minimizzato, e di conseguenza i privati creditori della banca dovranno compartecipare all’onere;
  6. Circoscrivere il rischio sistemico vuol dire anche evitare che le parti sane del sistema bancario italiano si accollino l’onere dei salvataggi di banche in dissesto, oltre che di infettare le casse previdenziali degli ordini professionali, che già non brillano per acume di allocazione degli investimenti;

Tutto ciò premesso, MPS deve ridurre drasticamente il livello di sofferenze nette, come richiesto non solo e non tanto dalla sorveglianza Bce ma anche dal buonsenso. Per fare ciò, servono cessioni di Npl o considerevoli aumenti delle rettifiche su crediti, per avvicinarsi al livello corrente del mercato. Serve anche smettere di dire che sulle sofferenze “non c’è mercato”, oppure che “siamo di fronte ad un caso di fallimento del mercato”. L’unico fallimento che abbiamo davanti agli occhi, al momento, è quello di una classe dirigente in quotidiana negazione della realtà, e con una propensione patologica a diffondere le infezioni economiche e finanziarie alle parti sane del paese. Il punto di minimo, di questa negazione della realtà, è sinora coinciso con l’assurda presa di posizione del presidente dell’Abi, sulla tutela costituzionale del risparmio che, come tale, vieterebbe ogni operazione di condivisione degli oneri a carico degli investitori/creditori delle banche. Quello che si è letto in seguito, a sostegno di tale tesi, è semplicemente desolante, così come desolante è leggere gli ormai ossessivo-compulsivi editoriali che se la prendono con il portafoglio titoli delle banche tedesche per invocare soldi pubblici nelle nostre banche.

La strada che MPS ha di fronte a sé, a giudizio di chi scrive, e partendo dalla fondamentale premessa che la banca non è al momento in dissesto, è quindi la seguente:

  1. Procedere a svalutazioni straordinarie aggiuntive dei crediti in sofferenza, da completare entro fine 2016 secondo un cronoprogramma inderogabile;
  2. Determinare il fabbisogno di capitale da esse indotto;
  3. Lanciare l’aumento di capitale così determinato;
  4. Richiedere garanzia pubblica per la parte dell’aumento di capitale che risultasse non sottoscritta dal mercato;
  5. Su tale parte, e prima del via libera all’intervento pubblico, applicare la conversione in capitale del debito subordinato della banca per importo pari a metà dell’aumento di capitale non sottoscritto dal mercato;
  6. Il Tesoro, in tal modo, potrebbe entrare nella ricapitalizzazione con una logica di matching funds, cioè mettere esattamente quanto messo dagli obbligazionisti subordinati convertiti in azionisti, e l’aiuto di stato sarebbe per definizione legittimo;

Ribadiamolo: in questo caso, a differenza di quanto accaduto a novembre con le quattro banche risolte, parliamo di una banca funzionante e non in dissesto. Non dovrebbe essere impossibile raccogliere i capitali sul mercato privato, pur se risulterebbe molto oneroso e iperdiluitivo per gli attuali azionisti. Ma se vi fossero difficoltà ad ottenere ciò, si può procedere al debt-equity swap, come accaduto mesi addietro con le banche greche. Gli obbligazionisti subordinati non verrebbero azzerati ma diverrebbero azionisti della banca. La ripartizione di tale onere potrebbe avvenire secondo lo schema di cui abbiamo parlato tempo addietro, cioè tenendo salva una quota per tutti, a livello capitario (ad esempio i primi 100.000 euro di valore nominale delle obbligazioni) e procedendo poi a conversione pro-rata in azioni. In tal modo i piccoli risparmiatori sarebbero protetti.

Riguardo all’obiezione ricorrente contro il burden sharing (“scatenerebbe una reazione sistemica di panico”),  occorre essere consapevoli che questa operazione servirebbe in realtà per circoscrivere l’area di crisi. I risparmiatori non avrebbero pertanto motivo di fuggire dalle altre banche italiane, perché chi è sano verrebbe premiato. Diverso, ben diverso, è l’attuale tentativo di mettere in cordata il sistema, spalmando su di esso l’onere della ricapitalizzazione e le perdite di alcuni buchi neri “di sistema”, che rischia di franarci sulla testa. Ribadiamo il concetto: qui stiamo parlando non di banche in dissesto ma di una banca che al momento è regolarmente funzionante. Lo schema che abbiamo delineato si applica proprio a casi del genere.

A maggior ragione tale linea di condotta vale perché, come dicono Pier Carlo Padoan e Ignazio Visco, dobbiamo dimostrare agli investitori che non esiste problema sistemico per le banche italiane ma esiste piuttosto “un problema di singole banche” (cit.). Tutto il resto è panico, presente ma soprattutto futuro, indotto da miopia e calcolo politico di brevissimo termine, che concorre alla demolizione della residua credibilità di questo disgraziato paese.

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