Andrà molto peggio, prima di andare meglio

L’Irpef anagraficamente progressiva nel paese crivellato dai proiettili d’argento

in Economia & Mercato/Famous Last Quotes/Italia

Approssimandosi la feral scadenza del primo gennaio 2018, cioè il momento in cui verrà meno la decontribuzione temporanea sugli assunti col nuovo contratto a tutele crescenti, il governo “di turno” sta scervellandosi per capire come evitare uno shock sul costo del lavoro che costerebbe carissimo al “miracolo” occupazionale di Matteo Renzi. Ad intervalli più o meno regolari spuntano ingegnose idee per celebrare le nozze coi fichi secchi ed evitare guai. In questi giorni, anche per impegno del premier Paolo Gentiloni, si ipotizza un taglio del cuneo fiscale di alcuni punti percentuali (3-5), spalmato sia sul datore di lavoro che sul lavoratore. Ma ovviamente la coperta è cortissima.

Se la decontribuzione di questa magnitudine riguardasse solo i neo-assunti con contratto a tempo indeterminato, il costo è stimato in 1-1,5 miliardi di euro, anche se oggi Repubblica segnala che, “secondo fonti del governo”, il costa sarebbe in realtà più che doppio, di 3-4 miliardi. Se lo sgravio permanente riguardasse invece tutti i lavoratori, il cartellino del prezzo sarebbe quindi molto pesante, al punto che girano anche voci di uno “scambio” tra aumento Iva e riduzione del cuneo fiscale (mah). Ieri, intervistato dal Messaggero, il professor Tommaso Nannicini, consigliere economico di Renzi, ha lanciato il concetto di “dote di decontribuzione individuale” e portabile. Nelle parole di Nannicini,

«Passando sempre dall’impresa alla persona, potremmo dare a ogni giovane lavoratore una “dote” decontributiva. Tipo: per i primi tre anni di lavoro a tempo indeterminato, fino a 35 anni, i contributi sono pagati dallo Stato. Questo dà un aiuto dal lato del costo del lavoro, incentivando l’assunzione. E in più accelera le stabilizzazioni: se dopo un certo lasso di tempo, l’azienda non ha ancora assunto il giovane a tempo indeterminato, questi potrà muoversi e attivare la sua dote di decontribuzione presso un’altra azienda»

Questa pare l’ennesima riedizione di interventi parziali e frammentari, che non riducono strutturalmente alcunché ma si limitano a calciare in avanti la lattina per il canonico triennio, stimolando l’arbitraggio di manodopera, soprattutto quella meno qualificata, da parte delle imprese. Nannicini, che non a caso è economista, potrebbe ribattere a questa obiezione dicendo che la professionalità acquisita in tre anni dal giovane “decontribuito” si tradurrebbe in maggiore produttività e quindi il suo maggior costo, allo scadere dell’agevolazione, sarebbe tollerabile dall’azienda. Ipotizziamo di avere un apriscatole su un’isola deserta per aprire una lattina di tonno. Ma nell’intervista di Nannicini c’è un passaggio che lascia perplessi, ed è quello relativo all’Irpef:

Renzi è tornato anche a promettere tagli dell’Irpef. Cosa avete in mente?
«L’obiettivo è quello di ridurre la pressione fiscale sui ceti medio-bassi. E magari sulle nuove generazioni»

Come?
«Per esempio introducendo una doppia progressività, legata al reddito ma anche all’età: più sei giovane, meno tasse paghi. Questo anche per rimuovere alcune storture nel rapporto tra generazioni che ancora ci portiamo dietro e per favorire l’occupazione giovanile»

Questo punto è talmente rilevante che fornisce il titolo all’intervista: «Irpef, nel nostro piano i giovani pagano meno». Ora, se le cose stessero realmente in questi termini, ci sarebbe motivo di robuste perplessità. Intanto, non è chiaro perché un giovane dovrebbe pagare meno Irpef. A noi d’acchito viene in mente il “dettaglio” dell’articolo 53 della Costituzione, primo comma, che di fatto richiama il concetto di equità orizzontale: due soggetti con lo stesso reddito devono pagare la stessa quantità di tasse. A parte ciò, quali sarebbero le “storture” nel rapporto tra generazioni riguardo alle imposte sul reddito (e non sul patrimonio)? Non è che vogliamo ridurre a tutti i costi la pressione fiscale sui giovani e tentiamo di scalare una parete di vetro a mani nude? Certo, se nell’Irpef entrasse anche la tassazione dei redditi di capitale, molte “storture” verrebbero meno, il sistema riacquisterebbe la sua progressività, l’imposta tornerebbe a contare qualcosa anziché essere stata eviscerata nel corso degli anni per opera di una pletora di imposte sostitutive, e magari potremmo anche ridurre significativamente le aliquote nominali ed effettive. Eh.

A parte questi voli con la fantasia, e prendendo per realizzabile la proposta di Nannicini, sorge il piccolo problema di come finanziarla. Nei prossimi giorni verrà presentato uno studio di due docenti della Luiss, Fabio Marchetti e Luciano Monti, che ipotizza di finanziare lo sgravio Irpef sui giovani facendolo pagare, tu pensa?, a tutti gli altri. Sarà interessante capire per quale diavolo di motivo, anche se i due studiosi ci informano che obiettivo è ridurre “il disagio giovanile”, forse aumentando quello delle altre fasce d’età. Per Nannicini, invece, lo sgravio ai giovani sarebbe così finanziato:

«C’è ancora molto da fare per far emergere base imponibile, per esempio sull’Iva. E la riforma della pubblica amministrazione dovrà portare a risparmi graduali ma tangibili. C’è poi il tema della tassazione dell’economia digitale e dei profitti legati all’innovazione tecnologica. Un tema da affrontare a livello europeo»

Vaste programme. A parte il recupero di evasione Iva, che è cosa buona e giusta visto il mostruoso tax gap che l’Italia esibisce in Europa su questa imposta, avremmo lo scrigno di risparmi della leggendaria riforma della PA e, nientemeno, la web tax o come vogliamo chiamarla, che però è tema “da affrontare a livello europeo”. E certo, signora mia. Questi temi ricordano quando, anni addietro, tutto il paese faceva i trenini sulla spending review, in alcuni casi giungendo a vaticinare nuovi esborsi pubblici, “finanziati dalla revisione di spesa”. Un momento magico, l’invenzione del moto perpetuo, uno di quei proiettili d’argento che hanno sin qui sforacchiato la bara di questo povero paese, attendendo il proiettile finale, l’uscita dall’euro.

Che dire e fare, quindi, della “proposta” di Nannicini? Per ora, niente, attendiamo il Lingotto Reloaded, a giorni, e poi valuteremo. D’acchito, ci pare una riedizione della Corazzata Potiomkin, ma mai balzare alle conclusioni. Quello che invece è acquisito, ad oggi, è che il bonus 80 euro resta un intollerabile spreco da 10 miliardi annui, che avrebbero dovuto essere utilizzati per ridurre il cuneo fiscale già dal lontano 2014. Ve lo ripeteremo sino alla nausea. Ma c’è speranza, dopo tutto: si metta mano a questa demenziale misura, rendendola più equa e razionale, dirottandola sulla riduzione vera del costo del lavoro. Perché se tutti gli economisti di cui Renzi si è sin qui circondato hanno la missione di non rappresentargli la realtà e tentare riforme epocali con due euro bucati, l’esito continuerà ad essere sempre quello: una enorme presa per i fondelli in un paese che ha sempre meno tempo.

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