Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Perché il Jobs Act ha fallito nel rilanciare il tempo indeterminato

in Contributi esterni/Discussioni/Economia & Mercato/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

poniamo vi sia un imprenditore, in grado di assumere qualcuno nella sua azienda, in Italia. Il Jobs Act, come è noto, ha messo a regime la totale liberalizzazione del contratto di lavoro a tempo determinato, introdotto dal c.d. decreto Poletti, sicché detto imprenditore può attivarlo senza dover specificare alcuna causa giustificativa (come invece avveniva in passato) e può modularne la durata in maniera estremamente flessibile, grazie all’opportunità di utilizzare 5 proroghe nell’arco della durata massima di 36 mesi.

Ora, il Jobs Act, esattamente all’articolo 1, comma 1, del d.lgs 81/2015, dispone: “Il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro”. In altre parole, il lavoro a tempo indeterminato, stando all’enunciato normativo, è il contratto “comune”, cioè la forma lavorativa generale e prevalente, alla quale in via ordinaria si deve ricorrere.

Dovrebbe risultare “la forma comune di rapporto di lavoro”, anche perché un altro pezzo del Jobs Act, il d.lgs 23/2015, ha di fatto abolito l’articolo 18 per i lavoratori assunti a partire dalla vigenza di quella norma, sostituendo la reintegra con un’indennità pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità.

Acquisiti questi dati, caro Titolare, detti lei il problema. Come dice? Sì: “il candidato spieghi perché mai un imprenditore debba avventurarsi nell’assunzione a tempo indeterminato, visto che, per quanto l’articolo 18 sia disapplicato, comunque potrebbe subire tempi e costi di una vertenza e ulteriori costi per l’indennità risarcitoria in caso di licenziamento per giusta causa oggettiva, quando, invece, col tempo determinato può modulare come crede il rapporto lavorativo per 36 mesi (o anche più, con l’accordo in deroga davanti alle Direzioni Territoriali per il Lavoro), senza dover licenziare nessuno, ma limitandosi a conseguire il termine finale e senza dover nemmeno esporsi al rischio di pagare l’indennità risarcitoria”.

La risposta al quesito, Titolare, l’ha fornita l’ultima rilevazione Istat sull’occupazione. Essa, infatti, conferma che la crescita dell’occupazione, innegabile, è comunque:

  1. Assai limitata: il tasso di disoccupazione continua da anni ad oscillare tra il 12% e l’11%, con variazioni solo frizionali, segno che nonostante la crescita (debole) dell’economia, non si è ancora rilanciato il mercato del lavoro;
  2. Guidata praticamente solo da rapporti a tempo determinato e, comunque, flessibili, che crescono 10 volte di più di quelli a tempo indeterminato;
  3. Insufficiente, perché il vero indice dello stato di salute del mercato del lavoro è il tasso di occupazione, sostanzialmente fisso da anni tra il 56 e il 58%, sempre soggetto sostanzialmente solo a variazioni frizionali.

Il Jobs Act, nonostante tweet più o meno garruli che invitano ad andare #avanti, si conferma quel che si è sempre evidenziato da subito: totalmente inefficace a garantire ciò che promette, ovvero rilanciare il lavoro a tempo indeterminato, come spiega il Prof. Michele Tiraboschi.

Le “tutele crescenti” sono solo “indennità crescenti”, comunque entro il tetto delle 24 mensilità. Le politiche attive, che dovrebbero servire ad aiutare nella transizione tra un lavoro e l’altro, sono al palo, strette a tenaglia dalla cronica insufficienza di finanziamenti (non oltre 750 milioni, a fronte di 9 miliardi in Germania), dalla riforma delle province che ha travolto i centri per l’impiego, rimasti “terra di nessuno”, con pochissimi dipendenti e meno ancora risorse, e dalla velleità di creare un regista nazionale, l’Anpal, sulla base di una riforma della Costituzione bocciata con fragore il 4 dicembre 2016.

I bonus alle aziende, nel 2015 hanno trascinato in alto i contratti a tempo indeterminato, ma l’effetto si è già esaurito, come facilmente prevedibile e previsto.

Sino a quando ci si contenterà di dati che rilevano una crescita assoluta del numero dei contratti, senza saper analizzare la qualità dei contratti e l’incidenza sulle coorti demografiche, il Jobs Act potrà continuare ad essere un vessillo da sbandierare a chi si ferma alle poche parole della propaganda da tweet.

È evidente, invece, che l’analisi profonda dei dati svela come il Jobs Act abbia prodotto effetti paradossalmente opposti ai suoi intenti, condannando il mercato del lavoro italiano ai “MacJobs”.

Un ripensamento profondissimo sulle regole del tempo determinato, che accresca notevolmente gli oneri previdenziali; un rilancio dell’apprendistato come vero contratto a tutele (e competenze) crescenti; la rinuncia a finanziamenti pubblici a tirocini e stage (come invece largamente accaduto con Garanzia Giovani); lo stop a bonus vari che drogano il mercato. Sono poche immediate ricette immediatamente necessarie, per anticipare una revisione ancor più ampia, capace di introdurre in Italia davvero politiche attive del lavoro per aiutare i disoccupati a ricollocarsi. Ma, se si continua a pensare di procedere “ad invarianza della finanza pubblica”, si continuerà a restare terzi in Europa per tasso di disoccupazione ed a gioire per riduzioni impercettibili della disoccupazione, dovute a contingenze e nulla più.

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