Andrà molto peggio, prima di andare meglio

All’Osteria Bonus Renzi, offre lui e pagate voi

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Su Avvenire oggi trovate un’intervista all’ex premier, impegnato in un giro d’Italia ferroviario. Nulla destinato a restare nei libri di storia, semplicemente l’ennesimo rilancio di promesse di mance, per inseguire con la lingua a penzoloni i guaritori che vogliono miliardi dalla Ue aumentando con un tratto di penna il numero di disoccupati e quelli che vogliono la seconda moneta per dare liquidità all’economia. Renzi, fedele a se stesso, promette bonus da 80 euro.

La premessa è molto classica, soprattutto se stai parlando col quotidiano dei vescovi:

«Abbiamo fatto poco per le famiglie. Dobbiamo fare di più. Mille euro netti all’anno per tutti i ragazzi under 18. Un bonus di ottanta euro al mese, una misura universale per i figli. La chiamerei la via italiana al quoziente familiare»

Dopo gli asili nido, ecco l’altro grande topos di welfare italiano degli ultimi dieci anni ed oltre, il leggendario quoziente familiare. Berlusconianamente, Renzi ha solo certezze e sa far di conto:

«Sarà la prima misura della prossima legislatura. Abbiamo già fatto simulazioni, abbiamo già chiari i conti. Restano da definire i dettagli. Sarà anche una sfida alla politica: il “mio” Pd non sta a discutere di galateo istituzionale, si concentra sui temi concreti. Ecco il punto: io voglio allargare il meccanismo degli 80 euro al mese, Salvini e Di Maio vorrebbero eliminarlo. […] bonus a tutti gli “under 18”, ma con un limite di reddito. Insomma, non sarà per i figli di Marchionne e di Elkann, ma per la gran parte delle famiglie italiane si»

C’è da dire che facciamo indubbi progressi: una versione di 80 euro con la prova dei mezzi, o means testing, nel senso che non lo si darebbe a tutti. Sfortunatamente, c’è un aspetto non marginale, diligentemente segnalato dagli intervistatori:

Ci saranno le coperture? Gli “under 18” in Italia sono 10 milioni e facendo due conti serviranno 10 miliardi.
«La battaglia sulla flessibilità per i conti pubblici l’abbiamo già fatta nel 2014. La rifaremo. Stando ancora una volta a gomiti aperti. Senza timidezza. Senza concessioni. Siamo orgogliosi di aver preso un Paese che stava a -2% di crescita e di averlo portato vicino al 2%. È un risultato che ci va riconosciuto. Ma questo elemento non è sufficiente per il futuro. La nuova battaglia è arrivare al 2,9% di deficit, è “tornare a Maastricht”, che vuole dire avere dai 30 ai 50 miliardi in più»

La vincerete?
«Il 2,9% è nei fatti. Ma ci dobbiamo far sentire e, parallelamente, mettere in moto un’operazione per abbattere il debito pubblico»

Chiaro, no? L’Europa ci deve permettere di arrivare al 3% di deficit, così avremo un sacco di soldini da far piovere in testa agli italiani. L’Europa ci deve dare i soldi. Ah no, aspetta, sono soldi nostri, presi a credito da noi stessi e dalle nostre future tasse. E quando andremo in dissesto, dovranno aiutarci, basta col Fiscal Compact! Ormai Renzi ha deciso che “andremo a Maastricht”, un po’ come andare a Medjugorie, e ci prenderemo i soldi che ci servono, perché lui è credibile.

Però io lo capisco: impegnato com’è a combattere contro quotidiani deliri tra reddito di cittadinanza “che si autofinanzia coi soldi dell’Europa”, e moneta fiscale per fare gli investimenti che servono, non è semplice fare un discorso adulto ad un paese di minori e minorati, politicamente parlando. Un po’ come essere in Sudamerica senza avere le materie prime, alla fine. Si fa una sceneggiata ed un teatrino, e si vede se si porta a casa qualcosa. E questa arguta condotta sta in effetti da tempo producendo risultati: andiamo sempre più verso la segregazione del rischio su linee nazionali. Quando servirà, il nostro debito pubblico verrà riprofilato, cioè abbattuto, cioè messo in default, e vissero tutti felici e contenti.

Per il momento, Renzi ha capito che il paese resta berlusconiano dentro, tra esenzione bollo prima auto, prima casa, prima dentiera, pensioni a mille euro per tutti “e uno Stock 84!“, e si adegua. A margine, segnalo che nell’intervista c’è una domanda sul tormentone Bankitalia, l’ultimo teatrino di un paese impotente. Una domanda molto pertinente, che avrebbe dovuto girare per la testa di tutti i nostri retroscenisti, l’unica che andrebbe fatta:

Questione governatore a parte, non abbiamo però ancora capito quali sono i correttivi che lei intende apportare al sistema, posto che oggi la Vigilanza è più europea che italiana.
«La questione bancaria è complicata. Io rifarei quello che abbiamo fatto dal 2014 per salvare gli istituti, perché non puoi danneggiare chi ha un conto. Ma sulle regole bancarie in Europa, sulle scelte manageriali fatte nelle banche commissariate – tema di cui non sta parlando nessuno – e sulla tempistica degli interventi adottati, penso che una riflessione vada fatta»

Tradotto: non ha la più pallida idea di che diavolo stiamo parlando né di cosa sia ‘sta vigilanza. E dire che di vigili e vigilesse è un esperto. Alla fine, come si legge dal testo, la risposta potrebbe essere questa: “Rimetterei soldi pubblici per salvare banche distrutte da bande criminali e incapaci. Vorrei avere qualcuno che scegliesse i manager bancari, perché è colpa di Visco se queste banche erano piene di cretini e farabutti. Ah, e poi dimenticavo: l’Europa, poteva mancare l’Europa? Niente bail-in, solo bail-out. Con i nostri soldi, che comunque ci deve l’Europa”.

Ecco, questo vi dovrebbe fornire la misura del perché il dibattito esistenziale su Visco sì, Visco no, è l’ennesima scelta polarizzante prodottasi nella Terra dei Cachi. Cameriere, il bonus della staffa! Offre Renzi, pagano gli italiani.

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