Un mondo senza Israele

Immaginate che Israele non sia mai esistito. Pensate che il profondo malessere economico e la repressione politica che spingono molti giovani uomini arrabbiati a diventare kamikaze svanirebbero? Che i palestinesi avrebbero un loro stato indipendente? Che gli Stati Uniti, liberati dal fardello del proprio ingombrante alleato nella regione, sarebbero finalmente amati nel mondo musulmano? Wishful thinking. Israele di fatto determina il contenimento di molto più antagonismo di quanto ne produca. E’ la tesi di Josef Joffe, ricercatore della Hoover Institution e dell’Institute for International Studies, entrambi della Stanford University, che vogliamo illustrare.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nessuno stato ha sofferto un così crudele rovescio delle proprie sorti quanto lo stato di Israele. Ammirato fino agli anni Settanta come lo stato degli ebrei, che erano riusciti a sopravvivere contro ogni avversità, e che avevano portato democrazia e fatto fiorire il deserto in un ambiente ostile tanto alla libertà che all’agricoltura, Israele è diventato il bersaglio di una delegittimazione strisciante. La versione soft di tale delegittimazione incolpa Israele per ogni malessere del Medio Oriente, e per aver “corrotto” la politica estera americana. Questo è il leit-motiv degli editoriali in giro per il mondo, per non parlare delle abituali teorie cospirative di cui le pagine della stampa arabo-islamica abbondano. La più recente versione hard di questa teoria si spinge a teorizzare l’azzeramento dello stato di Israele, la cui sola esistenza e non il comportamento e la gestione delle relazioni internazionali, rappresenterebbe la radice di tutti i problemi della regione. Secondo la prima versione, quella che Joffe definisce del “wagging the dog”, del portare a spasso il cane, Israele controllerebbe, attraverso la lobby dei neoconservatori, un’amministrazione americana fantoccio. Nulla di nuovo sotto il sole, la responsabilità di ciò che accade sotto la superficie è sempre di qualche complotto ebraico. Con una ulteriore variante ideologica: non dovrebbe essere consentito, in una democrazia, permettere ai sottogruppi nazionali di influenzare la politica nazionale. E’ la vecchia tesi della dual loyalty degli ebrei, fedeli ad Israele prima ancora che allo stato di cui sono cittadini. Altra variante è quella che potremmo definire “psicologico-caratteriale”, nel senso che tenta di attribuire agli stati alcuni tratti comportamentali. Così, il “cocciuto” e “recalcitrante” Israele dovrebbe essere ricondotto alla “ragione”, attraverso varie forme di pressione e sanzioni, per raggiungere l’agognata pace nella regione. Alcuni osservatori ed analisti affermano che il comportamento di Israele rappresenta un ostacolo alla democratizzazione del mondo arabo, perché infiamma i peggiori aspetti nazionalisti e culturalmente regressivi della società arabo-islamica. Un po’ come l’incendiario che accusa i pompieri per l’estensione dell’incendio, o la gang di strada che accusa la polizia di avere “risposto” all’aggressione, alimentandola. La classica tattica retorica dialettica dell’inversione tra causa ed effetto, quella secondo la quale Saddam Hussein avrebbe cercato di sviluppare armi di distruzione di massa per compensare la superiorità militare israeliana. Salvo passare sotto silenzio il fatto che le deposte elites irachene consideravano vitale dotarsi di armi non convenzionali in primis per controbilanciare la superiorità iraniana nella regione e, come motivazione secondaria ed accessoria, per acquisire prestigio e potere nel mondo arabo, anche in chiave anti-israeliana. Lo stesso uso di armi non convenzionali da parte del regime di Saddam non avvenne contro Israele, ma contro altri musulmani, iraniani e curdi, con la strage al gas nervino di Halabja, nel 1988 (elemento di cui i pensosi progressisti europei tendono a dimenticarsi).

Riguardo la versione hard della teoria, essa afferma semplicemente che Israele non ha diritto di esistere. Esso rappresenta un vulnus, una ferita, nei rapporti tra occidente e mondo arabo-musulmano. La stessa idea di uno stato ebraico costituirebbe, secondo questa teoria, un anacronismo, in quanto sarebbe una rappresentazione tardo-ottocentesca di un progetto separatista, qualcosa che attenta al nuovo pensiero unico, tanto caro ad ampia parte della sinistra europea, del perfetto teleologismo della società multietnica e multirazziale, cementata dalla legge internazionale (vi ricorda nulla?). Joffe decide allora di usare la bacchetta magica, e di far “sparire” lo stato di Israele, “sanando” il peccato originale della sua creazione. Ecco le conclusioni a cui giunge, per confutare l’idea secondo la quale in tale scenario il mondo musulmano diverrebbe un’oasi di atarassia e felicità sulla terra, senza bisogno di farsi esplodere per andare a raggiungere le tradizionali 72 vergini. Ma finirebbe davvero così? NO, secondo Joffe. Nel 1948, all’annuncio della nascita dello stato di Israele, gli eserciti arabi di Egitto, Transgiordania (ora Giordania), Siria, Libano, Iraq, marciarono su Tel Aviv ed Haifa non per “liberare” lo stato dei palestinesi, ma per annettersi quanta più terra possibile. Se vi fossero riusciti, il numero dei rifugiati palestinesi sarebbe aumentato, non diminuito. Ricordate la popolazione del Kuwait che fuggiva dal “liberatore” Saddam nel 1990?

Ancora: se Israele fosse stato cancellato dalla cartina geografica della regione in occasione della guerra dei Sei Giorni, nel 1967, l’egiziano Nasser e il siriano Assad avrebbero consegnato la terra di Palestina nelle mani dell’odiato Yasser Arafat, sospettato di tramare contro i regimi della regione sin dalla fondazione di Fatah? Ricordate il “Settembre Nero”? Fu, in essenza, l’autodifesa di re Hussein di Giordania dalle mire palestinesi di creare uno stato palestinese entro i confini giordani, si risolse in un massacro di uomini, donne, bambini palestinesi.

Ma allora, che accadrebbe se Israele sparisse oggi? Secondo Joffe, resterebbero in essere almeno cinque cause di conflitto nella regione:

1. Stati contro stati: la scomparsa di Israele scatenerebbe gli appetiti dei paesi della regione per ridisegnarne la mappa. Nel 1970, solo la deterrenza israeliana impedì alla Siria di invadere la Giordania sotto il pretesto di appoggiare una sollevazione palestinese. Il rais egiziano Nasser, autoproclamato paladino del panarabismo, intervenne militarmente in Yemen negli anni 60. Il suo successore, Anwar el-Sadat, fu coinvolto in ripetuti scontri con la Libia negli anni 70. La Siria ha marciato sul Libano nel 1976 e di fatto lo ha annesso quindici anni dopo, con la complicità francese e la connivenza del Vaticano, soddisfatto che i cristiani libanesi potessero sopravvivere e preservare, formalmente, la propria identità religiosa, ma di fatto ridotti alla condizione di dhimmi, cioè di appartenenti a fede diversa dall’islam, tollerati ma rinchiusi in recinti e riserve molto simili a quelli riservati in Cina ai panda giganti; l’Iraq aggredì l’Iran nel 1980, in quella che sarebbe diventata la più lunga guerra convenzionale del ventesimo secolo, e invase il Kuwait nel 1990. Nessuno di questi conflitti ebbe una qualche relazione con il conflitto israelo-palestinese;

2. Credenti contro non credenti: chi pensa che il conflitto mediorientale sia un conflitto ebraico-islamico, rifletta su alcuni dati: 14 anni di guerra di religione in Libano; la campagna di sterminio di Saddam contro gli sciiti iracheni all’indomani della Guerra del Golfo; il massacro, ad opera delle truppe siriane, di 20.000 persone nell’assedio alla città di Hama, roccaforte della Fratellanza Musulmana, nel 1982; la violenza terroristica contro i cristiani d’Egitto, negli anni Novanta. Aggiungete la repressione quotidiana che i pii wahabiti dell’Arabia Saudita esercitano contro chi ha uno stile di vita meno devoto del loro;

3. Ideologie contro ideologie: il sionismo non è l’unico “ismo” della regione. Il nazionalismo panarabista nasseriano, ferocemente antimonarchico, l’Iran khomeninista mortale avversario dell’Arabia Saudita wahabita, sono fenomeni politici che nulla hanno a che vedere con il conflitto israelo-palestinese, con la parziale eccezione di Hamas, armata terroristica il cui programma politico, oltre all’annientamento dell'”entità sionista” è niente meno che la creazione di uno stato arabo unificato sotto il volere di dio;

4. Utopia reazionaria contro modernità: il collante dell’odio contro Israele è l’unico elemento che impedisce lo scontro finale tra tradizionalisti islamisti e modernizzatori arabi, e l’esplodere del finora malcelato scontro di classe, che opporrebbe una minuscola borghesia e milioni di giovani uomini disoccupati contro il satrapismo, nepotismo e corruzione di un potere statuale che controlla i mezzi di produzione;

5. Regimi contro popoli: la sola esistenza dello stato di Israele non può spiegare e giustificare l’esistenza di innumerevoli stati-Mukhabarat, cioè di stati che si reggono su delazione ed una struttura pervasiva, ubiqua e totalizzante di spionaggio contro la propria popolazione. Con le parziali eccezioni di Giordania, Marocco e degli sceiccati del Golfo, che attuano una qualche forma di monarchia “illuminata”, i restanti regimi arabi rappresentano variazioni sull’unico tema del dispotismo. Dalla dittatura dinastica siriana all’autoritarismo egiziano. Oltre centomila morti in Algeria, in una guerra che ha opposto integralismo fascista ad un laicismo statuale altrettanto fascista; Le vittime di Saddam, così frettolosamente dimenticate dalla propaganda “progressista” europea e di casa nostra, il cui numero è stimato (certamente per ampio difetto) in 300.000; la teocrazia iraniana, impegnata fino all’inizio degli anni Novanta, dopo la devastante guerra con l’Iraq, a contenere moti popolari.

Ci vuole una vivida immaginazione per credere che, rimuovendo il fattore-Israele dall’equazione mediorientale, l’intera regione diverrebbe un modello di liberalismo. Certo, si può concedere che la retorica del “nemico sionista” abbia agito da stampella per le dittature della regione, reprimendo il dissenso. Ma che c’entra Israele con le stragi algerine, con il bizzarro culto della personalità della Libia, con la pia cleptocrazia saudita, con il dispotismo clericale iraniano, con il persistente fallimento della democrazia a mettere radici in Pakistan? Secondo Joffe il conflitto, se anche Israele scomparisse dalla scena, si sposterebbe dall’esterno all’interno del mondo arabo-islamico, perché il tratto caratterizzante della cultura di questo mondo è quella della “civiltà dello scontro”, per usare il termine dello storico britannico Niall Ferguson che inverte la celeberrima e fin troppo abusata (anche da frettolosi non-lettori del suo autore) espressione di Samuel Huntington.

Le calamità del mondo arabo-islamico sono interamente fatte in casa, e sono di tre tipologie: la mancanza di libertà, con il suo corollario di autocrazie, nepotismi, elezioni farsa e monopartitiche, vincoli soffocanti alla società civile, un potere giudiziario controllato dall’esecutivo, forti limiti alla libertà di espressione ed associazione. La seconda tipologia di calamità auto-inflitta è rappresentata dalla mancanza di conoscenza: 65 milioni di adulti analfabeti, 10 milioni di bambini privati anche della scolarizzazione di base, un ritardo epocale e tragico nella ricerca e sviluppo della società e delle tecnologie dell’informazione; terza iattura, la più bassa partecipazione delle donne alla vita politica ed economica sul pianeta. La crescita economica continuerà a stagnare fintanto che oltre metà della popolazione rimarrà largamente segregato, in ogni senso.
Possono 5 milioni di ebrei alimentare la rabbia di oltre un miliardo di musulmani? E se Israele scomparisse, l’odio verso gli Stati Uniti si dissolverebbe? Prendiamo la Dichiarazione del Cairo del 2002: una lunga giaculatoria di capi d’imputazione anti-americani, sottoscritti da oltre 400 delegati, tra i quali alcuni occidentali, e soprattutto dagli intellettuali riformisti arabi che si battono (spesso pagandone a carissimo prezzo le conseguenze) per una modernizzazione e liberalizzazione delle proprie società, dove gli Stati Uniti vengono accusati di neo-colonialismo, globalizzazione capitalistica che impedisce lo sviluppo di “forze alternative” (??), che potrebbero guidare il mondo verso un vero multipolarismo. La questione palestinese, in questo florilegio di accuse, non è trattata se non marginalmente. Gli Stati Uniti sono responsabili di tutti i mali della società arabo-islamica, esattamente come lo erano i britannici prima di lasciare la regione, dopo il 1948.

Israele è solo una striscia di terra posta nel vicinato più avvelenato e tossico del pianeta. E la bonifica non è ancora neppure iniziata.

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