La Fortezza Europa

Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo. Dunque, Chirac ha parlato, ed è stato un brontolio sordo, ma solennel, comme il faut: “inaccettabile”, perlomeno prima che sia celebrato in Francia il referendum europeo, dove i “no” hanno serie possibilità di vittoria. E in Italia? Il giornale che ha dato maggiore rilievo alla fu-direttiva Bolkestein, è stato l’Unità. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, e diretto fino alla scorsa settimana dall’ex presidente di Fiat Usa, ha espresso la propria grande soddisfazione per l’accantonamento del progetto di direttiva, ma ha naturalmente omesso di segnalare il trascurabile dettaglio che tale apparente scardinamento delle protezioni sociali fu elaborato durante la Commissione diretta dall’Uomo della Provvidenza Progressista, Romano Prodi. Queste continue amnesie selettive, che caratterizzano tutta l’opera del cartello di sinistra, restano la migliore manifestazione dell’insipienza di un raggruppamento il cui unico collante resta l’ossessione antiberlusconiana, con buona pace dello psicodramma collettivo denominato, con truffaldino simbolismo operaista, “Fabbrica del Programma”. E’ un po’ quello che succede in questi giorni all’Irap: prossima ad essere dichiarata inammissibile dall’Unione Europea, per manifesta scopiazzatura della struttura dell’Iva, è diventata la patata bollente del governo che da sempre l’ha avversata. La sinistra irride il pinocchio Berlusconi, ma ancora una volta dimentica di segnalare che l’Irap fu inventata dal governo Prodi, ministro delle finanze Vincenzo Visco, nel 1997, e che lungo tutta la passata legislatura venne utilizzata per reperire fondi nelle manovre di aggiustamento infrannuali. Non solo. L’Irap fornisce attualmente il 74 per cento del gettito fiscale delle regioni, ma appare evidente che si tratta di un gettito pesantemente sperequato, visto che il reddito della Lombardia non è esattamente quello della Basilicata. Chi è il vero Pinocchio? L’attuale ministro delle Infrastrutture, Lunardi, che subisce una mozione di sfiducia individuale per non aver impedito ad alcuni imbecilli di accedere alla Salerno-Reggio Calabria con camion ed autoarticolati privi di catene durante una tormenta, oppure il questurino Di Pietro, che da Ministro dei Lavori Pubblici, nel governo Prodi, non riuscì nemmeno a far partire i cantieri per il raddoppio della Salerno-Reggio o della Variante di Valico per il veto dei Verdi, suoi alleati passati e futuri? Su una cosa siamo d’accordo con Prodi: il benessere economico non è qualcosa che si acquisisce una volta per tutte. Leggasi: il declino è sempre dietro l’angolo, soprattutto in quest’epoca di globalizzazione trionfante. Ecco come andava letto il progetto di direttiva Bolkestein, un tentativo di armonizzare “dal basso”, cioè attraverso meccanismi di mercato, una costruzione ancora frammentaria quale è l’Unione Europea. Ora, il duro risveglio: i paesi di nuovo ingresso nell’Unione hanno strutture di costo del lavoro e meccanismi di protezione sociale di gran lunga meno onerosi di quelli dei Dodici, e in un elevato numero di casi hanno pure un sistema fiscale imperniato sulla flat tax, cioè su un’unica aliquota dell’imposta personale sui redditi. Una miscela potenzialmente devastante per Francia, Germania, Italia, ma non solo per loro. E così, l’uomo che guida la coalizione che vuole “aiutare chi è rimasto indietro a rialzarsi”, era di fatto l’architetto della demolizione del vecchio sistema welfaristico europeo. Per favore, qualcuno lo dica a Fassino…

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