Prese di coscienza

Finalmente, dopo mesi di pervicace e surreale ottimismo, il premier prende atto che qualcosa non funziona nel profondo dell’economia italiana. Attendiamo gli sviluppi operativi, con l’abituale disincanto. Nel frattempo, pare che il consiglio dei ministri di ieri abbia rappresentato qualcosa di molto simile ad un gruppo di autocoscienza, con la malintesa “socialità” (leggasi ciclo elettorale di spesa) dei Baccini e degli Alemanno finalmente silenziata. E’ un buon viatico. Non ha tutti i torti il governatore della Banca d’Italia quando afferma che, per individuare un trend, occorrono non meno di tre trimestri, anche se queste regolette numeriche di solito servono a opinionisti e polemisti da osteria (figure che spesso tendono a coincidere) per riprodurre gli abituali schemi biscardiani sui quali il paese da sempre galleggia.

L’Italia ha, non da ieri, non da quattro anni, ma da circa un decennio, una crescita che tende ad essere laggard e depotenziata rispetto a quella europea. Le cause sono da rintracciare nella collocazione marginale del paese nell’ambito dei flussi di commercio internazionale, nella specializzazione in settori a basso valore aggiunto, nella insufficiente dotazione infrastrutturale ed “istituzionale” (leggasi pubblica amministrazione, corpus normativo e fiscalità d’impresa), che hanno finora prodotto irrisori flussi d’investimento diretto estero, nella crescita assai ridotta della produttività (causata da tassi d’investimento persistentemente anemici, malgrado livelli di profitto spesso non bassi, a conferma della genetica avversione al rischio dei “capitalisti” italiani), che viene sempre più spesso annullata da aumenti retributivi contrattuali sui quali pesa come un macigno il cuneo fiscale, cioè la differenza tra salari lordi e netti. La crescita italiana è anche minore rispetto a quella dei principali partner a causa di un tasso di partecipazione alla forza lavoro molto basso, malgrado le innovazioni introdotte dalle nuove forme di flessibilità regolamentata, come part-time e lavoro interinale, che esistevano da prima della legge 30.

Il paese necessita di alcuni interventi strutturali e, per ciò stesso, costosi: riduzione del tax wedge sulle retribuzioni, agevolazioni fiscali per promuovere le fusioni intrasettoriali, ed attribuire alle aziende maggiore capacità di stare sui mercati internazionali, aumentando l’incidenza sul fatturato degli investimenti in ricerca e sviluppo.
Pochi politici sono disposti a dire che, in un paese come l’Italia, caratterizzato da produzioni mature, dove il fattore critico di successo è ormai pressoché esclusivamente il prezzo, il recupero di competitività sui mercati internazionali potrà avvenire solo attraverso riduzioni delle retribuzioni reali e (addirittura) di quelle nominali. In Germania, nei mesi scorsi, sono stati firmati numerosi accordi incentrati sullo scambio tra conservazione del posto di lavoro e blocco delle retribuzioni nominali (è accaduto a Volkswagen, ad esempio, ove questo “baratto” resterà in vigore per 28 mesi), e addirittura nel pubblico impiego. Contestualmente, il governo rossoverde di Schroeder ha ridotto l’imposta sul reddito delle persone fisiche per 6.5 miliardi di euro, privilegando i redditi più elevati, ha introdotto meccanismi di compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria ed ha ridisegnato in senso restrittivo i requisiti che danno diritto ai benefici del welfare, provocando di fatto l’emersione della disoccupazione occulta. Il combinato disposto di queste misure è stato l’aumento del tasso di disoccupazione fino al livello del 12 per cento, oltre cinque milioni di persone, nuovo massimo (in valore assoluto) dai tempi della Repubblica di Weimar. La crescita del prodotto interno lordo tedesco nel primo trimestre 2005 (più 1 per cento trimestrale, contro attese per un più 0.5 per cento) è tuttavia il risultato della correzione del dato per i giorni lavorati, oltre che per la stagionalità. Infatti, il prodotto interno lordo tedesco, non corretto per questi fattori, fa segnare nel trimestre una crescita nulla.

In Francia, il cui dato sul pil del primo trimestre verrà reso noto la prossima settimana, le cose stanno rapidamente deteriorandosi. Nel 2004, la Francia ha rappresentato una sorta di “isola felice” europea per i consumi delle famiglie, malgrado una disoccupazione costantemente a ridosso del 10 per cento. Ma ciò è stato possibile solo grazie alle furbesche misure dell’ex ministro dell’Economia, Sarkozy, che ha permesso di donare a figli e nipoti, in esenzione d’imposta, fino a 20.000 euro, oltre che di prelevare, sempre senza pagare tasse, dai propri conti di risparmio previdenziale individuale, cioè di fatto di spendersi i propri consumi futuri. Appena il grosso di queste misure artificiali di stimolo è venuto meno, ed in presenza di una disoccupazione alta e crescente, abbiamo assistito e stiamo assistendo ad un drammatico crollo verticale di fiducia dei consumatori, che ha rapidamente contagiato produzione industriale ed investimenti.

E ora, che fare? Riteniamo che Berlusconi avrà rilevanti difficoltà ad invocare la concertazione (o “corresponsabilizzazione”, come preferisce definirla) con le parti sociali, avendo trascorso buona parte della legislatura ad ignorare (spesso a ragione) delle rivendicazioni sindacali a prevalente matrice politica. Berlusconi, poi, sembra essere l’ideologo di una bizzarra versione della teoria liberista dello “stato minimo”: il governo inesistente. Ai suoi occhi, infatti, sembra che intervenire e legiferare per fare (ad esempio) politica industriale, o rimuovere condizioni di scarsa o nulla concorrenza settoriale, sia un peccato mortale, la violazione dei precetti liberali che egli deve aver tuttavia studiato su qualche bignami taroccato. L’opposizione avrà buon gioco a chiedere interventi straordinari (leggasi pesantissimi sacrifici ai lavoratori), che potranno essere “concessi” solo dopo aver ottenuto come contropartita le elezioni ad ottobre, certa di stravincerle. E’ certamente il gioco delle parti, nessuno scandalo. Ma quello che riteniamo del tutto intollerabile è l’atteggiamento di Prodi:

Prodi ha aggiunto: “Lo stesso giorno in cui appare un deficit forte, si dice togliamo tutta l’Irap in un anno…”. “Veramente – ha concluso Prodi – più leggo e più sento, meno riesco a capire quale sia la strategia del governo”.

Un atteggiamento di demagogia di stampo sudamericano che poggia sul frusto giochetto dei due tavoli: quando il deficit si allarga per effetto della crescita insufficiente, Prodi gioca a fare il rigorista ed accusa il governo di dissipare risorse fiscali. Ma quando l’esecutivo (An e Udc permettendo…) tenta di contenere il disavanzo, eccolo sentenziare che così si strangola un’economia già debole. Davvero un esempio da case-study di cinismo e immoralità politica, quella che proviene da chi ha inventato l’Irap, continua a non fornire neppure un canovaccio di programma elettorale, ma si dice comunque pronto per le urne, per “salvare il paese”.