Come si cambia (per non morire)

Disperazione C’è qualcosa di grottescamente lugubre nella foto che immortala l’abbraccio di Jacques Chirac e Gerhard Schroeder. Due uomini che si abbracciano, quasi si avvinghiano, nel loro intendimento a rimarcare, anche plasticamente, la saldezza ed indissolubilità di quella costruzione europea che due loro predecessori (di ben altro spessore e visione politica) hanno contribuito in modo determinante a creare. E’ l’abbraccio di due leader politici sconfessati, sconfitti, esausti, ma che non vogliono arrendersi. E’ parte della psicologia umana, soprattutto applicata alla politica, questa disarmante cecità a non voler realizzare che è finita. E’ il rovescio della medaglia della trance agonistica dell’homo politicus, quell’ammirevole, affascinante animale sociale che non smette di lottare per le proprie idee, alte o basse che siano, si chiami egli De Gasperi, Adenauer o Mastella Clemente da Ceppaloni.

Chirac e Schroeder, dunque. L’uno è l’anatra azzoppata, l’altro sarebbe addirittura l’anatra morta, per usare la definizione icastica del Financial Times. L’uno è Monsieur le President di un paese caduto vittima del proprio dirigismo, rapidamente trasformatosi in qualcosa di molto simile ad un incubo orwelliano, con annessa psicopolizia del libero pensiero. La Francia degli enarques, i civil servants prodotti dalla Ecole Nationale d’Administration, che hanno sviluppato nei decenni un grande progetto-paese, quel “fare sistema” di montezemoliana memoria che ha portato ai discendenti di Asterix i treni ad alta velocità, l’autosufficienza energetica, un sistema infrastrutturale e tecnologico da fare invidia a tutto il mondo. Ma anche la Francia dei paysans pesantemente sussidiati con fondi europei, dei José Bové che giocano a fare i no-global e che invece sono portatori (e neanche troppo sani) di quel protezionismo che sta seppellendo lo sviluppo economico di molti paesi del Terzo Mondo, oltre a quello europeo. La Francia dei Lumi, la Francia che cercava con ogni mezzo il melting pot multiculturale e si è trovata solo con un salad bowl, il vaso di un’insalata irrancidita, condita con autosegregazione ed odio etnico-religioso come non si vedeva dai tempi della guerra d’Algeria. La Francia che fu di De Gaulle, che si ritirò a vita privata un minuto dopo essere stato sconfitto in un referendum popolare. La Francia che ora è di Jacques Chirac, che invoca l’espansione europea fino alle Colonne d’Ercole ed oltre, ma poi va in televisione a dire ai suoi chers compatriotes che la Francia sarà un baluardo contro l’odiato liberismo ed il dumping sociale, quello rappresentato dagli idraulici polacchi e dai camionisti turchi, i cui paesi egli vorrebbe invece attaccare al carro napoleonico dell’Unione Europea, pregandoli, con i modi da grande statista visionario che lo caratterizzano, di non perdere nessuna buona occasione per tacere, segnatamente quando ci sono di mezzo gli odiati cowboys. Dall’altra parte c’è Gerhard Schroeder, l’uomo che dal settembre 2002 riesce a perdere tutte le elezioni regionali del proprio paese, un Re Mida alla rovescia. L’uomo che ha deciso di schierarsi con Chirac contro idee sovversive e destabilizzanti come quella di esportare libertà e democrazia. L’uomo che guida un partito che ha deciso di compiere la “grande traversata del deserto” e diventare modernamente centrista, un New Labour sulle rive del Reno. Per fare ciò ha avviato l’ambizioso progetto Agenda 2010, che ha finora smantellato iconoclasticamente tutte le granitiche certezze di cui i tedeschi hanno goduto negli ultimi decenni, non ultima quella, dal grande valore simbolico, del rimborso delle spese del taxi preso per recarsi dal proprio medico curante. L’uomo che guida un partito che è stato premiato con la scissione e l’uscita del Napoleone della Saar, Oskar Lafontaine, e di altri esponenti di quella “borghesia marxista” che tanta parte ha finora recitato nella commedia della decadenza della Vecchia Europa; un partito, la Spd, il cui presidente, Franz Muentefering, si felicita della scissione, affermando che la Spd “è un partito di centro”, salvo poi essere colto dalla “sindrome di Mahatir” e definire i fondi di private equity, (quelli che acquisiscono imprese agonizzanti e le rilanciano, dopo drammatiche e talvolta opinabili cure dimagranti), “uno sciame di locuste”. Schroeder è il nano che poco ha imparato del metodo di lavoro del suo predecessore, il gigante Helmut Kohl, che prima di presentare un progetto o un’iniziativa comunitaria, si attaccava al telefono per discuterne con i paesi “minori” della coalizione europea. Oggi, Schroeder ha scelto di farsi irretire e di essere politicamente succube di Jacques Chirac: sordo, cieco, selettivamente muto ed amnesico, politicamente schizofrenico. Allarghiamo la Ue, ma non veniteci a disturbare con i vostri piccoli salari e la vostra vitalissima fame di lavorare, intraprendere e rischiare. Che ne sarà di Chirac e Schroeder? Il verdetto all’imperitura saggezza degli antichi: simul stabunt, simul cadent.

E in Italia? Qui la situazione è ancor più farsesca, se possibile. Si fronteggiano due partiti: quello dell’eurottimismo di maniera, delle giaculatorie sulle magnifiche sorti e progressive di una comunità economica che sarebbe predestinata dalla Storia con la maiuscola a divenire comunità politica; quello che ha contribuito alla convergenza della lira all’Euro, sulla spinta della cultura emergenziale che da sempre è “patrimonio” di un paese rigorosamente a-geometrico ed anti-cartesiano ma che, in questa lotta contro il tempo e la deriva sudamericana, non ha potuto o voluto agire per raggiungere una convergenza frutto non di spremiture fiscali, bensì della liberalizzazione e liberazione delle (residue) forze vive e vitali del paese. E quello dei nostalgici delle svalutazioni competitive e della finanza pubblica dissipatrice, di denari e di moralità.; quello che vive di espedienti contabili, una tantum, concessioni balneari e levantinismo amorale gabellato come liberismo.
Chi vincerà, in Italia ed in Europa? La domanda è oziosa, perché sottintende un’opzione che in realtà non c’è. O meglio, come sostiene un europeista vero ed un autentico liberale e liberista, quale è Mario Monti, l’alternativa è tra sviluppo e declino, tra slancio propulsivo e decadenza, tra retorica e furbizie di una classe politica continentale (di cui quella italiana ne è la parte più malata) terribilmente inadeguata. Come scrive Thomas Friedman, di ritorno da un istruttivo ed illuminante viaggio a Bangalore, la capitale mondiale dell’outsourcing, in quell’India (la più antica civiltà, la più popolosa democrazia del pianeta) in cui il 70 per cento della popolazione ha meno di 25 anni: in questa economia europea gli elettori francesi ed europei difendono con le unghie e con i denti le loro 35 ore di lavoro settimanale, mentre gli ingegneri indiani sono pronti a lavorare 35 ore al giorno. Le economie dell’Europa occidentale sono avvinghiate (proprio come Chirac e Schroeder…) alle loro sei settimane di ferie pagate ed ai loro sussidi di disoccupazione spesso generosi quanto l’occupazione stessa, e non si accorgono di essere diventate sempre più intimamente integrate con l’Europa orientale, l’India e la Cina. E non è questione di ideologie: Friedman narra che alcune aziende globali operanti nel settore hi-tech avrebbero voluto stabilire degli impianti di outsourcing nello stato indiano del Bengala occidentale, il più antico governo comunista eletto rimasto oggi al mondo, ma che rischiavano di non poterlo fare a causa della possibilità di scioperi. Detto fatto, il governo comunista locale ha modificato la legislazione sul diritto di sciopero, ricomprendendo tra i “servizi essenziali” il settore dell’information technology.

Un piccolo consiglio da altrettanto piccoli ed insignificanti elettori e cittadini europei, quali noi siamo, alle teste pensanti di Bruxelles, Parigi, Roma, Berlino e dintorni: inizino subito i negoziati con la Turchia, ma per l’associazione in partnership economica, e lascino perdere l’idea balzana di portare in un parlamento europeo, eletto con il sistema proporzionale puro, i rappresentanti del più popoloso paese eurasiatico. In altri termini: per combattere declino e decadenza si torni all’idea primigenia di un’Europa del libero scambio. La globalizzazione sta iniziando a mostrare solo ora il suo volto “democratico”: il benessere non è qualcosa che si è acquisito una volta per tutte, o un diritto di stirpe (come invece pretenderebbero il razzismo sciovinistico francese e l’accidiosa opulenza europea), così come la povertà non è l’esito espiatorio di una colpa biblica. Competere e crescere economicamente vuol dire sopravvivere come civiltà.
La politique suivra.

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