Mi ritorni in mente

In una bella intervista concessa ad Aldo Cazzullo del Corriere, Mogol ripercorre il clima culturale degli anni Settanta, quello degli opposti estremismi e conformismi, quello in cui bastava una semplice gestualità per essere etichettato di destra o di sinistra. L’avvilente riflesso pavloviano del muro contro muro, il nemico da abbattere (all’epoca anche e soprattutto in senso letterale, con spranghe e P38), le sedicenti avanguardie culturali di un paese provinciale, perbenista ed ipocrita. La rigorosa assenza di una borghesia “laicamente sana”. Tracce culturalmente irrilevanti di una moral majority bigottamente conservatrice, che all’epoca si autodefiniva “maggioranza silenziosa”. E già allora, la robusta egemonia culturale della sinistra, lo schieramento più attrezzato in questo senso, a confronto della muffita simbologia tardo-fascista della destra italiana dell’epoca. Mogol parla di individualismo, e della solitudine di chi rifiuta d’intrupparsi. A lui e a Battisti andò comunque bene, ma è triste constatare come quei tempi sembrino ancora così attuali, nell’Italia pietrificata e berciante degli slogan e delle ideologie malate che tutto corrompono:

«Si diffuse la voce che Lucio fosse di destra. Fascista, missino. Tutte sciocchezze, frutto di deformazioni maliziose, allo scopo di renderci antipatici. Si inventarono anche che eravamo matti o che frequentavamo i balletti verdi, com’ erano chiamati allora gli ambienti gay. Facevamo un programma televisivo in cui alla fine, su sfondo nero, Lucio intonava:
Io lavoro, e penso a te/ torno a casa, e penso a te/ Le telefono e intanto penso a te… «A un tratto alzava il braccio teso: si accendevano le luci e gli ospiti della puntata si univano al coro: papapapapà… Era un segnale. Fu interpretato come un saluto romano. Poi facemmo un disco con in copertina un gruppo di uomini a braccia levate; era un’invocazione da coro di tragedia greca, ma i fascisti conclusero: è dei nostri. Era la malattia degli anni Settanta. Tutto era politica, tutto era protesta. Se non contestavi, non esistevi. Si finì per contestare i contestatori. Aggredirono anche De Gregori, anche i cantautori che salivano sul palco con il pugno alzato. Nei teatri si alzava uno a insultarti e gli altri, anziché zittirlo, gli andavano dietro. Fu allora che consigliai a Lucio di non fare più concerti. Lui mi diede retta: la sua sparizione cominciò così, per sottrarsi ai prepotenti. Anche se in realtà tutti ascoltavano le nostre canzoni, magari di nascosto».

«Una volta andai a un’assemblea del movimento studentesco, in una casa occupata. Ma solo per vedere una ragazza che mi piaceva. Non mi piacevano per nulla i suoi amici, i katanga: figli di papà, radical-chic, tutti finiti pubblicitari o giornalisti. Nessuno ascoltava, tutti parlavano; e tutti ripetevano lo stesso discorso. Fu un momento per certi versi drammatico, per altri comico».

Le femministe si infuriarono quando inventai un personaggio pronto a scambiare una moto per una notte d’amore: Motocicletta, dieci hp/ tutta cromata, è tua se dici sì…
Un’immagine ingenua, tenera. Ma loro ne dedussero che ero un maschilista di merda»

Io sono fatto così: rifiuto le appartenenze, ma sento bisogno di schierarmi per una persona, un progetto. Una volta l’ho scritto, in un articolo: né destra né sinistra né centro, sono un uomo libero. Me lo sono ritrovato in un testo di Ivano Fossati, l’autore dell’inno dell’Ulivo.”