Reazione: istruzioni per l’uso

I governi occidentali si interrogano su come contrastare l’attività terroristica sui propri territori, soprattutto quella relativa a reclutamenti, comunicazioni e logistica, senza restringere e coartare i fondamentali diritti civili di tutta la popolazione. In Italia il ministro dell’Interno, Pisanu, illustrerà domani alla Camera le iniziative allo studio del governo. L’impressione è che il titolare del Viminale ed il governo sceglieranno la linea del dialogo con l’opposizione, e che non verrà fatto pesante ricorso alla legislazione emergenziale, come invece avvenne ai tempi delle Brigate Rosse. Quindi nessuna Superprocura antiterrorismo, e nessuna dichiarazione di “stato di guerra”, come invece vorrebbe la Lega, i cui dirigenti hanno evidentemente deciso di avviare un contest a chi le spara più grosse.
Operativamente, sembra che Pisanu sceglierà una strategia “incrementale”, ad esempio basata sul raddoppio dei tempi del fermo di polizia (da 12 a 24 ore), un inevitabile maggior controllo sul territorio (ma questo weekend a noi Roma è parsa non particolarmente militarizzata, ferma restando l’estrema difficoltà operativa a proteggere questa ed altre realtà), e l’eventuale utilizzo dei “colloqui investigativi” in carcere, in assenza di avvocati difensori: strumento integrato da una legislazione premiale, ad esempio con la concessione di permessi di soggiorno per quegli immigrati che forniranno informazioni utili a scopo preventivo. L’intero pacchetto-sicurezza potrebbe poi essere presentato sotto forma di disegno di legge, con tempi di implementazione quindi molto più lunghi rispetto al decreto-legge, sempre per favorire il dialogo bipartisan su temi così delicati. L’attività di intelligence dovrebbe poi essere potenziata tentando di infiltrare cittadini islamici nei phone center e nelle moschee, dove è più facile reperire informazioni su quanto si muove nel mondo dell’integralismo. Come facilmente intuibile, si tratta di temi molto delicati, che investono direttamente il tema delle libertà individuali. Il ministro dell’interno britannico, Clarke, ha ad esempio proposto di aumentare il periodo in cui compagnie telefoniche ed internet providers dovranno conservare i dati relativi ad email e traffico telefonico. Proposto anche il potenziamento dell’attività di Europol, soprattutto in temini di coordinamento e uniformazione degli standard di raccolta e scambio di informazioni.
Ma tutte queste proposte meritano alcune riflessioni, metodologiche e “filosofiche”. Sul piano della metodologia, il rischio è quello di contribuire a creare un mastodonte burocratico, europeo e nazionale, sempre più occhiuto e sempre meno efficace ed efficiente, soprattutto se posto a confronto con il fanatismo omicida che esalta e potenzia al massimo grado le performance organizzative dei terroristi, che partono sempre avvantaggiati, in termini di reattività e gestione delle procedure operative, rispetto ad impiegati e funzionari che, ad oggi, non si sentono probabilmente ancora investiti del ruolo e della psicologia di “combattenti della libertà”, quali in realtà sono. Questa “asimmetria ideologica” tra noi e loro ci pone da subito in condizioni di grave handicap. Sul piano dell’analisi politica e sociologica, è ormai tragicamente palese l’intrinseca vulnerabilità del modello di liberalismo tollerante ed indifferente che è stato creato in Europa. Gli attentatori di Londra, e molti dei fiancheggiatori del terrorismo islamico, potrebbero essere (e verosimilmente sono) cittadini britannici, nati e cresciuti nella segregazione culturale permessa ed attivamente incentivata dai nostri ordinamenti e dalla nostra fraintesa cultura liberale, in una drammatica dissociazione mentale che coniuga, in una miscela diabolica, utilizzo di tecnologia avanzata ed arcaismo culturale, ma anche approfondita conoscenza e odio viscerale verso il paese ospite. Comprendere ciò, e farlo magari dopo aver letto agghiaccianti reportage come questo, deve riportare in cima alla nostra agenda di priorità l’esigenza insopprimibile di compiere atti culturalmente forti ed operativamente pervasivi di assimilazione degli immigrati, contrastando con ogni mezzo il formarsi di sub-culture autosegregazioniste ed ostili. Assimilazione significa accettare e tutelare la coesistenza di pratiche religiose e culturali (così come imporre lo studio di lingua e cultura del paese che accoglie i migranti), ma contrastare con ogni mezzo, giuridicamente certo e codificato, quelle manifestazioni palesemente volte a rifiutare il nostro ordinamento ed i valori (del tutto laici, perché basati sul rispetto di vita e libertà umane) ad esso sottostanti. Questa è la pietra angolare di una strategia assimilazionista basata sull’esigenza, da noi già ricordata, di ridurre la tolleranza alla “varianza culturale”nei nostri territori. Suona orwelliano? D’acchito forse si, ma provate a rileggervi le puntuali e puntigliose analisi e cronache di Daniel Pipes: ne otterrete certamente una migliore comprensione della nostra proposta. Come gestire, nei nostri paesi occidentali, posizioni come quella che segue?

Ma in senso più lato Sayful Islam ha dato il suo appoggio al terrorismo in Gran Bretagna: “Se dovesse aver luogo un attentato dinamitardo in questo paese, non mi opporrei, anche se i miei figli dovessero rimanerne vittime. (…) Ma, a mio avviso, è contrario all’Islam perpetrare atti terroristici nel Regno Unito giacché ci vivo in questo paese. Secondo l’Islam io ho stabilito con la Gran Bretagna un patto di sicurezza, che durerà finché permetteranno a noi musulmani di viverci in pace”.

(…) nel gennaio 2005, Omar Bakri Mohammed stabilì che per i musulmani del Regno Unito il patto di sicurezza fosse stato sciolto a causa della legislazione anti-terroristica del dopo 11 settembre, il che significava che “tutta la Gran Bretagna era diventata Dar ul-Harb” ovvero territorio aperto alla conquista musulmana. Pertanto, riferendosi ai miscredenti, “i kuffar non godono dell’inviolabilità della loro vita o dei loro beni”.

Questa nozione di “patto di sicurezza” a noi italiani ricorda molto il patto scellerato dei nostri governi con i terroristi palestinesi, che negli anni Settanta ed Ottanta utilizzavano il nostro paese come transito e base logistica per le proprie scorrerie omicide anti americane ed israeliane. La sveglia suonò con la strage di Fiumicino, ma evidentemente quel suono fu molto flebile, perché ancora oggi, i tribuni della plebe di rito santoriano hanno buon gioco, sui morti di Londra e Madrid, nel rilanciare la propria strategia revisionista: fuori dall’Iraq, il vaso di Pandora del terrorismo (che nella loro visione atarassica e nirvanica prima non sapevamo neppure che diavolo fosse…), ma fuori anche da quell’Afghanistan faticosamente e fragilmente riconquistato alla democrazia ed ai diritti umani e civili, che pure rappresenta il case study delle leggendarie risoluzioni multilateraliste Onu. Ma forse siamo troppo pessimisti: noi italiani, notoriamente sprovvisti di autentica cultura liberale, abbiamo qualche vantaggio difensivo sui paesi anglosassoni, che ancora dibattono furiosamente sull’introduzione della carta d’identità. In fondo, noi abbiamo preso e caricato l’ex imam di Carmagnola, con moglie italiana e figli, su un aereo per Dakar, ed abbiamo risolto il problema senza troppi tormenti interiori.

Esistono poi numerose altre difficoltà operative: in Italia, ma non solo, esiste una forte subcultura progressista, che tende ad un perverso giustificazionismo su base sociologica. Come darci una legislazione rispettosa dei diritti civili e mirata a contrastare la “varianza culturale” aliena, ma non suscettibile di essere disapplicata in radice dall’”interpretazione” della Forleo di turno? Come gestire l’integrazione dei migranti culturalmente più alieni, combattendone l’autosegregazionismo, quando qualche demagogo capopolo incita apertamente a violare le leggi esistenti? E non si tratta, nello specifico, di motivazioni umanitarie: quelle sono sempre e comunque da analizzare e ad esse occorre dare articolata risposta. No, qui le motivazioni sono palesemente eversive:

No alla legge Bossi-Fini e alla restrizione dei diritti in atto, per esempio con l’istituzione del «Contratto di soggiorno»; no ad ogni dispositivo che rende clandestini i movimenti di popolazione; no all’allestimento di campi anche all’esterno dell’Unione Europea, come hanno paventato i ministri degli interni del G5 la scorsa settimana; no alle deportazioni, ai rimpatri e ai respingimenti; no alla detenzione amministrativa che lede i diritti di tutti, non solo dei migranti.
In serata è chiaro cosa chiedere ai presidenti di regione: «Nessuna ambiguità, o con noi o contro di noi». Per questo nel documento conclusivo il movimento chiede di avviare concreti atti di boicottaggio delle strutture detentive. In sintesi, visto che non è nelle loro facoltà chiuderli, possono però rifiutarsi di fornirgli acqua, luce e servizi.

Queste sono le domande. Le risposte, ed il tipo di percorso che seguiremo, in termini di tutela delle libertà civili e religiose ma di contrasto durissimo al terrorismo, saranno purtroppo figlie del numero di morti che resteranno sulle nostre strade, stazioni, porti ed aeroporti nelle prossime settimane e mesi. A quel tempo saremo tutti newyorkesi, madrileni e londinesi. E magari anche un pochino milanesi e romani.
UPDATE: splendido articolo di Magdi Allam sul Corriere. Ci indica l’Islam di cui abbiamo bisogno. Da leggere e diffondere.