Blairismo e sinistra europea – 1

Della bella biografia politica di Tony Blair, scritta da Andrea Romano, ci ha colpito soprattutto il capitolo dedicato al confronto tra il leader del New Labour e le altre sinistre europee. La rivitalizzazione del laburismo britannico ad opera di Blair ha rappresentato un’autentica sassata nella piccionaia della sinistra continentale. Da partito destinato e condannato a governare poco e male, privo di radici autenticamente marxiste e visto, non senza ragione, come pura cinghia di trasmissione sindacale nella dinamica politica (tradeunionismo), il Labour è improvvisamente assurto a modello di modernizzazione ed innovazione, guidato da un leader ipermediatizzato, a cui sono stati associati aggettivi abitualmente estranei alla tradizione della sinistra, britannica e continentale: “giovane”, “pragmatico”, “vincente”, “moderno”. A partire dal 1997, dunque, il blairismo viene letto dai socialismi continentali come misura di confronto, con la classica polarizzazione: ora per prenderne le distanze, come farà, molto transalpinamente, Lionel Jospin; in altre circostanze, e soprattutto per finalità di bassa cucina politica interna, per chiederne riconoscimento e legittimazione. Attività, quest’ultima, in cui si sono distinti gli italici progressisti, salvo poi ritrarsi subitaneamente appena le correnti massimaliste indigene, la cui (in)cultura politica è da sempre egemonica in questo paese, hanno suonato la campanella di fine ricreazione. Il blairismo inizia a porre le proprie radici in quegli anni Ottanta caratterizzati dalla forte ripresa di iniziative liberiste (Thatcher, Reagan) che avevano indotto intellettuali come Ralph Dahrendorf a parlare, in parallelo con la fine della guerra fredda, di imminente “fine del secolo socialdemocratico”, cioè di quel modello di organizzazione sociale basato sulla redistribuzione, che tuttavia dagli anni Settanta si era dimostrato drammaticamente incapace di preservare la materia prima indispensabile per generare redistribuzione: la crescita economica. Il blairismo, poi, aveva subito la proficua contaminazione, rispetto alla desolante staticità e retorica declamatoria caratteristiche del panorama progressista europeo, dell’esperienza dei New Democrats clintoniani. Diverso environment culturale, basato tuttavia anch’esso sul quel principio di responsabilità individuale pressoché assente dai cromosomi della sinistra europea e (soprattutto) italiana, coniugato con temi popolari (ma non militanti) e populisti, quali la minore imposizione fiscale, e la possibilità di tornare a rivendicare alla sinistra temi quali responsabilità e diritti individuali, da sempre estranei al mainstream della sinistra italiana.
Si trattava, quindi, di introdurre in Europa principi realmente rivoluzionari, oltre che rimettere in discussione uno dei totem della sinistra europea: la convinzione di una relazione diretta e quasi meccanicistica tra livelli di spesa sociale e riduzione delle disuguaglianze. Al contrario, per il New Labour ed i New Democrats, la natura puramente passiva dei benefici tradizionali di welfare poteva rapidamente condurre (come di fatto è successo) allo sviluppo di una cultura della dipendenza, destinata fatalmente a ridurre la dinamicità e le potenzialità di crescita (e quindi di redistribuzione) dei sistemi economici e sociali. Il New Labour è poi riuscito, partendo da queste premesse culturali, a creare una efficace ed originale fusione di principi monetaristi, quale la lotta all’inflazione (anche attraverso l’indipendenza della banca centrale) e neo-keynesiani, quali la convinzione della necessità di un intervento diretto del governo per migliorare la performance dei mercati, attraverso liberalizzazioni e legislazione antitrust più dinamica. A fronte di questa offensiva ideologica, i socialismi europei sviluppano risposte differenziate, per l’ovvia contaminazione con le tradizioni culturali dei diversi contesti nazionali. Molto dura quella di Lionel Jospin, che di fatto accusa il blairismo di arrendevolezza nei confronti dell’apparato ideologico neoliberista, e del terribile reato di “terzismo” tra socialdemocrazia e neoliberismo:

“Non dobbiamo arrenderci all’idea fatalista che il modello capitalista neoliberista sia l’unico disponibile. Al contrario, dobbiamo modellare il mondo secondo i nostri valori”.

Di fatto, la ricetta di Jospin è fatta di robuste dosi di “altromondismo” ante litteram, quasi la progenitura dei movimenti no-global, o forse frutto di riflessi condizionati neo-coloniali, e di una presenza ubiqua dello stato nell’economia, fortemente incardinata nella tradizione dirigista francese.
Jospin giunse ad enunciare la propria avversione ideologica al blairismo attraverso lo slogan: “Si ad un’economia di mercato, no ad una società di mercato”. Di fatto, nessuna indicazione operativa su come declinare la socialdemocrazia in un contesto mondiale fortemente dinamizzato dall’ondata neoliberista e globalizzatrice, avendo come unico obiettivo quello di esorcizzare la “balzana” idea britannica di utilizzare il mercato per “estrarre” da esso le risorse necessarie al mantenimento della coesione sociale attraverso una redistribuzione centrata sul principio della responsabilità individuale, e non di passivo recepimento delle celeberrime “provvidenze”, tanto care, anche nella caratterizzazione miracolistica del termine, alla società italiana, a destra come a sinistra.

Il rapporto con Gerhard Schroeder fu assai meno conflittuale, ed anzi caratterizzato da una sostanziale sintonia, almeno nella fase iniziale del dialogo. Anche il cancelliere tedesco si mostrava interessato alle sfide della modernizzazione, anche perché assai meno vincolato di Jospin a difendere un’ipotetica identità nazionale della socialdemocrazia tedesca, soprattutto dopo aver vinto il duro e protratto braccio di ferro interno con la posizione più identitaria ed anticapitalista di Oskar Lafontaine, al cui epilogo stiamo assistendo proprio in queste settimane, con l’uscita di Lafontaine e dei suoi seguaci dalla Spd e la confluenza/fusione con la Pds di matrice post-comunista di Gregor Gysi, con la nuova denominazione di “partito della sinistra”. Schoroeder, dunque, vuole tentare di seguire Blair nel riconoscimento del ruolo del mercato e dell’impresa nel rilancio di un nuovo welfare, non passivo né dipendente, definito appunto “welfare-to-work”. Sarà questa convergenza strategica a generare, nel 1999, il documento comune “The Third Way – Die Neue Mitte“, in cui si parla di “dinamismo economico”, “liberazione della creatività e dell’innovazione”, “responsabilità dell’individuo” come nuova frontiera di ridefinizione delle identità socialdemocratiche. Il documento comune Blair-Schroeder rappresentò, nei fatti, la base comune di molte delle assunzioni filosofiche che avrebbero in seguito trovato espressione nel vertice di Lisbona del 2000, il prodotto politico più ambizioso, citato a sproposito e disatteso sulla strada della costruzione europea guidata dalla famiglia di governi progressisti.

Ancora una volta, la reazione di Jospin a questo inusitato asse anglo-renano , risultò paradigmaticamente stizzita:

“Tony Blair e Gerhard Schroeder sono amici che vedo spesso. Mi hanno proposto di firmare questo loro testo. Ma la sinistra francese non imita, la sinistra francese si esprime. Noi non siamo una copia conforme, abbiamo il nostro profilo originale. Noi non siamo isolati, avanziamo come avanzano gli altri.”

Qui, Andrea Romano ricorda maliziosamente come si concluse l’avanzamento di Jospin, e soprattutto del Ps francese: terzo nelle elezioni presidenziali di due anni dopo, dietro Chirac e l’Uomo Nero Le Pen, con un partito ferocemente lacerato da guerre per bande, mai sanate né risolte dal momento della morte di Mitterrand, e che avrebbero trovato un epilogo quest’anno, con la spaccatura sul referendum per il Trattato costituzionale europeo, e la successiva espulsione del gruppo di Laurent Fabius.
Jospin pronunciava queste infastidite e maledettamente francesi parole dopo aver “ascoltato”, ostentamente assorto nella lettura del giornale, dal proprio scranno all’Assemblea Nazionale francese, il discorso (in francese) dell’ospite Blair, che si rivelò, di minuto in minuto, un’autentica profanazione del Tempio:

“Dobbiamo rilanciare lo spirito d’impresa, e l’instaurazione di un clima dove sia più facile assumersi dei rischi per essere indipendenti, dove apprendere nuovi modi di lavorare e dove riconoscere che perseguire l’interesse economico di mercato è spesso naturale e ragionevole”

Ma è in Italia che il blairismo venne declinato in un modo che ricorda assai da vicino la Commedia dell’Arte.

(CONTINUA)

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