Blairismo e sinistra europea – 2

In Italia, l’emersione del fenomeno blairiano coglie la sinistra in una delle sue innumerevoli, abituali transizioni, quella causata dalla sconfitta elettorale del 1994, e che Andrea Romano definisce dell’“oltrismo”: l’aspirazione fumosa e confusa al superamento di comunismo e socialdemocrazia, che come un fiume carsico periodicamente riemerge nella elaborazione psicanalitica della sinistra italiana. Tale aspirazione, di fatto, era figlia del moralismo berlingueriano, che alimentava la mitologia dell’eccezionalismo della sinistra italiana, e che era destinata a giungere ai giorni nostri attraverso Mani Pulite e il persistente giustizialismo, che ancora oggi rappresenta il tratto distintivo di ampia parte della sinistra e le fondamenta del collateralismo di una componente non marginale della magistratura italiana. Dunque, all’indomani della sconfitta del 1994, per opera di Berlusconi, il gruppo dirigente dell’allora Pds è impegnato nell’ennesima ridefinizione strategico-identitaria. E decide di perseguire un duplice obiettivo: collocare stabilmente la sinistra italiana nell’alveo di quello che viene evocativamente definito socialismo europeo; e, sul piano interno, annunciare la metamorfosi verso quella “rivoluzione liberale” strumentale a fare dell’Italia un “paese normale”. A cinque anni dalla fine del vecchio Pci, i suoi eredi tentavano un’ambiziosa, per quanto largamente tardiva, operazione di modernizzazione politico-culturale, e di inserire la sinistra italiana nell’alveo della socialdemocrazia europea. Il richiamo al concetto di socialismo europeo era, di fatto, qualcosa di ideal-tipico, date le disomogeneità anche forti tra i vari partiti socialisti europei, frutto di ovvie specificità culturali nazionali. Questa strategia fu il codice genetico del “dalemismo”, nella originaria accezione del termine. Il dalemismo si può quindi considerare la declinazione italiana del blairismo, anche se di fatto D’Alema non manifestò mai un’autentica predilezione personale verso Blair, da cui lo dividevano origini e storia, culturale e politica. Valter Veltroni, che non è mai stato comunista, aderì invece entusiasticamente al blairismo. La sinistra ideale di Veltroni era molto meno ideologicamente caratterizzata di quella di D’Alema, e quasi di tipo sincretistico, fatta di riferimenti culturali, buone letture, buoni film e buoni sentimenti. Al punto che l’attuale sindaco di Roma, in preda ad autentico deliquio ideologico, pone Blair tra i propri riferimenti culturali ideali. Sfortunatamente per lui, colloca il leader laburista britannico in un empireo vagamente autistico, popolato di Che Guevara, Nelson Mandela ed Enrico Berlinguer. In un’intervista a Repubblica, Veltroni afferma:

“Essere il Blair italiano non è la mia ambizione, ma certamente il politico italiano che ha la maggiore consuetudine con il linguaggio ed i valori di Blair sono io. Magari soltanto perché abbiamo frequentato gli stessi libri”.

Oltre ad una collettiva, rilevante carenza di senso del ridicolo, queste posizioni sono destinate a moltiplicarsi nell’anno successivo, con una sorprendente e grottesca corsa ad accreditarsi come il “Blair italiano”, in un fenomeno di rincorsa imitativa agevolato dall’abituale maieutica di Repubblica che tenta di accreditare, agli occhi dell’elettorato italiano di sinistra, alcune presunte specificità di Blair che con il medesimo c’entrano come i cavoli a merenda, come la frusta ed abusatissima definizione di “kennediano”. Ma si sa, Repubblica è la grande mosca cocchiera, la levatrice di generazioni di politici, che utilizzano il quotidiano romano come primo (ed unico) veicolo di alfabetizzazione, un po’ quello che accade ai calciatori, che apprendono a periodare grazie all’assidua lettura della Gazzetta dello Sport.
E così, arrivano i Nostri: l’allora leader della Cisl, Sergio D’Antoni, afferma solenne di voler cercare “la terza via, come fa Tony Blair”; l’allora sindaco di Napoli, poi divenuto ‘O Governatore, viene addirittura accostato a Blair grazie ad una corrispondenza del Times dove vengono citati i suoi buoni risultati (??, ndr) nell’amministrazione della città, confermando il nostro robusto sospetto che questi corrispondenti esteri in Italia non ci azzeccano manco un po’. La disputa sui piccoli Blair nostrani si estende poi anche a Genova, nel confronto tra i due candidati a sindaco, Sansa (ex pretore d’assalto) e Pericu, attuale sindaco, il quale si dice favorevole ad una “sinistra moderna, più vicina a Tony Blair che a Jospin”. Ancora, l’onnipresente Prodi, che nel luglio 1998 invita i cattolici, sulla rivista “Il Regno”, a guardare al “protagonista vincente” Blair. Per non essere meno ebbro degli altri, anche Achille Occhetto rivendica la svolta della Bolognina del 1989 come il momento di discontinuità nella storia della sinistra europea, dai cui semi si è poi prodotto, tra gli altri, il fenomeno Blair. Bontà sua.
Questo caravanserraglio venne improvvisamente destato dal tentativo di D’Alema di seguire le orme di Schroeder, e firmare con Blair un documento congiunto, alla vigilia del vertice di Lisbona. Anche in questo caso, i principi enunciati sono rivoluzionari:
si parla di “necessità di modernizzare le nostre politiche occupazionali in modo da incoraggiare il pieno impiego”. Il che voleva dire “introdurre un equilibrio tra diritti e responsabilità, anche da parte dei disoccupati”; pensare a “politiche creative, inclusa la contrattazione salariale, che si accordino con i problemi regionali”, e così via, in una evidente riproposizione dei concetti blairiani di welfare-to-work. Il povero D’Alema venne immediatamente scomunicato da Cofferati, che preannunciava la crisi con il movimento sindacale nel caso fossero state perseguite politiche che prefiguravano “la distruzione del sindacalismo confederale” (leggasi la fine della contrattazione collettiva ferocemente accentrata, ancora oggi difesa a spada tratta dalla sola Cgil). Le grandinate dei Salvi e dei Mussi erano largamente scontate, assai meno il grido di dolore e d’angoscia di Veltroni che, subitaneamente messe in soffitta le comuni letture con Blair, gemeva: “Cosa andremo a dire ai nostri elettori, al nostro mondo di riferimento”?, forse pensando di trovarsi in un romanzo di Lewis Carroll. E così, lentamente ma inesorabilmente, la sinistra italiana, nell’abituale dissociazione bipolare alla Dottor Jekyll e Mr. Hyde, decise che Blair era il nemico da abbattere, più che da battere, nel più cristallino riflesso pavloviano della propria storia. Paradigmatica la vibrazione del baffetto vagamente da fuhrer di Fabio Mussi, che sul manifesto annuncia il nuovo programma di Progresso: “il punto è: come battere il riformismo blairiano”. Ancora nel 2002, dopo l’esaltante sconfitta contro Berlusconi dell’anno precedente, il solito Cacciari, abilissimo nel prevedere il passato remoto, afferma che per la sinistra italiana “è stata una pura e semplice sciagura” essersi schierati con Blair in difesa della flessibilità. Vi facciamo grazia del racconto di tutto quello che è successo dopo, con l’impegno di Blair a favore della guerra in Iraq, contro quella “pace eterna delle dittature” che da sempre rappresenta la carta moschicida della sinistra ultrarealista. Il resto è storia nota: Blair rivince le elezioni, ma in Italia nessuno se ne accorge, sono troppo impegnati con Guantanamo ed Abu Ghraib. Al più, qualche commento di sufficienza su Tony l’anatra azzoppata (o meglio l’anatra morta), verso l’inesorabile final countdown a favore della successione di Gordon Brown. E nel frattempo, meglio dedicarsi a temi più alti, quali la Primaria e l’abituale, dolcissimo tintinnio di manette. Il suono, con cui, ogni notte, i notabili della sinistra si addormentano sognando Palazzo Chigi. Ed al risveglio, è subito Bertinotti.

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