I tempi della politica

Le elezioni tedesche consegnano all’Europa un paese bloccato a metà del guado, timoroso di abbandonare gli antichi e non più sostenibili privilegi di welfare, ma assediato dalla concorrenza fiscale dei paesi di nuovo ingresso nell’Unione Europea. Quello che è evidente è che la Germania non potrà permettersi una stagnazione in stile italiano ma, soprattutto, questo esito elettorale certifica che la politica tende a subire gli eventi, anziché guidarli e determinarli. Alcuni dati economici sono piuttosto illuminanti: secondo un report pubblicato il 9 agosto dall’istituto di ricerca economica IW, con un costo medio del lavoro di 27,60 euro l’ora il lavoratore tedesco costa almeno sei volte quello ungherese o polacco, e 22 volte più di quello cinese, senza che la sua produttività sia proporzionalmente più elevata.

Merkel proponeva di tagliare i contributi sociali obbligatori da parte dei datori di lavoro per ridurre il costo del lavoro, finanziando la misura con un incremento di due punti percentuali dell’Iva. Schroeder ha risposto che tali misure sono “inumane”, ma al contempo ha pesantemente tagliato la spesa sociale. Ad esempio, chi è disoccupato da oltre un anno è oggi costretto a ricorrere ai propri risparmi (previdenziali e liberi), ammesso di averne, per supplire ai tagli di welfare: una coppia sposata, che si trovi in tale condizione, è passata da erogazioni mensili di circa 2.000 euro a circa la metà di quell’importo. Ciò è meno “inumano” di una manovra sulle imposte indirette?

Ma le aziende tedesche hanno ormai da tempo deciso di non sottomettersi ai tempi della politica, ed hanno avviato massicci programmi di delocalizzazione dei propri impianti produttivi, ottenendo come effetto collaterale l’avvio di negoziati con i sindacati per tagliare le retribuzioni nominali delle strutture che restano sul suolo tedesco. In questo modo, la Germania ha goduto nell’ultimo anno di un significativo recupero di competitività internazionale: il costo orario del lavoro, dal 1999, è sceso del 9 per cento rispetto alla media dell’Unione Europea, a fronte di un calo di solo il 3 per cento in Francia. Per essere impietosi, lo stesso costo è cresciuto in Italia del 6 per cento, per effetto di rigidità anacronistiche quali la contrattazione collettiva su base nazionale.
Anche grazie a questo recupero di competitività l’export tedesco è cresciuto nel 2004 del 22 per cento, facendo della Germania il secondo esportatore mondiale, secondo i dati della World Trade Organization.

Le aziende tedesche non hanno tempo per elucubrazioni su governi-semaforo o Grosse Koalition: il 5 settembre Volkswagen ha annunciato l’intenzione di tagliare l’eccesso di manodopera per ottenere risparmi annui di almeno 1 miliardo di euro mentre MAN, terzo produttore europeo di camion, ha comunicato il mese scorso la volontà di creare di un impianto di assemblaggio in Polonia, che darà lavoro a 650 persone. Come è facile constatare, l’obiettivo è lievemente più ambizioso del taglio dell’1 per cento del costo del lavoro, sul quale Merkel ha giocato il proprio avvenire politico, perdendo.

I politici italiani perdono l’ennesima occasione per tacere: Bertinotti si felicita con il partito della sinistra onirico-antagonista di Gysi e Lafontaine, dimenticando che quello è un partito di paria della politica, composto da quitters incapaci di reggere il confronto con la dura realtà di governo; il diessino Bersani vede nel mancato successo di Merkel la sconfitta della deregulation:

Lo stato sociale è stato ridimensionato, non smantellato. Davanti alle tensioni della globalizzazione, si vince armonizzando le politiche economiche e quelle sociali. Non credo proprio che Schroeder chiederà aiuto al nuovo partito della sinistra di Lafontaine.

Frasi che rappresentano un misto di propaganda e ignoranza, proprio per i motivi sopra elencati. Vorremmo chiedere a Bersani se i diesse sono pronti a compiere le stesse scelte di Schroeder in materia di welfare, oltre a rammentargli che mentre il Cancelliere ha posto il veto ad un’alleanza con la sinistra radicale, qui da noi il candidato premier dei Ds si è legato mani e piedi al sodale dei comunisti tedeschi. Ma sarebbe tempo perso. Il tempo e la legge finanziaria del 2006 ci spiegheranno che significa “armonizzare” politiche economiche e sociali. Ammesso e non concesso che per quella data sia rimasto qualcosa da armonizzare.

UPDATE: Siemens annuncia 2.400 licenziamenti nella propria divisione di servizi informatici.

Post pubblicato su Ideazione.com