Immigrazione: economia e ideologia

Secondo alcune recenti evidenze di ricerca, l’immigrazione professionalmente qualificata eserciterebbe effetti positivi sull’economia statunitense, mentre quella di soggetti dequalificati influirebbe negativamente. In particolare, gli immigrati appartenenti alla prima categoria andrebbero a ricoprire ruoli professionali di difficile reperibilità sul mercato del lavoro interno, contribuirebbero ad un utilizzo più efficiente della base di capitale e alla crescita di produzione e reddito e pagherebbero in tasse più di quanto ottenuto in termini di benefici pubblici. I lavoratori immigrati non qualificati, per contro, riducono occupazione e retribuzioni dei lavoratori nativi del paese, contribuiscono ad alzare i prezzi di case ed affitti nelle fasce di reddito più basse, tendono ad inviare in patria la quasi totalità dei propri guadagni, anziché spenderli sul mercato domestico, e pagano in tasse (qualora siano regolari) mediamente meno di quanto ricevono in sussidi pubblici. Inoltre, spesso, tali categorie di lavoratori alimentano l’economia sommersa ed è ormai dimostrato che la loro presenza tende a ritardare l’adozione di nuove tecnologie labour-saving, o addirittura ad indurre la sostituzione di capitale con lavoro.Negli Stati Uniti vivono attualmente 34 milioni di immigrati, circa 10 o 11 milioni dei quali si ritiene siano illegali. Ogni anno, poi, si stima che l’immigrazione netta nel paese cresca di circa 1 milione di persone, metà delle quali irregolari. Soprattutto gli immigrati ispanici, che entrano nel paese attraverso la frontiera messicana, sono caratterizzati da basso livello di scolarità e specializzazione professionale, e nuclei familiari di grandi dimensioni. Essi tendono quindi a dipendere, per la propria mera sussistenza, dalle misure di welfare.

Tra gli argomenti spesso portati a sostegno della necessità di avere ampi flussi migratori di manodopera non qualificata, c’è anche quello per cui gli immigrati andrebbero a svolgere mansioni che i nativi rifiutano, argomento che sentiamo molto spesso utilizzato dalla pubblicistica ideologica italiana, e che a noi pare piuttosto dotato di venature razziste. In realtà, i nativi sarebbero del tutto disposti a lavorare in ambiti di scarsa qualificazione professionale, se i salari fosseri più elevati, ma l’eccesso di offerta di lavoro indotto dall’immigrazione, tende a deprimere i salari orari in queste tipologie di mansioni, e a produrre uno “spiazzamento” dell’offerta di lavoro indigeno non qualificato, ad opera degli immigrati. A riprova di ciò, si può citare il cosiddetto Bracero Program, che consentiva agli immigrati messicani di lavorare nel settore agricolo statunitense: quando tale programma venne cancellato, negli anni Sessanta, si innescò una massiccia meccanizzazione dell’agricoltura, con forti recuperi di produttività che permisero la crescita dei salari reali nel corso del tempo. A maggio di quest’anno, un importante studio econometrico di Ethan Lewis, della Federal Reserve Bank di Philadelphia, ha dimostrato che gli impianti produttivi localizzati nelle aree del paese che sperimentano la maggiore crescita nell’offerta di forza lavoro non qualificata tendono ad adottare più lentamente le tecnologie di automazione della produzione, ed in alcuni casi addirittura a sostituire automazione con lavoro, riducendo drasticamente la domanda di tecnologia.

Se non vi fosse immigrazione a bassa o nulla qualificazione, i salari medi tenderebbero ad aumentare, ed indurrebbero i datori di lavoro a sostituire manodopera con capitale, supportando quegli incrementi di produttività di cui ogni economia necessita per poter sostenere i propri standard di vita, oltre che per contenere l’inflazione, e che rappresentano un’autentica gallina dalle uova d’oro per l’economia statunitense. Pochi riescono a cogliere il nesso logico esistente tra immigrazione non qualificata da un lato ed aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e povertà dall’altro. Nel 2004, ultimo anno per cui sono disponibili dati, ben 37 milioni di americani vivevano sotto la soglia ufficiale di povertà, con un incremento di 1.1 milioni di persone rispetto al 2003, e ciò malgrado la robusta creazione di nuova occupazione.

La forte crescita di immigrazione non qualificata produce, come detto, un aumento delle dimensioni del welfare state: tra il 2003 ed il 2004, ad esempio, a fronte di una riduzione dello 0.6 per cento nei piani assicurativi sanitari gestiti dalle aziende, si è registrato un aumento dello 0.5 per cento nell’intervento pubblico, tramite Medicaid e State Children’s Health Insurance Program. A riprova delle forti interrelazioni esistenti nei sistemi economici, è interessante notare come l’immigrazione clandestina e quella regolare dequalificata stiano esercitando fortissime pressioni sui costi sanitari di sistema. Secondo l’organizzazione di consumi sanitari Families Usa, nel 2005 quasi 48 milioni di persone saranno prive di assicurazione sanitaria. Quando queste persone si ammalano, contrariamente a quanto crede la sinistra, europea ed italiana, non vengono sottoposte ad eutanasia (sociale prima ancora che medica), ma vengono assistite con costi messi a carico dello stato e delle aziende, sia pure in modo mediato, per circa il 65 per cento del totale degli esborsi, che oggi ammontano a circa 43 miliardi di dollari. Quest’anno, secondo Families Usa, i datori di lavoro privati dovranno sostenere maggiori oneri per assicurazione sanitaria pari 922 dollari per ogni famiglia assicurata, per coprire le spese sanitarie non pagate dai soggetti non assicurati, cioè un dollaro per ogni 12 spesi per assicurare i propri dipendenti, mentre il maggior costo per coperture individuali sarà di 341 dollari. In un contesto di premi sanitari già fortemente crescenti, molte aziende saranno costrette ad eliminare i propri programmi, aumentando il numero di lavoratori non assicurati, parte dei quali finiranno, per incapienza reddituale, a carico dei programmi sanitari pubblici. Già da quest’anno, in sei stati americani, i costi per assicurazione sanitaria per nucleo familiare saranno più elevati di almeno 1.500 dollari: New Mexico ($1,875); West Virginia ($1,796); Oklahoma ($1,781); Montana ($1,578); Texas ($1,551); and Arkansas ($1,514). Superfluo notare che alcuni di questi stati sono proprio quelli di confine col Messico, che stanno sperimentando un’immigrazione dequalificata di massa, e nessuna meraviglia che, tra i gruppi etnici, gli ispanici abbiano un tasso di mancata assicurazione sanitaria (propria o fornita dal datore di lavoro) che è circa due volte e mezzo quello dei bianchi. Quindi, i datori di lavoro che pagano (per il momento) premi sanitari per i propri dipendenti, finiscono col sussidiare quegli imprenditori che impiegano manodopera in nero o comunque priva di copertura sanitaria, una vera e propria “sindrome italiana” da sommerso, con conseguenze potenzialmente devastanti per il deficit pubblico, per tacere delle forti tensioni sociali che tale tipo d’immigrazione tende a produrre.

E’ possibile applicare questo schema di analisi alla struttura economica italiana? Si, con qualche adattamento, che tuttavia non modifica il quadro d’insieme. L’Italia è un paese trasformatore di materie prime, si colloca nella fascia a basso valore aggiunto della divisione internazionale del lavoro. Non casualmente, tra tutti i problemi del nostro paese, figura un’insufficiente sviluppo della produttività del lavoro, caratteristica di un’economia a bassa produttività ed alta intensità di lavoro. Coerentemente con questo quadro, l’Italia tende ad attrarre immigrati a bassa o nulla qualifica professionale, quelli utilizzati come badanti, edili, braccianti agricoli. Ovviamente prescindendo dai flussi di immigrazione clandestina, che spesso vanno ad alimentare il sommerso negli stessi settori. Da questa situazione si originano forti pressioni sui costi complessivi di sistema: basti pensare all’assistenza sanitaria ed a tutte le altre forme di trasferimenti sociali per sostenere il reddito di queste famiglie, in un gioco a somma minore di zero per il sistema economico del paese.

La non più rinviabile ristrutturazione e riqualificazione del sistema produttivo italiano dovrà necessariamente implicare anche la ridefinizione della politica immigratoria del Paese, senza gli abituali buoni sentimenti ed accuse di razzismo di cui alcune forze politiche e sociali sono solite fare larghissimo uso, spesso per mascherare i propri robusti interessi, volti a costituire un serbatoio di consenso assistito.