Garantismo internazionalista

Le conclusioni del rapporto Onu sull’assassinio dell’ex premier libanese Hariri, avvenuto lo scorso 14 febbraio, appaiono indicare un’elevata probabilità di coinvolgimento dei servizi segreti siriani e libanesi, pur suggerendo la prosecuzione delle indagini, che dovrebbero essere auspicabilmente affidate alle autorità libanesi. Quest’ultime, secondo la relazione del tedesco Detlev Mehlis, sembrano in grado di condurre l’inchiesta in modo “efficace e professionale”, anche se il rapporto caldeggia l’istituzione di una piattaforma di assistenza e collaborazione tra comunità internazionale ed autorità di Beirut, per rafforzare la self-confidence del popolo libanese nei confronti della costruzione del proprio sistema di sicurezza. Abbiamo volutamente utilizzato una terminologia asettica e non ultimativa proprio per rispetto del processo di accertamento della verità. Si tratti o meno di garantismo, riteniamo che il modo migliore per giungere a conclusioni realmente probanti consista nel procedere con grande cautela e rigore. Le conclusioni a cui giunge il rapporto Onu, tuttavia, sono fondate su argomentazioni razionali e caratterizzate da quella prudenza che troppo spesso è servita a mascherare l’inazione e la connivenza del Palazzo di Vetro verso i peggiori regimi del pianeta. Ma esse appaiono nondimeno robuste. Leggiamo infatti, dall’executive summary del rapporto:

It is the Commission’s view that the assassination of 14 February 2005 was carried out by a group with an extensive organization and considerable resources and capabilities. The crime had been prepared over the course of several months. For this purpose, the timing and location of Mr. Rafik Hariri’s movements had been monitored and the itineraries of his convoy recorded in detail.

Building on the findings of the Commission and Lebanese investigations to date and on the basis of the material and documentary evidence collected, and the leads pursued until now, there is converging evidence pointing at both Lebanese and Syrian involvement in this terrorist act. It is a well known fact that Syrian Military Intelligence had a pervasive presence in Lebanon at the least until the withdrawal of the Syrian forces pursuant to resolution 1559. The former senior security officials of Lebanon were their appointees. Given the infiltration of Lebanese institutions and society by the Syrian and Lebanese intelligence services working in tandem, it would be difficult to envisage a scenario whereby such a complex assassination plot could have been carried out without their knowledge.

Eppure, per la Padania Rossa, dietro queste conclusioni si cela l’ennesimo complotto americano contro un governo sgradito della regione mediorientale. Proviamo a spigolare in quest’ultimo esempio di cospirazionismo manierista imbastito dal giornale di Padellaro.
Nell’articolo, a firma di Stefano Cordella, l’opera di delegittimazione del rapporto Onu è intensa e sistematica, sin dalle prime righe. Il rapporto risulta

(…) talvolta contraddittorio, fitto di generiche supposizioni, di possibili sospetti, di dubbi testimoni, e basato su fragili elementi. Un rapporto che non presenta ancora energiche conclusioni e che suggerisce il proseguimento delle indagini su vari fronti. Quanto basta però per porre la Siria e nella fattispecie i suoi servizi segreti, con presunte responsabilità nell’attentato, al centro dei riflettori internazionali come indiziati numero uno, in linea con le aspirazioni americane.

Chiaro, no? Il Grande Satana di Washington sta muovendo i fili del regime change siriano. Familiare in un modo inquietante l’espressione usata per dimostrare che non di prove, bensì di teorema si tratterebbe:

Gli inquirenti della commissione sostengono che “Damasco non poteva non sapere”. La Siria, nel corso degli ultimi trent’anni, aveva esercitato in Libano un’influenza molto discussa e di primissimo piano, molto simile all’occupazione. Trentennio conclusosi soltanto nell’aprile di quest’anno con il ritiro delle truppe siriane in seguito alla Risoluzione 1559 delle Nazioni Unite ed alle forti pressioni internazionali seguite all’attentato.

Se avete dimestichezza con le formule di rito giustizialista, sapete che l’espressione “non poteva non sapere” è il chiodo al quale, da oltre dieci anni, la fazione giacobina della magistratura italiana sta tentando di impiccare Berlusconi. Nel caso della Siria, ci scopriamo tutti iper-garantisti. Il passaggio sull’influenza siriana in Libano, definita “simile ad un’occupazione” è un britannico understatement. Negli ultimi trent’anni la Siria ha occupato il Libano, senza se e senza ma. E non lo ha fatto solo con la presenza militare, bensì anche e soprattutto attraverso una capillare organizzazione di intelligence. Non pago dello stridio provocato dalle proprie unghie sui vetri del buonsenso, l’estensore del pezzo tenta la classica carta della disperazione:

Maher Al-Assad, fratello del presidente Bashar, e il generale Assef Shawkat, capo dell’intelligence militare siriana e cognato del presidente, vengono additati, al pari di altri elementi siriani e libanesi di spicco, tra i sospetti, in base a presunzioni non sorrette per il momento da elementi tangibili. “Prezzolato” è invece definito il supertestimone alla base delle indagini dal tedesco Der Spiegel, che è andato a scavare nel passato di questo ambiguo personaggio, esiliato dalla Siria alcuni anni or sono.

Ammettiamolo: essere esiliati da una democrazia-modello quale la Siria rappresenta senza meno una prova schiacciante di discredito e delegittimazione. E allora, cui prodest questa cospirazione onusiana contro l’amabile statista-oculista che anni addietro, in occasione della visita a Damasco di Giovanni Paolo II, ribadì in mondovisione che gli ebrei sono colpevoli di deicidio? Ma è chiaro:

[…] con o senza prove, la storia deve fare il suo corso: quello del più forte. Supposizioni e deboli argomentazioni, di cui è ricco il rapporto Mehlis, rappresentano per l’amministrazione Bush un valido appiglio su cui costruire una tesi favorevole alla sua politica nella regione: uno stato canaglia, vicino alla resistenza palestinese ed irachena, compiacente nei confronti di gruppi terroristici, retto da un regime totalitario, e per di più con l’aspirazione mai doma di riottenere le alture del Golan occupate da Israele. Argomenti che possono essere abbondantemente discussi e talvolta condivisi, ma che certo ci riportano indietro di qualche anno, alla grande menzogna ostinatamente ordita per sostenere l’invasione dell’Iraq.

Ma oggi registriamo anche un’interessante variazione sul tema: il Grande Satana non è l’unico responsabile del complotto. Il ditino progressista-garantista-pacifista è risolutamente puntato contro l’altro artefice della risoluzione 1559, il vecchio moloch colonialista chiamato Francia, da sempre modello di Romano Prodi e della sua coalizione moralmente superiore:

Arriveranno invece, forse già la settimana prossima, le prime sanzioni ONU auspicate da Stati Uniti e Francia, desiderosi tra l’altro di estendere la loro influenza anche sul già destabilizzato Libano.

Ma come? Quoque tu, Gallia? Il governo occidentale da sempre amico dei regimi arabi della regione (che peraltro hanno già accortamente preso le distanze, o più propriamente isolato, Damasco), il campione del dialogo tra le valorose dittature della regione e le decadenti democrazie occidentali, il paese che ha subito sequestri di propri giornalisti che tentavano di rappresentare al mondo la barbarie americana in Iraq. Proprio quel paese, oggi, rialza la sua brutta testa colonialista a danno del popolo libanese, che da oltre un ventennio viveva in splendida cattività siriana? Urge adunanza unionista (di rito camaldolese o assimilato) per nuova messa a punto del programma di politica estera. Si consiglia la convocazione, come guest speaker, del valoroso Mahmoud Ahmadinejad. Lui meglio di chiunque altro saprà illuminare i nostri progressisti sulle virtù della resistenza antiamericana ed antisionista. Prossimamente nelle università italiane.