La Katrina d’Europa

La sollevazione a cui i francesi stanno assistendo, sbigottiti, da ormai dieci giorni viene da lontano e porta lontano. E’ stato alfine aperto il vaso di Pandora dello sradicamento rafforzato dall’autosegregazione sociale e culturale, dell’emarginazione come evidente sottoprodotto dell’assenza di una valutazione delle compatibilità socioeconomiche nei flussi migratori, dei fantasmi dell’Uomo Nuovo, della toutepuissance dello Stato Leviatano, il mito in cui si sono crogiolate generazioni di politici francesi. Per la Francia esistono problematiche specifiche, quali il retaggio del colonialismo, che ad esempio per l’Italia non sussistono, se non in misura del tutto trascurabile. L’unico vero problema italiano è l’ignoranza discernitiva di una classe politica incapace di compiere elaborazioni autonome, sempre in cerca di qualche compagno di banco da cui copiare il tema, con la voluttà di chi ritiene di aver trovato la scorciatoia per risolvere ogni problema.

Riusciremo mai a leggere, in questi giorni, pensosi editoriali di illuminati maitres-a-penser, di casa nostra ed altrui, che ci spiegheranno dove, come e quanto ha finora sbagliato la società francese? Riusciremo mai a trovare tracce di denunce di razzismo indirizzate alla leadership francese ed al modello culturale di quel paese, colpito da questa devastante Katrina nel cuore della Vecchia Europa? Lecito nutrire forti dubbi. Chi di dubbi non ne ha mai, in nessuna circostanza, è Romano Prodi. Il quale ha scoperto l’ultimo sottoprodotto della nequizia berlusconiana: il degrado delle periferie. E’ impressionante, leggendo la quotidiana polemica politica, constatare quanto possa essere stato distruttivamente produttivo, in meno di cinque anni, il governo Berlusconi. Sempre che, ovviamente, la nostra interpretazione sia corretta, e Prodi intendesse effettivamente rivolgere una critica all’attuale maggioranza, e non a tutti i governi che hanno gestito la politica sociale del paese da circa un quindicennio a questa parte, cioè da quando sono iniziati imponenti flussi migratori verso il Nord del mondo. In quest’ultimo caso, Prodi è ampiamente corresponsabile del degrado della situazione, e del rischio che egli denuncia. Bizzarre le ricette proposte dal Professore, non a caso partorite all’interno della leggendaria Fabbrica bolognese:

“Le nostre periferie sono una tragedia umana e se non facciamo interventi seri, sul piano sociale e con l’edilizia, avremo tante Parigi. Ci sono condizioni di vita pessime e infelicità anche dove sono tutti italiani”.

Pur soddisfatti del fatto che Prodi abbia deciso di aderire al modello culturale che informa la Costituzione statunitense (la ricerca della felicità) dobbiamo tuttavia osservare che, riguardo gli strumenti per ottenere ciò, siamo ancora alle più viete ricette assistenzialistiche: suggerire interventi di edilizia nelle periferie ci ricorda tanto la riproposizione, a quasi mezzo secolo di distanza, dei mega-piani di edilizia popolare che accompagnarono il decollo economico ed industriale della società italiana. Ancora oggi, i casermoni delle periferie del nord Italia si ergono ad imperitura memoria di quanto possa essere deleteria l’iniziativa pubblica nell’economia. Ma ciò che differenzia oggi da allora è la condizione degli abitanti delle periferie, soprattutto quelli di ultima e penultima generazione. Allora operai italiani, oggi immigrati e figli d’immigrati, molto spesso fuori dai circuiti produttivi, giunti nel paese in omaggio a logiche assistenzialistiche proiettate dal piano domestico a quello planetario: elucubrazioni terzomondiste orchestrate da una classe politica cinica ed autenticamente razzista, sempre pronta a cospargersi il capo di cenere per supposte violazioni delle culture altrui, sempre così indifferente ed infastidita dalla propria, nell’ormai abituale riflesso relativista pavloviano. Prodi ha fatto bene a denominare “Fabbrica” quell’ologramma che gli serve a dare l’illusione di una elaborazione programmatica: la sua mentalità è rimasta agli anni Cinquanta. Come potrebbe essere diversamente, per un signore quasi settantenne che farnetica di essere un “bambino della politica”? Proseguendo nella propria attività di copia compulsiva dei compiti altrui, Prodi riesce a giungere al perfetto esempio di eclettismo politico: serve, a suo parere rendere importante “con una cerimonia solenne” il momento in cui gli immigrati, al termine di un percorso d’integrazione attraverso la conoscenza della lingua italiana, delle istituzioni e della storia del nostro Paese, nonché della Carta costituzionale, arrivino a ottenere il titolo di cittadini italiani:

“E’ una mia mania, voglio la festa della cittadinanza che si deve svolgere con una cerimonia solenne” nei Comuni nei quali avviene questa integrazione.

Eccellente. Tuttavia, quando queste cose le propone il governo svizzero o quello britannico, abitualmente si levano, da sinistra, vibranti e vibrate accuse di assimilazionismo. Noi siamo da sempre favorevoli alla creazione di percorsi di integrazione e cittadinanza che vincolino, oltre alle compatibilità economiche, l’ingresso degli immigrati nei nostri paesi. Non riusciremo a creare un melting pot, che non esiste sul pianeta, ma eviteremo l’infausto salad bowl dell’autosegregazione culturale ed economica che ci ha regalato, tra le altre cose, gli assassini di Aldgate. Prodi dovrà cercare di convincere di questa esigenza d’integrazione anche i suoi compagni di strada. Soprattutto, dovrà convincere le legioni di educatori progressisti che sono già pronti, durante il periodo natalizio, a sostituire la narrazione della Natività (che, personalmente, vorremmo improntata anche a neo-umanesimo laico e non solo a dottrinarismo cattolico) con la favola di Cappuccetto Rosso, per non urtare la sensibilità religiosa e culturale dei piccoli immigrati, neo-cittadini del nulla relativistico europeo.

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