Il bivio

Il Cancelliere designato, Angela Merkel, si appresta ad ottenere il via libera dai propri partner di coalizione per un programma di governo che, secondo gli imprenditori, non riuscirà a stimolare la crescita tedesca. Dopo sei settimane di defatiganti trattative, l’accordo siglato tra socialdemocratici e cristiano-democratici prevede l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, dal 16 a 19 per cento entro il 2007, la maggiorazione dal 42 al 45 per cento dell’aliquota massima sul reddito personale, ed un pacchetto di 25 miliardi di euro di nuove spese, finalizzate a permettere alle piccole imprese abbattimenti dell’imponibile sui beni strumentali, agevolare ristrutturazioni edilizie e finanziare progetti infrastrutturali. Con una crescita stimata per il 2006 intorno all’1 per cento, e con un trend ormai in atto di tagli agli organici e delocalizzazioni industriali, Merkel si troverà a dover combattere contro l’ostilità delle imprese, di ampia parte degli economisti e dei consumatori.
La DIHK, che rappresenta circa 3 milioni di aziende tedesche, ha già detto che la tanto attesa materializzazione di nuovi posti di lavoro ben difficilmente si realizzerà. Il professor Rudolf Hickel, dell’istituto di Economia e Lavoro di Brema, parla apertamente di “analfabetismo economico”, ritenendo (con ragione) che l’aumento dell’Iva giunga nel peggior momento possibile, data la dinamica stagnante dei consumi, e la maggior tassazione dei “ricchi” sia solo un placebo (per l’invidia sociale?). Nel frattempo, un sondaggio mostra che il 63 per cento dei tedeschi è contrario all’aumento dell’imposizione indiretta.

Come da attese, il programma della Grande Coalizione è un ircocervo: Merkel non solo non è riuscita ad ottenere il sostegno dei socialdemocratici al rinvio delle dismissioni delle centrali nucleari, ma ha dovuto rimettere nel cassetto i propri programmi di taglio fiscale, addirittura rovesciandoli, con buona pace dei sogni di flat-tax della campagna elettorale. Superfluo sottolineare che i partiti rimasti fuori dalla Grosse Koalition hanno buon gioco nell’accusare Cdu-Csu e Spd di tradimento degli elettori: anche questo è un caratteristico sottoprodotto delle grandi ammucchiate governative.

Mentre a Berlino e dintorni si discute, le aziende tedesche stanno procedendo a tappe forzate sulla strada del recupero di produttività e competitività, senza troppo curarsi dei tempi della politica. Il 2 novembre Deutsche Telekom ha annunciato il taglio di 32.000 posti di lavoro in tre anni, mentre Daimlerchrysler pianifica la soppressione di 8.500 impieghi tedeschi nella divisione Mercedes. Ma alcuni qualificati analisti riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno. Tra le poste attive del bilancio economico tedesco figura il ridimensionamento del potere sindacale, ormai limitato alla contrattazione aziendale e quindi più aderente alla realtà economica del paese. La stessa IG Metall, che oggi rivendica forti incrementi retributivi (ed a maggior ragione lo farà in ipotesi di rialzo dell’iva), appare sempre più impegnata in una battaglia di retroguardia per la propria sopravvivenza. Proprio il settore metalmeccanico, infatti, sta progressivamente abbandonando il modello neo-pauperista delle 35 ore lavorative, e molto spesso i vincoli al licenziamento (ma il governo Merkel tenterà di portare il periodo di licenziabilità post-assunzione da 6 mesi a 2 anni) vengono aggirati con il ricorso a contratti a tempo determinato. Oggi, il 39 per cento della forza-lavoro tedesca è inquadrato in tipologie contrattuali flessibili, contro il 29 per cento di 10 anni fa.

In parallelo, si rileva un forte aumento dell’investimento in information technology, passato nell’ultimo decennio dal 30 al 50 per cento dell’investimento totale in beni capitali. Per l’effetto congiunto di questi interventi, il peso del costo del lavoro sul valore aggiunto tedesco è calato del 10 per cento in dieci anni, e la produttività del lavoro cresce oggi al passo dell’1.6 per cento, contro la media dell’1 per cento dell’ultimo decennio. La Germania non sarà il prossimo Giappone, ma il suo sistema produttivo sta reagendo al rischio di declino. La politica, in questo scenario, potrà solo limitarsi a non creare troppi intralci e a non agire in modo controproducente sui trend di fondo. La missione della politica, in questa congiuntura, sarebbe quella di rinegoziare il “contratto sociale” welfaristico che per oltre sei decenni ha costituito la rete di protezione onnicomprensiva di società uscite devastate da una guerra mondiale. Ma occorre anche uno sforzo progettuale per armonizzare produttività economica e produttività sociale. E ciò richiede anche un profondo ripensamento della teoria, oltre che della prassi dell’intervento pubblico. Se la reazione sarà l’accentuazione del multiculturalismo assistenzialista, quello che consente di dare la colpa ad altri per i propri fallimenti, quello che perpetua l’autosegregazione ed il rigetto dei valori comuni che devono rappresentare la base del nuovo contratto sociale, il fallimento è assicurato. Se la reazione sarà un qualche fumoso programma di “riqualificazione” delle aree urbane, come quello proposto da De Villepin e che ha trovato la scontata, entusiastica adesione dell’eurosclerotizzante Bruxelles, potremo presto contare su più fioriere e piste da skateboard, per permettere ai giovani di impiegare in modo politicamente corretto il proprio “tempo libero welfaristico”, ma non riusciremo a mobilitare il capitale umano fatto deperire da sei decenni di assistenzialismo.

La ristrutturazione del contratto sociale non potrà poi prescindere dalle compatibilità culturali. La presenza di culture inconciliabilmente conflittuali, o più propriamente aliene, dovrà essere ripensata, magari con l’adozione di soluzioni di incentivazione degli espatri, ove possibile, ponendo fine all’ipocrisia di quanti, sempre e comunque, vedono nei flussi migratori una ricchezza culturale ed economica, concetto drammaticamente smentito dai bassi tassi d’occupazione che caratterizzano alcune etnie nel contesto europeo. L’attuale modello di welfare genitoriale (e paternalistico) deve evolvere verso un modello di welfare-to-work e di assunzione di responsabilità individuale. Se falliremo, non sarà solo un problema di declino economico, ma diverremo terra di conquista da parte di ideologie liberticide (domestiche o, peggio, importate) ed assisteremo, entro alcuni decenni, ad una regressione che tornerà a fare dell’Europa un campo di battaglia insanguinato.

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