Lezioni dal passato

Le politiche economiche statunitensi degli anni Trenta sono una continua fonte di miti e confusione. Secondo la vulgata comune, fu il capitalismo a provocare la Grande Depressione e fu il presidente Franklin D. Roosevelt a contribuire a combatterla vittoriosamente, con il New Deal. Ad un esame più ravvicinato ed attento, tale versione ufficiale non regge. Vediamo perché.

La Grande Depressione fu il risultato di una severissima contrazione dell’attività economica. Il prodotto interno lordo scese, dal 1929, per quattro anni consecutivi, prima di iniziare un lento recupero. La produzione, in termini reali, recuperò solo nel 1936 il livello a cui si trovava nel 1929, per poi tornare a flettere nel 1938. La disoccupazione rimase persistentemente elevata, oltre il 14 per cento, dal 1931 al 1940. Per contro, nel 1921 l’economia recuperò rapidamente da una pesante contrazione, che fece scendere il prodotto reale del 9 per cento e portò la disoccupazione all’11.7 per cento. Malgrado ciò, nel 1922 la disoccupazione era già scesa al 6.7 per cento, e nel 1923 si ridusse ulteriormente, al 2.3 per cento. La causa della rapidità di tale ripresa fu essenzialmente il non interventismo governativo, che permise a prezzi e salari di scendere fino a livelli compatibili con la rianimazione dell’attività economica. La reazione governativa alla crisi degli anni Trenta fu, all’opposto, caratterizzata da una serie di interventi che cristallizzarono ed approfondirono la perturbazione economica. Vediamo quali furono, in dettaglio:

Contrazione monetaria. L’offerta di moneta si ridusse, tra il 1929 ed il 1933, di circa un terzo. Errore che venne ripetuto, con risultati analoghi, nel 1938. Nel momento in cui molte banche entrarono in dissesto, il sistema rimase privo della liquidità necessaria per contrastare la crisi. Sul piano normativo, negli Stati Uniti vigeva all’epoca il divieto di aprire sportelli bancari su tutto il territorio nazionale diversamente da quanto, ad esempio, accadeva in Canada, dove il bank branching interstatale era liberalizzato. Impedendo la diversificazione degli attivi bancari fuori da stati spesso caratterizzati da elevata concentrazione settoriale dell’industria, la crisi venne aggravata ed amplificata.

Aumento della pressione fiscale. All’inizio degli anni Venti il Segretario al Tesoro, Andrew Mellon, promosse un robusto taglio fiscale, con l’aliquota massima dell’imposta sul reddito delle persone fisiche che passò dal 73 al 25 per cento. All’opposto, il presidente Hoover promulgò nel 1932 il Revenue Act, che rappresentò il maggior inasprimento fiscale in tempo di pace nella storia degli Stati Uniti, con l’aliquota massima personale innalzata dal 25 al 63 per cento, e portata al 79 per cento negli anni successivi, assieme ad inasprimenti fiscali sulle imprese. Nello stesso periodo si registrarono aumenti d’imposta anche in molti stati dell’Unione, in alcuni casi in contesti che erano privi di tassazione sul reddito. Il risultato fu la distruzione dell’incentivo all’offerta di lavoro, all’investimento ed all’assunzione del rischio d’impresa. Nel 1930, Hoover firmò il famigerato Smoot-Hawley Trade Act, che introdusse tariffe doganali medie del 59 per cento su circa 25.000 prodotti importati. In conseguenza di ciò, circa sessanta paesi attuarono rappresaglie, introducendo dazi sui prodotti statunitensi. Nel 1933, il commercio mondiale era ridotto ad un terzo del livello del 1929, imploso sotto i colpi di una Guerra Mondiale del commercio.

Prezzi mantenuti artificiosamente elevati. L’architrave del New Deal fu il National Industrial Recovery Act (NIRA), una legge che impose la creazione di cartelli settoriali nell’industria, allo scopo di limitare la competizione e mantenere i prezzi elevati. Le aziende e gli imprenditori che abbassavano i prezzi, in quel periodo, venivano multati e talvolta arrestati. Fortunatamente, il NIRA fu eliminato dalla Corte Suprema nel 1935. Allo stesso modo, l’Agricultural Adjustment Act del 1933 impose dei tetti alla produzione agricola, per sostenerne i prezzi (vi ricorda nulla?). Oltre sei milioni di maiali vennero abbattuti, 10 milioni di acri di terreno coltivato vennero trasformati in distese di erbacce, ampia parte della produzione di frutta venne fatta marcire, e gli “eccessi” (tutto è relativo…) di produzioni agricole vennero distrutti o venduti sottocosto all’estero, ove possibile. L’unica preoccupazione del governo sembrava essere quella di tenere artificiosamente alti i prezzi di beni di prima necessità e perseguire gli imprenditori che avessero osato sfidare i produttori inefficienti per aiutare milioni di propri connazionali, privi di lavoro e di denaro nel portafoglio, ad acquistare merci e servizi a prezzo più basso.

Prezzi dell’occupazione mantenuti artificiosamente elevati: molte politiche del New Deal aumentarono il costo del lavoro. I cartelli settoriali previsti dal NIRA imponevano salari elevati, la nuova contribuzione alla Social Security aumentò i costi salariali. Il Davis-Bacon Act impose salari eccessivamente alti sui contratti federali, mentre la legislazione sul salario minimo ridusse drasticamente la domanda di lavori meno qualificati, alimentando la disoccupazione. Pansindacalismo e tattiche sindacali radicali vennero attivamente incoraggiate dalla legislazione. Il risultato fu l’esplosione dei fermi nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro: da una media di 980 annui tra il 1922 ed il 1932 al picco di 4740 nel 1937. Milioni di posti di lavoro vennero effettivamente creati nel settore pubblico, ma altrettanti (e più) vennero distrutti nel settore privato. Nel 1940, l’occupazione totale era inferiore ai livelli del 1929.

Persecuzione delle imprese. Il permanente rischio di nuovi interventi pubblici restrittivi delle libertà economiche, accrescendo l’incertezza, condusse alla stagnazione degli investimenti. Roosevelt ed ampia parte della sua amministrazione tendevano a demonizzare gli imprenditori, definendoli pubblicamente “principi privilegiati”, alla ricerca di “un nuovo dispotismo” e della “dittatura industriale”. In quel periodo si registrò un’autentica esplosione di leggi e regolamentazioni, senza eguali nella storia degli Stati Uniti. Roosevelt emise più executive orders di tutti i presidenti da Harry Truman a Bill Clinton, sommati assieme. I presidenti di solito emettono alcune centinaia di executive orders, Roosevelt ne emise 3.723, con tutto ciò che ne conseguì in termini di menomazione dei checks and balances di cui la tradizione costituzionale statunitense va giustamente orgogliosa. Anche l’uso molto aggressivo dell’Antitrust, le cui fila vennero ingrossate da decine di legali, s’iscriveva in questa azione persecutoria. Superfluo sottolineare l’ironia dell’utilizzo della legislazione antimonopoli quando si è trascorso un intero mandato presidenziale a favorire la creazione di cartelli industriali e monopoli sindacali…

In sintesi, le politiche attiviste del New Deal non furono solo deleterie per l’economia, ma favorirono anche i più fortunati tra i cittadini, come spesso accade in occasione dell’intervento di sovrastrutture burocratiche, che per definizione agevolano ed incentivano il rent seeking e le lobbies. La maggior parte dei sussidi agricoli andarono ai maggiori proprietari terrieri (anche qui, vi ricorda nulla?); l’orgia pansindacalista condusse alla discriminazione degli afro-americani, perché diede potere monopolistico ai boss sindacali, che spesso non volevano l’assunzione di persone di colore. La strategia corporativa e burocratizzante di Roosevelt, fatta di cartelli, sussidi, prestiti agevolati, demonizzazione delle imprese e progetti di grandi opere pubbliche funzionò bene, sul piano politico. Ma, sul piano economico, Roosevelt e la sua squadra non avevano idea alcuna di quanto stessero facendo, passando da un fallimento all’altro. E’ utile rileggere il passato, per non commettere gli stessi errori oggi. Soprattutto in contesti, come quello europeo, minati da una profonda crisi strutturale del proprio modello di sviluppo, e dove le suggestioni protezionistiche, corporative e redistributive in assenza di crescita esercitano una crescente fascinazione. Ma sono, di fatto, una scorciatoia per il declino.