La macchina del tempo

Torniamo sul caso Sofri. E lo facciamo da un’ottica “laica”, consentiteci per una volta di non utilizzare l’abusato (ma a noi sempre caro) aggettivo “liberale”. Abbiamo seguito con interesse le ricostruzioni, storiche e personali, della vicenda. Quella a cui stiamo assistendo, per molti aspetti, è la reiterazione della “maledizione italiana”, l’incapacità di chiudere i conti con il proprio passato. Sembra un’assurdità, a distanza di sessant’anni, parlare di “riconciliazione nazionale”. In altri paesi, usciti in macerie da una guerra mondiale ed una guerra civile, avremmo probabilmente misurato quell’arco temporale in mesi, o in pochi anni. Qui, no.

Non abbiamo alcuna pretesa di oggettività o di oggettivazione (anche per quello possiamo definirci laici), ma pensiamo possa essere utile, per contestualizzare quell’epoca, riportare due brani che potranno contribuire a fare ulteriore luce sulla vicenda. Una è la sintesi “ragionata” (perché distillata ed estratta da migliaia di pagine di documenti processuali, un archivio straordinario) di quella che è stata la storia giudiziaria di Adriano Sofri. E’ tratto dal sito sofri.org, auspichiamo che nessuno parli di lettura di parte, proprio perché si tratta di una ricostruzione tratta dalle carte processuali. Ma se vorrete farlo, feel free.

L’altro è un articolo di Leonardo Sciascia, pubblicato su l’Espresso nel 1988, e dissepolto dall’oblio proprio oggi da Notizie Radicali. Sciascia non è mai appartenuto a Lotta Continua, era un intellettuale ed un uomo libero, di lui ricordiamo soprattutto l’aspra e volutamente fraintesa (dai soliti noti) polemica contro i “professionisti dell’antimafia” e contro tutto il carrierismo ipocrita che questa etichetta sottendeva, negli scorsi decenni, a sinistra. Lo diciamo proprio per evitare quei riflessi pavloviani che tendono ad interpretare ogni azione e pensiero in termini di schieramento, etichettamento e cui prodest, che tanto entusiasmano il bipolarismo ideologicamente patologico che ammorba questo nostro paese.

    Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani vennero accusati nel luglio 1988 di essere responsabili di un omicidio avvenuto 16 anni prima, nel 1972. A quel tempo essi avevano partecipato del movimento Lotta Continua, una delle più popolari formazioni nate dopo le contestazioni del “68, di cui Sofri era il maggior esponente e che si sciolse nel 1976. Nel 1988, Leonardo Marino, anch’egli ex militante di LC, raccontò ai giudici di essere stato una delle due persone che sedici anni prima avevano ucciso il commissario di polizia Luigi Calabresi davanti alla sua casa di Milano. Marino disse che a sparare al commissario era stato Ovidio Bompressi e che i due avevano ricevuto l’ordine di compiere l’omicidio da Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. I tre vennero arrestati e poi scarcerati in attesa del processo e si dichiararono del tutto estranei all’accusa. La storia raccontata da Marino, alla prova di fatti e confronti, cadde da subito tra moltissime contraddizioni, incongruenze, smentite e rettifiche, la più plateale delle quali riguardò l’unico dato che riguardava Pietrostefani. Al processo, iniziato nel 1990, emerse poi casualmente che Marino aveva intrattenuto colloqui notturni e non verbalizzati con i carabinieri, molti giorni prima della sua presunta “spontanea” confessione. Il processo si concluse con le condanne a 11 anni per Marino e a 22 anni per le persone che aveva accusato, malgrado nessuna prova si fosse aggiunta al suo racconto.
    Da allora si sono susseguiti otto processi, con esiti contraddittori. Le Sezioni Unite della Cassazione, nel 1992, hanno annullato le condanne, chiedendo che si trovassero dei riscontri seri alla versione di Marino, o che si assolvessero gli imputati. Un processo d’appello, nel 1993, ha assolto tutti gli imputati, non credendo a Marino nemmeno per quel che accusava se stesso. Ma un giudice che aveva votato contro l’assoluzione ha stilato le motivazioni della sentenza in modo incongruo per ottenerne l’annullamento, cosa che è avvenuta. Di un altro processo, nel 1996, sono emerse gravi pressioni e abusi del presidente della corte per ottenere la condanna degli imputati. Abusi sanciti da un’indagine della procura di Brescia, ma che non sono stati sanzionati in alcun modo.
    Nel gennaio del 1997 Sofri, Bompressi e Pietrostefani hanno subito una condanna definitiva e sono entrati in carcere a Pisa. Marino ha avuto il reato prescritto senza scontare un giorno di carcere. I tre si sono consegnati al carcere, Pietrostefani addirittura tornando da Parigi dove lavorava. Per altri due anni e mezzo la loro difesa si è battuta per ottenere la revisione del processo, portando nuove e clamorose prove della falsità dell’accusa. La revisione è stata accettata nell’agosto 1999 e i tre scarcerati, dopo due anni e sette mesi. Bompressi era libero da pochi mesi per l’aggravamento della sua salute dovuto alla detenzione.
    Al processo di revisione, svoltosi a Venezia tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000, è stato dimostrato definitivamente il torbido percorso della “confessione” di Marino, nonché l’estraneità di Bompressi, e la fallacia dei sostegni delle sentenze di condanna. Ciò malgrado, i giudici veneziani hanno ritenuto di riconfermare le condanne, nello stupore di chi aveva seguito il processo e hanno ordinato il ritorno in carcere dei tre, ventotto anni dopo i fatti contestati. (sofri.org)
    SCOPRIAMO CHI HA UCCISO PINELLI
    di Leonardo Sciascia
    (L’ESPRESSO, 28 agosto 1988)Quando ho sentito dell’arresto di Adriano Sofri, ho subito pensato: se è davvero colpevole, appena davanti al giudice confesserà. E non che il fatto che non abbia confessato assuma per me piena convinzione di innocenza: ma è un elemento di intuizione, di impressione, cui altri più razionali, si aggiungono.

    Io non ho conosciuto Sofri negli anni ruggenti intorno al Sessantotto. L’ho conosciuto dieci anni dopo. E mi è parso, di fronte alla vita, di fronte ai libri, nei rapporti umani, un uomo “religioso”. Davvero era tanto diverso prima? Non riesco a crederlo. Io ho avuto un amico, che è stato anche amico di Vitaliano Brancati e di cui Brancati, dandogli altro nome, parla in un racconto, che per la sua idea e il suo sentimento della rivoluzione, specialmente negli anni del fascismo, avrebbe incendiato il mondo, ma non c’era persona, comunque la pensasse, che non fosse degna del suo rispetto. Cosi mi pare Sofri, per carattere oltre che per delusione ideologica e per le riflessioni su quella delusione: e posso immaginare le sue intemperanze di un tempo, ma tra le intemperanze e l’omicidio e per giunta, a freddo, commissionato ad altri c’è una gran differenza. Se è suo, lo stesso articolo pubblicato da “Lotta continua” all’indomani dell’assassinio di Calabresi e che può sembrare di rivendicazione, a me pare risponda a degli astratti canoni rivoluzionari e mi pare, anche, che segni oggi un punto per la difesa piuttosto che per l’accusa. Nel senso della domanda che dobbiamo pur porci: possibile che Sofri e i suoi più vicini, se dalla loro decisione fosse venuto l’assassinio di Calabresi, siano stati tanto sciocchi da attirare subito l’attenzione della polizia sul loro gruppuscolo?

    So, per come l’istruttoria viene istruendosi, qual è la risposta: avevano bisogno di segnalarsi come guida dell’intero movimento, e da eroi quasi assumersi la paternità di quel delitto. Ma, ritenendo che non fossero sciocchi nemmeno allora, nel furore rivoluzionario, per me regge l’ipotesi di segno opposto: che erano sicuri la polizia non potesse trovar traccia tra loro dell’organizzazione di quel delitto, e per il semplice fatto che era stato da altri organizzato e consumato; e non potendo dunque essere accusati di omicidio, potevano permettersi di incorrere nell’apologia di reato: irrisoria imputazione, e specialmente in quel momento. E nasceva, l’apologia, bisogna riconoscerlo, da una “provocazione” dello Stato che non solo toccava i rivoluzionari, ma la gran parte degli italiani. Ancora oggi, quale verità abbiamo sulla morte dell’anarchico Pinelli se non quella che ciascuno e tutti ci siamo costruita facilmente, e con più o meno gravi varianti a carico di coloro che lo interrogavano? Pinelli non ha resistito alle torture morali e psichiche, e si è buttato giù dalla finestra: variante la più leggera. O non ha resistito alle torture fisiche, cogliendo il momento di distrazione degli astanti per buttarsi giù. O alle torture non ha resistito, morendo, ed è stato buttato giù. Ipotesi, quest’ultima, che trova riscontro di probabilità nel più recente e accertato caso verificatosi negli uffici di polizia palermitani.

    Ed è da ribadire che un delitto cosi consumato “dentro” le istituzioni è incommensurabilmente più grave di qualsiasi delitto consumato “fuori”. (Alberto Savinio diceva: “Avverto gli imbecilli che le loro proteste cadranno ai piedi della mia gelida indifferenza.” Ma si possono dire soltanto imbecilli coloro che disapproveranno questa mia affermazione?) E comunque: non è il momento di dire la verità sulla morte di Pinelli, restituendo onore alla memoria di Calabresi se, com’è stato detto, non c’entrava? Non è possibile trovare, tra chi c’era, un “pentito” che finalmente dica la verità?

    Ma tornando a Sofri, è da dire che casi come il suo sono di quelli che non solo si presentano ambigui nell’immediato, ma sono destinati, nell’opinione dei più, a restar tali; di interna contraddizione, di doppia verità. Perché non ai dati di fatto, alla concomitanza di indizi, al convergere di testimonianze più o meno dirette, la ricerca della verità può affidarsi e arrivare a una soluzione “al di là di ogni dubbio”, ma alle soggettive impressioni che si possono avere dal trovarsi di fronte agli accusati e all’accusatore, dall’averli conosciuti o, come sta accadendo ai giudici, dal conoscerli ora, dal dialogare con loro, dallo scrutarli. Ed è dentro questo limite dell’averlo conosciuto, dello stimarlo, del crederlo incapace di aver ordinato un assassinio che è stata firmata, anche da me, una lettera che a Sofri sarà più di conforto che di aiuto. Non mai, come da qualche parte è stata intesa, in quanto affermazione di una equivalenza tra l’intellettualità e l’innocenza. Nemmeno lo spirito di corpo o di casta, di cui peraltro sono sprovvisto, può far stravedere fino a questo punto. Ci sono stati intellettuali capaci di delitti più ignobili ed efferati; e un intellettuale che volesse ignorarlo non sarebbe un intellettuale ma un cretino. Ed è inutile dire che si era ben lontani, con quella lettera, dal vagheggiare l’impunità o dall’invocare il “perdonismo”. Si voleva e si vuole, soltanto e assolutamente, la giusta giustizia.

    Da quel che il cosiddetto segreto istruttorio lascia affluire ai giornali, la condizione di Sofri e di altri due imputati sembra esser questa: c’è un quarto uomo che si autoaccusa e li accusa dell’omicidio Calabresi. Due mandanti, Sofri e Pietrostefani; due esecutori, Bompressi e Marino: e Marino è quello che si autoaccusa ed accusa. Ma dopo sedici anni, e nel vigore delle leggi che beneficano i pentiti. Altro sembra che non ci sia, a suffragare le accuse di Marino, se non la confidenza a polizia e magistratura di altri pentiti, che appartengono alla preistoria del pentitismo, che l’assassinio di Calabresi sia stata opera del gruppo di “Lotta continua”. E qui le domande si affollano: che riguardano il passato e il presente, la storia del terrorismo e la storia del “perdonismo”. Ma per fermarci all’oggi: in che misura, una volta accertata, Marino pagherebbe la sua partecipazione al delitto? Quali sono stati i suoi rapporti con Sofri in questi sedici anni? Fino a che data gli si rivolse per avere qualche soccorso finanziario e da qual giorno ne fu deluso? Si rivolse anche a Pietrostefani? Quale la sua situazione economica e morale al momento in cui va ad autoaccusarsi e ad accusare, la sua situazione familiare, i suoi rapporti con la moglie particolarmente?

    Ma il cittadino qualsiasi non ha, come invece ha il magistrato, né l’opportunità né i mezzi per aver risposta a queste e ad altre simili domande. Chi conosce Sofri e lo stima, si sente in diritto di avere l’opinione, fino a contraria e netta prova, che Marino sia un personaggio che ha trovato il suo autore nella legge sui pentiti. In quanto ai moventi psicologici che possono aver suscitato in lui la decisione di autoaccusarsi per accusare, tanti se ne possono trovare, a lume di esperienza di vita come di letteratura dal sentimento della gratitudine, per molti difficile e insostenibile e di cui spesso si scaricano con sentimento opposto, al rancore in cui non rare volte si mutano ammirazioni, devozioni e mitizzazioni; dal fissarsi nell’idea che il passato rivoluzionario sia stato di giovamento ai furbi e di danno a se stessi ingenui, alla voglia di giungere a una notorietà, a una forma di successo, per altre strade preclusa e da quella delle rivelazioni giudiziarie aperta. E così via. E non si dice che i moventi di Marino siano questi, ma questi possono essere stati, se crediamo nella estraneità di Sofri a quel delitto.

    L’albero del pentimento può dare, come ha dato, di questi frutti. Avremmo potuto sperare che i segni del “prima ti arresto e poi cerco le prove”, che anche in questo caso purtroppo si intravedono, i giudici riuscissero al più presto a dissolverli. Ma la comunicazione giudiziaria a Boato e ad altri allontana di molto questa speranza.