Non tassiamo il nostro futuro

L’esempio che segue serve ad illustrare l’effetto nocivo dell’elevata tassazione sui redditi prodotti dal risparmio.

Ipotizzate che vi sia un cittadino, di nome Joe, che guadagna 1000 dollari di reddito aggiuntivo. Se la sua aliquota d’imposta è il 35 per cento, gli rimangono in tasca 650 dollari. Joe ne risparmia 100, per quando andrà in pensione, e spende gli altri 550. Se Joe investe questi 100 dollari in obbligazioni aziendali, riceverà il 6 per cento lordo. Poichè il reddito da interessi è tassato secondo l’aliquota marginale personale sul reddito (in altre parole, viene dichiarato al fisco e non è sottoposto, come ad esempio avviene oggi in Italia, a tassazione forfettaria) Joe riceverà , dopo le imposte, il 3.9 per cento. Con un’inflazione del 2 per cento il rendimento dell’investimento, dopo le tasse e la perdita di potere d’acquisto causata dall’inflazione, è di solo l’1.9 per cento. Se Joe ha 40 anni, questo 1.9 per cento reale annuo implica che i 100 dollari di risparmio di oggi diverranno 193 dollari quando Joe compirà 75 anni.
Quindi, il compenso che Joe ottiene per prestare del lavoro aggiuntivo è dato da 550 dollari di consumi immediati, e altri 193 dollari di consumi quando avrà 75 anni.

Ipotizzate ora che la tassazione del reddito prodotto dal risparmio (il famigerato “reddito da capitale”, di marxista memoria) si riduca ad una cedolare secca del 15 per cento, in linea con le raccomandazioni del Tax Panel del Congresso statunitense per la riforma fiscale. Sotto questo scenario, Joe si troverebbe con il 3.1 per cento di rendimento reale post-tasse (6 per cento lordo, a cui è sottratta la tassazione del 15 per cento e l’inflazione del 2 per cento). Così, con un rendimento reale del 3.1 per cento annuo, al compimento dei 75 anni i 100 dollari risparmiati da Joe diverranno 291 dollari, contro i 193 dell’ipotesi precedente.

Vi sono due lezioni da trarre da questo esempio, ognuna delle quali identifica una distorsione fiscale che spreca output potenziale e perciò riduce immotivatamente il benessere reale. La prima è che una tassa sul reddito da interessi è effettivamente anche una tassa sul lavoro aggiuntivo, che finisce col tagliare il consumo futuro (nell’esempio, da 291 a soli 193 dollari). Poiché l’elevata aliquota d’imposta sul reddito da interesse riduce il premio per il lavoro (ed il risparmio), Joe finirà con il compiere la scelta che riduce i suoi guadagni ante-imposte: meno ore lavorate, meno investimento in formazione. In sintesi, meno sforzo produttivo.

La seconda lezione che segue dall’esempio è che la tassazione sul reddito da interesse distorce il livello di consumo futuro, anche se Joe non modifica il proprio livello di risparmi. Con gli stessi 100 dollari di risparmio aggiuntivo, la maggiore tassazione riduce il consumo aggiuntivo, al momento del pensionamento, da 291 a soli 193 dollari, un taglio del 30 per cento. Se Joe risponde al minor tasso di rendimento reale (causato dalla tassazione) con minore risparmio, la distorsione del consumo è ancora più evidente.

Prese assieme, queste due lezioni implicano che una minore tassazione sul reddito da interesse, combinata con un lieve incremento della tassazione sugli altri redditi, potrebbe inequivocabilmente migliorare la condizione di Joe, pur aumentando il gettito fiscale per il governo. Ad esempio, se la riduzione della tassazione sugli interessi dal 35 al 15 per cento non modifica la propensione al risparmio di Joe, il governo potrebbe raccogliere lo stesso valore attuale di gettito fiscale alzando da 350 a 385 dollari la tassazione sui 1000 dollari di reddito aggiuntivo. In tal modo, Joe avrebbe meno risparmi immediati (da 100 a 65 dollari) ma il più elevato ritorno netto reale sull’investimento, grazie alla minor tassazione sul reddito da interessi, gli permetterebbe di mantenere comunque invariato il suo consumo all’età di 75 anni (cioè i 291 dollari). Ma l’esperienza dimostra che, in presenza di ridotta tassazione del risparmio, Joe modificherebbe il proprio comportamento, aumentando la propria offerta di lavoro oggi, per consumare di più al momento del pensionamento. In tal modo, Joe migliora il proprio benessere, mentre la tassazione dei suoi maggiori guadagni da lavoro fa aumentare il gettito fiscale oltre il livello corrispondente ad un’aliquota del 35 per cento.

Ecco perché è preferibile tassare moderatamente il reddito da interessi (inclusi i dividendi). Ecco perché la tassazione delle “rendite finanziarie”, che tanto piace ad Alemanno ed ai marxisti al cachemire, sarebbe un’azione autolesionistica, soprattutto se analizzata nell’orizzonte temporale che ad esse pertiene, quello di lungo periodo. Che non è quello della melensa facezia keynesiana, bensì è quello in cui si misura la capacità di consumo (e quindi di crescita economica) di un paese. Inasprire la tassazione sui redditi da interesse, cioè sui frutti del risparmio, finirebbe solo col depauperare la futura capacità di consumo di un paese, disincentivando offerta di lavoro ed assunzione di rischio d’impresa nel presente.

P.S. Questo post partecipa al Weekend Open Trackback di Andrea.

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