Il ministro polacco e l’ipocrisia della Vecchia Europa

Secondo il ministro polacco per gli Affari Europei, Jaroslaw Pietras, l’assenza di chiarezza sulla legislazione lavoristica dell’Unione Europea sta aiutando i vecchi stati membri a sfruttare i nuovi:

“We are dealing with a situation of hypocrisy. To an extent, the existence of a black market in workers is tolerated because companies in this way supplement deficits in the elasticity of the labour market.”

L’attuale legislazione comunitaria consente ai lavoratori dei nuovi stati membri solo una limitata libertà di movimento, ma secondo il ministro polacco l’adozione di una direttiva meno protezionista sui servizi servirebbe a rimuovere le barriere amministrative che oggi costringono gli immigrati nell’area grigia del lavoro nero.

Pietras ha poi liquidato con una battuta il recente sondaggio, compiuto in Irlanda, che mostra una diffusa ostilità alla completa liberalizzazione dei flussi migratori dai paesi di più recente ingresso nella Ue, sostenendo che se la costruzione europea si fosse basata sui sondaggi d’opinione, essa oggi non esisterebbe nella sua attuale forma.

Il 23 febbraio è previsto il voto del Parlamento europeo sulla direttiva di liberalizzazione dei servizi, il cui progetto originario era stato elaborato dall’allora commissario (della Commissione Prodi) Frits Bolkestein. La posizione del governo polacco, in materia, è piuttosto netta. La direttiva dovrebbe essere basata su alcuni punti fermi, quali mantenimento della legislazione lavoristica del paese di provenienza del lavoratore, limitazione del numero di settori esentati dalla sua applicazione, quale quello dei servizi sanitari, rimozione delle barriere amministrative all’utilizzo di manodopera estera e significativa riduzione della possibilità d’invocare la clausola della “preminenza dell’interesse nazionale” nella legislazione sul lavoro, la cui applicazione rischia di creare dei loopholes tali da vanificare la direttiva.

Per il 23 febbraio è prevista, davanti alla sede del Parlamento Europeo, un’imponente manifestazione dei sindacati europei, che rischia di riprodurre le condizioni che hanno portato gli europarlamentari, lo scorso 17 gennaio, a rigettare un progetto di direttiva per aprire alla competizione internazionale la movimentazione merci nei porti dell’Unione. A quel voto ha certamente contribuito anche l’utilizzo di argomentazioni piuttosto persuasive, quali il fitto lancio di bottiglie e sassi contro l’Europarlamento, compiuto da portuali ostili.

Il ministro polacco ha colto appieno la radice dell’ipocrisia della Vecchia Europa e della Decrepita Italia: esiste un’area protetta, quella degli insiders ad occupazione garantita, che tende inevitabilmente a creare un’area di precariato diffuso, sulla quale si scaricano i costi dell’aggiustamento nei settori aperti alla competizione internazionale. Precariato che interessa sia i cittadini dei paesi europei di nuovo ingresso nell’Unione, sia i giovani ed i disoccupati dei paesi di più antica adesione all’Ue. Questo tema è molto caro all’Unione di casa nostra: no al lavoro nero, no all’evasione fiscale, e contemporaneamente si al mantenimento di privilegi e “ipertutele” che in definitiva sono quelle che generano quella precarietà giustamente detestata ma che tuttavia consente all’economia di mantenere la flessibilità necessaria per competere in presenza di aree di rigidità e privilegi.

Ora, delle due l’una: o a sinistra sono profondamente ignoranti di come funzionano i sistemi economici aperti, oppure sono profondamente in malafede nel gabellarsi per tutori dell’interesse generale. Mettete una crocetta sull’opzione che preferite, in attesa di metterne un’altra ben più impegnativa sulla scheda elettorale, il 9 aprile.

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