Manifesto per l’Europa che vogliamo

Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca, si scaglia contro il totem illiberale dell’ultimo europeismo. In un recente discorso tenuto presso l’ambasciata del proprio paese in Lussemburgo, Klaus ha espresso concetti impressionanti, per portata culturale ed ampiezza della riflessione filosofica, che squarciano il velo di euroconformismo ipocrita tanto caro alle cariatidi della Vecchia Europa, Romano Prodi su tutti. Il presidente ceco ha espresso seri dubbi circa il futuro “sempre più unificato” dell’Unione Europea. E colpisce il fatto che questi dubbi siano condivisi dai leader di quella che fu la dissidenza dell’Est Europa, come Vladimir Buchowsky, che tempo fa a Bruxelles ha ammonito contro la trasformazione dell’Europa in una nuova Unione Sovietica, la EURSS, il superstato totalitario.

Spiega Klaus (nostra traduzione):

“I costi, dimostrabili, del rallentamento economico dell’Unione non sono stati riconosciuti. Le modalità dell’allargamento a nuovi membri, per lo più paesi ex-comunisti dell’Europa centrale ed orientale, hanno aumentato il deficit democratico della UE. L’Unione ha continuato ad espandere a passo accelerato il numero di pagine della propria legislazione, che ora si occupa di quasi ogni aspetto della vita e dell’attività umana. L’ambizioso tentativo di accelerare il processo di unificazione per mezzo del Trattato Costituzionale è stato rigettato, ma l’unificazione procede in modo strisciante, come se nulla fosse accaduto.”

E’ importante sottolineare che, per il presidente ceco, Unione Europea ed Europa non sono lo stesso concetto:

“Quando guardo all’ultimo mezzo secolo, vedo due diversi stadi del processo di integrazione europea, con due differenti modelli di integrazione. Il primo stadio è stato caratterizzato dal processo di apertura inter-governativa, dalla liberalizzazione complessiva delle attività umane, dalla rimozione delle barriere confinarie tra stati, quelle che ostacolavano il movimento di merci, capitali, persone, idee e modelli culturali. Il secondo stadio, che io chiamo il modello di armonizzazione, è caratterizzato da centralizzazione, regolamentazione dall’alto, armonizzazione di ogni tipo di parametro del sistema politico, economico e sociale, standardizzazione delle condizioni di produzione e consumo, omogeneizzazione dell’esistenza umana. La sua principale caratteristica è l’unificazione orchestrata dall’alto e la nascita del sovrannazionalismo. Io sono a favore del primo modello, non del secondo. So che, ovviamente, noi abbiamo sempre un mix dei due modelli, ma il punto è capire quale dei due è dominante in questo momento. La mia posizione è chiara. Io sono convinto che la centralizzazione del processo decisionale a livello di UE, e l’armonizzazione di tutti i tipi di parametri della società sia andato troppo oltre quanto fosse necessario in base a razionalità e logica economica. Sono consapevole che esistono delle “esternalità” e dei “beni pubblici” di ampiezza continentale. Questi fenomeni esistono, senza alcun dubbio, ed è opportuno che essi siano riflessi nelle istituzioni e nella legislazione europee. Ma dire che “esistono” non equivale a dire che esse dominano. Il secondo stadio dell’integrazione europea è stato basato sul concetto, del tutto erroneo, che esse siano dominanti. Imporre artificialmente questa soluzione istituzionale è sbagliato. Perdiamo tutti, nessuno guadagna.

Suggerisco di tornare al modello intergovernativo dell’integrazione europea. Suggerisco di tornare all’antico modello di eliminazione di ogni tipo di barriera e di apertura di ogni mercato, non solo di quelli economici. Suggerisco di minimizzare l’intervento politico nelle attività umane e, dove esso è inevitabile, di realizzarlo in prossimità ai cittadini (il che significa a livello di municipalità, regioni e stati), non a Bruxelles. Lo stato-nazione è un insostituibile garante della democrazia, in opposizione a tutti i tipi di Reichs, imperi e conglomerazioni di Stati. Noi dovremmo rendere le nostre società libere, democratiche e prospere. Ciò non sarà raggiunto con un deficit democratico, con il sovrannazionalismo, con lo statalismo, con un aumento della legislazione che ci regolamenta, scruta e monitora. Abbiamo bisogno di un sistema politico che non deve essere distrutto da un’interpretazione post-moderna dei diritti umani (con la sua enfasi sui diritti positivi, con il dominio dei diritti di gruppo su diritti e responsabilità individuali, e con la sua denazionalizzazione della cittadinanza), con l’indebolimento di istituzioni democratiche che hanno le proprie insostituibili radici sul territorio degli Stati, con la “multiculturalmente” indotta perdita di coerenza entro gli stati, e con le rendite di posizione di portata continentale delle varie istituzioni non governative.
Abbiamo bisogno di un sistema di idee che deve essere basato su libertà, responsabilità personale, individualismo, cura degli altri basata sul diritto naturale ed una condotta di vita genuinamente morale.”

Se qualcuno ritiene che queste affermazioni siano il prodotto piuttosto naif di un esponente di società basate sul nazionalismo, dovrebbe invece riflettere su quanto simili proposizioni siano ricche del vero europeismo, quello dei Padri fondatori della costruzione europea. Coniugare diritti e responsabilità individuali, senso della comunità e tradizione, liberalizzazione economica e tutela dei più deboli fuori dall’ormai esausto modello di welfare che ci sta condannando al declino è la vera sfida che i cittadini d’Europa hanno di fronte. Perderla equivarrebbe al declino economico, identitario e delle libertà democratiche, a tutto vantaggio della creazione di un superstato dominato da suggestioni e prassi totalitarie, ipercorporativo, infiltrato da fanatismo religioso e pulsioni liberticide, entrate nel continente grazie al cavallo di Troia della negoziazione di diritti collettivi, che rappresentano l’essenza dell’antiliberalismo.