Un nuovo welfare

Il sistema europeo di welfare, basato su salari minimi e redditi di sostituzione (il cui significato chiariremo tra poco), non riuscirà a sopravvivere alla globalizzazione. Servirà forse un altro decennio o giù di lì, ma alla fine il concetto verrà assimilato. Non c’è modo di contrastare l’onda d’urto della globalizzazione. L’unica domanda è se il welfare riuscirà a sopravvivere, in qualche forma riveduta e corretta, profondamente differente dal sistema che conosciamo oggi.

Una economia di mercato è efficiente, ma non necessariamente giusta. Poiché i salari sono determinati dalla legge della scarsità, alcune persone non riescono a guadagnare abbastanza per condurre un’esistenza decente. In Europa occidentale, il welfare aiuta queste persone. Esso garantisce un minimo di sussistenza socio-culturale pagando redditi di sostituzione nella forma di benefici di disoccupazione, aiuto sociale, pensionamento anticipato. Se il mercato non vi fornisce un reddito sufficiente attraverso il vostro lavoro, lo stato vi darà un reddito senza richiedervi di lavorare. Tuttavia questa politica, per quanto umana possa essere, è largamente responsabile della disoccupazione di massa di cui soffre questa parte d’Europa. La ragione è semplice: il “reddito di sostituzione” è salario in cambio di nulla. Esso stabilisce un “salario di riserva” o una domanda di salario minimo contro l’economia privata che i datori di lavoro sono sempre più incapaci e/o indisposti a soddisfare. I datori di lavoro non sono altruisti: essi assumono un lavoratore solo se il contributo del medesimo eccede il suo costo e se questo surplus non è inferiore a quello ottenibile da un altro lavoratore in un altro paese o da un robot. Ed i lavoratori non sono stupidi. Essi accettano un lavoro solo il reddito prodotto da questo lavoro è superiore al “reddito di sostituzione” rappresentato dai sussidi pubblici. Quindi, i lavoratori che non sono sufficientemente produttivi per giustificare un salario superiore al reddito di sostituzione sono destinati a divenire disoccupati.

Mentre questo è un problema piuttosto vecchio in Europa Occidentale, esso è stato drammaticamente esacerbato dalla caduta della Cortina di Ferro che, assieme all’apertura della Cina, ha improvvisamente portato il 28 per cento dell’umanità a riversarsi sul sistema di mercato occidentale. L’integrazione delle Tigri asiatiche negli anni Settanta ed Ottanta è stata abbastanza difficile. L’aggiunta dei paesi ex-comunisti e della Cina rimarrà la più grande sfida della prima metà di questo secolo. Mentre l’integrazione di questi paesi può dare benefici dai flussi commerciali per la maggior parte dei paesi, essa ha finito col creare enormi problemi all’Ovest, causati dalla forte pressione al ribasso dei salari dei lavoratori non specializzati. Capitale finanziario ed investimento diretto fluiranno da Ovest a Est, le economie occidentali saranno costrette a specializzarsi in produzioni ad alta intensità di capitale ed alta specializzazione professionale, che creano meno lavori, e lavoratori non specializzati migreranno verso Ovest. Tutte queste forze aumentano l’eccesso di offerta di lavoratori non specializzati all’Ovest, alcuni dei quali destinati a divenire tali per obsolescenza professionale rispetto alla specializzazione settoriale imposta dalla globalizzazione. Il risultato finale sarà la riduzione del salario di equilibrio.

Il movimento di “aggiustamento” (punti di vista, ovviamente…) durerà decenni. Se i mercati del lavoro fossero flessibili, permettendo ai salari di scendere per eccesso di offerta di lavoro non qualificato, la piena occupazione verrebbe mantenuta. Invece, il welfare tende a rendere vischiosi al ribasso i salari, e a produrre la disoccupazione di massa, come effetto indiretto della globalizzazione. I politici dell’Ovest reagiscono alla pressione ribassista sui salari rendendo gli stessi ancora più rigidi. La Germania, ad esempio, potrebbe imporre un salario minimo legale, come altri paesi hanno fatto in passato. Ma misure di questo tipo peggiorano la situazione: la specializzazione in attività in cui i lavoratori non qualificati non sono necessari si intensifica, sempre più capitale lascia il paese e sempre più persone saranno attratte dall’estero, spingendo sempre più residenti verso il sistema di welfare.

Un nuovo welfare, tale da preservare i valori sociali europei, dovrebbe essere basato su integrazioni salariali piuttosto che su redditi di sostituzione. Tutti dovrebbero lavorare, a qualsiasi salario sia possibile trovare occupazione, ed il governo dovrebbe quindi pagare integrazioni salariali e non redditi di sostituzione, per assicurare standard di vita socialmente accettabili. Invece, in presenza ad esempio di un salario minimo legale, il mercato del lavoro si aggiusterà a tale floor, e ciò provocherà un aggiustamento sulle quantità, cioè disoccupazione. Con un sistema di welfare basato su integrazioni salariali, tutti lavorerebbero, a qualsiasi livello retributivo, e chi non riuscisse a raggiungere una soglia di reddito minimo vitale potrebbe accedere alle integrazioni salariali pubbliche. E’ un sistema costoso? Certamente, ma forse meno di quello attuale. Secondo l’istituto tedesco di ricerca IFO, i costi del sistema di integrazione salariale sarebbero inferiori. E comunque il prodotto interno lordo crescerebbe maggiormente, con tutti i benefici che ciò genera, incluso quello della dignità che solo una responsabile vita lavorativa offre.