Le rane di Tronchetti

Passare una giornata davanti al flusso di agenzie Ansa, quando vi sono notizie che rappresentano autentiche sassaiole nella piccionaia della politica italiana, è un’esperienza divertente ed istruttiva. Divertente, perché fornisce la misura del provincialismo di larga parte dei nostri eletti, vere e proprie rane di Fedro intente a gonfiarsi prima del botto finale. Istruttiva, perché rappresenta in modo quasi plastico il definitivo sgretolamento del sistema-paese italiano, con buona pace dei nostri statisti moralmente superiori e delle loro ambizioni a “governare” il cambiamento.

Dal florilegio odierno sul caso Telecom Italia abbiamo estratto alcuni boccioli:

  • Nicolais – Telecom dovrebbe avere controllo nazionale;
  • Migliore (Prc) – Tronchetti ha messo in ginocchio l’azienda;
  • Cento (Verdi) – Salvaguardare ruolo forte nazionale;
  • Visco – Vicenda complessa, c’è preoccupazione;
  • Bonelli (quello dei Verdi, non quello di Tex Willer) – Governo deve intervenire;
  • Fassino – Questione delicata, ma governo ha strumenti (??, ndPh.);
  • Latorre (Ds) – Positivo preservare carattere nazionale;
  • Ferrero (Prc) – No svendita Italia a pezzi;
  • Sgobio (Pdci) – No svendita, no Italia colonia Usa;
  • Angeletti (Uil) – No a vendita, siamo preoccupati;
  • Gentiloni – Governo non interferirà, ma Italia reagisca (??, ndPh.);
  • Bertinotti – Parlamento si dovrebbe poter esprimere;
  • Diliberto (Pdci) – Governo intervenga per scoraggiare vendita (“addirittura in mani americane“);

Dunque, la famigerata italianità, tanto esecrata dal centrosinistra lo scorso anno nel caso delle banche, torna d’attualità nei casi Telecom ed Alitalia. Due asset sensibili, per dirla con Antonio Di Pietro, soprattutto Telecom, col suo “tesoretto” di intercettazioni à la carte, sempre utili per ogni stagione politica. Possiamo certamente criticare il capitano di ventura Tronchetti Provera, ultimo epigono di quel capitalismo da debito che da sempre rappresenta l’intreccio perverso tra affari, affarismo e politica in un paese che il capitalismo vero non lo ha mai neppure immaginato.

Ma Tronchetti ha puramente applicato la solita teoria delle scatole cinesi. Gli è andata male. Pensava di comprare una utility vecchio stile, una cash cow con cui giocare a fare il principe senza macchia, senza paura e senza rischio sulle patinate riviste modaiole. Così non è stato, l’innovazione tecnologica ed un assetto proprietario fragilissimo lo stanno soffocando.

Che gli restava da fare, dopo che Prodi (per fortuna dei contribuenti italiani) ha bruciato per goffaggine la carta della nazionalizzazione della rete fissa, ultimo episodio di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti? Mettere all’asta Olimpia. L’obiettivo di Tronchetti è quello di massimizzare l’incasso della cessione, dopo aver abbattuto (sui conti di Pirelli) il valore di carico delle azioni Olimpia. Le banche italiane hanno tentato, nelle scorse settimane, di proporre soluzioni di prezzo legate a conguagli futuri, per minimizzare l’esborso immediato. Ma Tronchetti ne vuole tanti, maledetti e subito. Da qui la pausa di riflessione degli istituti di credito, che dovrebbero comunque giustificare davanti ai propri azionisti un’operazione dalla redditività assai dubbia. Da questo stallo è emersa l’ipotesi AT&T-American Movìl, con probabili sinergie industriali.

Nella batracomiomachia del centrosinistra, è passato sotto silenzio un tangibile elemento di persistente inciviltà finanziaria, tutta italiana: una normativa sulle offerte pubbliche di acquisto che permetta anche agli azionisti di minoranza di incassare il premio di maggioranza. Un governo tanto preoccupato di “ammodernare” il diritto societario, anche con l’introduzione di strumenti problematici quali la class action, non è finora riuscito a modificare un paio di articoli del Testo Unico della Finanza, per sanare l’ultima (si spera) vestigia del feudalesimo finanziario di questo paese.

Ma ora alzatevi, inizia l’inno nazionale.