Dalla quantità alla qualità

Secondo Juergen Stark, membro del comitato direttivo della Banca Centrale Europea, alcuni governi europei potrebbero tagliare la propria spesa pubblica di oltre un quarto e riuscire ancora a fornire servizi pubblici di elevata qualità. Secondo il banchiere centrale, che è consapevole che la sua analisi potrebbe essere vista come un’ingerenza nella sovranità della politiche fiscali nazionali, il taglio della spesa pubblica dall’attuale media del 47.6 per cento del pil ad un 30-35 per cento potrebbe spingere la competitività in Europa permettendo ai governi di continuare a fornire servizi pubblici di qualità. Il punto centrale dell’analisi di Stark è il recupero di efficienza nell’erogazione di servizi pubblici, e quindi della pubblica amministrazione. Per Stark, la riduzione della spesa pubblica senza depauperare la qualità dei servizi sarebbe anche funzionale alla riduzione della pressione fiscale e fornirebbe incentivi all’offerta di lavoro e d’impresa, oltre ad attrarre investimenti diretti esteri.

La tendenza storica all’espansione della spesa pubblica in Europa ha finito con l’irrigidire la capacità di adattamento e reazione dei sistemi economici europei alle sfide della globalizzazione. Ma questa tendenza all’espansione, pur se presente in tutta Europa e più in generale nei paesi occidentali, è avvenuta con diversa intensità: nel 2005, la spesa pubblica di Belgio e Francia rappresentava oltre il 50 per cento del rispettivo pil, mentre per Stati Uniti ed Irlanda tale rapporto si collocava intorno al 34 per cento.

Il calcolo di Stark sulla misura di budget “ideale” si basa su quanto spendono nei principali capitoli di bilancio (istruzione, servizi sociali, infrastrutture) i paesi giudicati “good performers” e “low spenders. Ad esempio, il Giappone, secondo i modelli Ocse, è considerato il best performer in istruzione con i minori livelli di spesa pubblica dedicata a tale funzione. Anche Olanda e Regno Unito si collocano in questa categoria, con una spesa di solo il 5 per cento del pil, contro una media del 7-8 per cento dei paesi che spendono di più. Nelle politiche redistributive, Stark segnala che Norvegia e Giappone raggiungono risultati simili a Danimarca, Finlandia e Svezia nel creare una distribuzione del reddito più eguale, malgrado spendano significativamente meno in trasferimenti sociali.

E ancora: i tre paesi scandinavi si piazzano subito dietro la Svizzera nei primi quattro posti della classifica del World Economic Forum sulla competitività globale, malgrado giungano a destinare a spesa pubblica tra il 50 ed il 56 per cento del proprio pil. L’analisi di Stark è volutamente semplificata, e dovrebbe essere letta soprattutto come provocazione intellettuale e stimolo alla riqualificazione dela spesa pubblica, date le forti disomogeneità sociali e culturali esistenti tra i paesi considerati. Non si può negare che, a parità di spesa pubblica, un sistema sociale compatto ed omogeneo i cui cittadini siano orientati al risultato e altresì dotati di forte senso di comunità (leggasi avversione agli sprechi di denaro dei contribuenti), finisce con l’ottenere elevati rendimenti dall’intervento pubblico. Diverso il caso di paesi in cui vi è una forte impronta corporativa alle relazioni sociali, come Italia e Francia, dove la spesa pubblica è vista soprattutto come strumento di cooptazione di gruppi d’interesse.

Come si può intuire, vi è una variabile culturale difficilmente modellizzabile, ma queste difficoltà non dovrebbero far dimenticare che, quando uno schema di intervento pubblico diviene inefficace ed inefficiente, come nel caso italiano e francese, occorre pensare alla sua sostituzione, pena la sanzione del declino economico, esacerbato dalla globalizzazione. La spesa pubblica non è un valore per sé, ma solo se riesce a raggiungere l’obiettivo di tutelare gli interessi generali, che non sono la sommatoria di interessi particolari, contrariamente all’approccio classico degli intellettuali progressisti di casa nostra ed altrui, per i quali la funzione “risarcitoria” del bilancio pubblico è direttamente proporzionale all’incidenza della spesa sul pil, e non al raggiungimento degli obiettivi che tale spesa istituzionalmente si pone.

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