Faremo sintesi

Nasce ufficialmente La Destra, il partito dello statalismo nero (o almeno grigiastro), originato dalla fuoriuscita di Francesco Storace da An. Nasce un altro partito destinato ad aumentare l’eterogeneità e la degenerazione spartitocratica di due coalizioni che tali non sono più da tempo. Nasce per effetto di un “disegno dei meccanismi” di una legge elettorale che doveva, diabolicamente, fare esplodere tutte le contraddizioni di una coalizione unita solo dal comune odio antiberlusconiano, e che per contrappasso ha finito con l’infettare anche il centrodestra di quello stesso frazionismo, figlio illegittimo di ideologie polarizzanti ma figlio naturale di una casta che punta solo ad autoriprodursi.

E così, mentre si attende che la Torre di Pisa del governo Prodi cada, evento che a nostro avviso potrà essere determinato solo dall’economia, anche nel campo del centrodestra è iniziata la moltiplicazione di pani, pesci e sigle partitiche. E che accadrebbe se si tornasse a votare con il porcellum? Che si ripeterebbero gli estenuanti negoziati tra soggetti della stessa coalizione, senza alcuna variazione sul tema, a meno di una vittoria talmente schiacciante del primo partito della coalizione, tale da annientare il pernicioso virus del mastellismo, da sempre tabe bipartisan del sistema politico italiano. Evento, questo del 51 per cento a Forza Italia, eufemisticamente improbabile. Pensate che tasso di liberalismo e liberismo riuscirebbe ad esprimere una coalizione infarcita di fratellini di Follini e di specialisti di spesa sanitaria pubblica. Sostituiremmo ad Epifani la Polverini, e tutto finirebbe lì. Ma Berlusconi, che è geneticamente ottimista, è convinto di riuscire a trovare la sintesi. Per ora, si limita a far vibrare il suo cuore per un partito che di liberale non pare aver moltissimo. I bookmakers, invece, quoterebbero molto bassa la puntata sulla riproposizione dello stesso teatrino, stanti le premesse di reiterazione della solita liturgia dell’opposizione italiana, con qualsiasi opposizione.

E a sinistra? Dopo alcuni dei suoi abituali giri di ruota, il pallino della roulette veltroniana si è fermato sul proporzionale. Veltroni ora propone (sempre che sia la final release e non una delle innumerevoli beta che egli sviluppa con cadenza quotidiana), un sistema apparentemente proporzionale, ma comunque con robusti correttivi maggioritari. Ad esempio, collegi uninominali in cui assegnare il 50 per cento dei seggi. Ma perché non il 100 per cento? Mistero. Né manca una spruzzata di Spagna, con la riduzione della dimensione delle circoscrizioni, che assieme allo sbarramento dovrebbe favorire i partiti a forte radicamento territoriale. Gli emuli di Jordi Puyol, siano essi di Gemonio o di Ceppaloni, sarebbero quindi accontentati. Più interessante il fatto che Veltroni ed i suoi advisor puntino per l’allocazione dei seggi di circoscrizione, come ulteriore rinforzo alla correzione maggioritaria, sul metodo d’Hondt anziché sul quoziente. Questo metodo favorisce i partiti maggiori e le coalizioni, anziché i partiti singoli, piccoli e dispersi, correggendo la frammentazione.

Non entriamo nei dettagli, anche se segnaliamo ai lettori che è proprio in essi che il diavolo si cela. Resta da prendere atto che Veltroni pare voler criticare per l’ennesima volta la coalizione che ha originato il governo Prodi, che egli tatticamente sostiene. Come leggere altrimenti questa frase?

Per Veltroni è necessario “passare dalle alleanze fatte prima del voto e con il programma fatto dopo, al contrario. Si fa un programma – conclude il segretario – e su quello si verifica chi è d’accordo e chi lo è si presenta insieme alle elezioni cosicchè i cittadini votano quello sapendo qual è il programma e qual è l’alleanza”.

E le famose 280 pagine di programma per il bene dell’Italia? A noi risultavano anteriori e non successive alle elezioni dell’aprile 2006, ma forse la memoria c’inganna.

Veltroni si dice poi contrario al premio di coalizione, perché in questo modo nulla garantirebbe contro la dissoluzione post-elezioni della coalizione. Anche qui, un minimo di attenzione al disegno dei meccanismi porterebbe il sindaco di Roma a realizzare che, per impedire il fenomeno del transfughismo parlamentare basterebbe adottare un altro modello spagnolo, dove i regolamenti delle Cortes e delle assemblee regionali penalizzano coloro che cambiano gruppo, ad esempio obbligandoli ad iscriversi nel gruppo misto e privandoli di risorse economiche e strutturali. Oppure il modello statunitense, che prevede il recall che permette agli elettori di poter revocare il mandato dei propri eletti. Un sistema simile ad esempio si sarebbe potuto introdurre in Italia, se si fossero mantenuti i collegi uninominali. Insomma, basta poco per salvare la capra della lotta al trasformismo con i cavoli dell’articolo 67 della Costituzione, non occorrono riforme epocali. Con questo “disegno intelligente” si ridurrebbero inoltre anche i costi della politica connessi alla proliferazione tutta italiana dei gruppi parlamentari, con annessi oneri a carico dei contribuenti.

E’ probabile che anche il tentativo veltroniano di sintesi, genuino o strumentale, sia destinato ad essere frustrato da veti incrociati di varia natura. E allora? Allora restiamo, per manifesta mancanza di alternative praticabili, fermi sulle nostre posizioni: solo il referendum di Guzzetta, ove definito ammissibile, potrebbe rompere l’impasse italiana. Non ci illudiamo, tuttavia: da un lato, se il referendum dovesse essere calendarizzato, Mastella uscirebbe dalla coalizione prodiana come gesto estremo di autodifesa dell’orticello del proprio partitino etnico, per provocare elezioni anticipate con la vecchia legge. E soprattutto non si dimentichi che, per dare il tempo a Veltroni di svezzare l’infante, qualcuno (chissà, magari proprio dentro le mura di Palazzo della Consulta) potrebbe ritenere preferibile che la legislatura prosegua ancora per un po’. Wait and see, come direbbe il Cavaliere.

Il 20 gennaio è il termine entro il quale la Corte Costituzionale può fissare il giorno della deliberazione in camera di consiglio sulla ammissibilità costituzionale dei quesiti referendari. E chissà che i giudici costituzionali non decidano di decidere, per il bene del paese. Diversamente, più che sintesi faremo lisi. Nell’accezione 2b del De Mauro – Paravia.