Qui non si parla di economia

Sul sito della Fed di St.Louis è possibile comparare l’andamento attuale di quattro metriche fondamentali dell’economia statunitense (produzione industriale, occupazione, reddito reale, vendite al dettaglio reali) con quello storico, rispetto ai punti di svolta del ciclo economico. I dati sono inequivocabili: siamo ormai prossimi alle peggiori performance storiche (in alcuni casi, siamo oltre), e soprattutto colpisce la velocità di caduta del livello di attività. Questa caratteristica dell’attuale recessione/depressione rende l’attività previsiva ancora più futile del solito, se possibile, anche se il senso comune suggerisce che in queste settimane la regola sia la revisione al ribasso. E quello che vale per gli Stati Uniti sembra valere (forse in modo accentuato) anche per l’Unione Europea e l’Asia, che peraltro hanno economie basate in misura determinante sull’export anziché sui consumi. Ora, è vero che un ministro non dovrebbe stracciarsi le vesti sulla congiuntura, ma gli si richiederebbe almeno del sano realismo. Quello che sembra difettare all’esecutivo italiano. E’ di ieri la reprimenda del ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, contro i “corvi” dell’Ufficio Studi di Confindustria, che ardiscono rivedere al ribasso le stime di (de)crescita italiana rispetto a quelle di Ocse e Fmi. Ma che vogliono questi ingrati, altri soldi? Oppure lavorano per il Re di Prussia, ora trasformatosi nell'”esercito di Franceschiello-Franceschini“?

L’ipotesi-risposta più verosimile è che Paolazzi e colleghi lavorino su dati ad alta frequenza e/o su surveys più aggiornate di quelle delle grandi istituzioni internazionali, e in tal modo colgano meglio la velocità di deterioramento. E’ piuttosto intuitivo che sia così, almeno per un centro studi di una grande associazione imprenditoriale occidentale. Poi, potrà anche esserci un bias, ma in passato si è errato per eccesso di ottimismo. Scajola sembra ripercorrere, a tempo abbondantemente scaduto, il sentiero del premier, che sosteneva che la soluzione della crisi era “dentro di noi”, cosa vera solo in minima parte, nell’attuale congiuntura. Salvo poi dirsi “preoccupato”.

Non è naturalmente tutta colpa dell’esecutivo, che si trova a gestire un paese in profonda e forse irreversibile crisi fiscale, ed anche per questo motivo appare meritoriamente anti-protezionista. Purtroppo, il timing di questo governo ha sinistramente coinciso con la peggiore crisi globale degli ultimi ottant’anni, ma le risposte finora adottate sono state incrementali e al margine, qualora non più propriamente marginali. Quanto alla povera Emma Marcegaglia, non può certo essere accusata di disfattismo economico e di posizione antigovernativa, lei che da mesi cerca in ogni modo di compiacere l’esecutivo, anche a costo di smarrire il senso del ridicolo e gettare alle ortiche la sua laurea bocconiana, e che è riuscita finora a strappare solo qualche risultato di facciata, come il protocollo d’intesa del 22 gennaio sulla riforma della contrattazione collettiva, sulla cui efficacia si nutrono seri dubbi. Ora poi la presidente si trova a fronteggiare anche la rivolta delle piccole imprese, che hanno forti e crescenti tensioni di liquidità, ed è stata costretta a lanciare non un sasso ma un colpo di mortaio in piccionaia, con la proposta sul mantenimento in azienda del Tfr per un anno.

Purtroppo questa dialettica è il prodotto di una classe dirigente (politica ed imprenditoriale) che non riesce a cogliere appieno la gravità della crisi, e quando lo fa non è comunque in grado di ragionare nel senso della discontinuità e di perseguire un riformismo forte, e finisce col muoversi per parrocchiale riflesso emergenziale e schierando i propri megafoni di stampa. Valga per tutti l’argomentare di Scajola: le principali istituzioni economiche sovranazionali accreditano l’Italia di non avere avuto l’implosione del sistema finanziario né il collasso del sistema immobiliare. Ma il ministro dovrebbe sforzarsi di comprendere che le fonti di crisi sono molteplici e differenziate: quando si ha un paese che non cresce da tre lustri, periodo al quale ha presieduto questa classe politica, senza eccezioni, il minimo che un osservatore esterno e neutrale possa argomentare è la corresponsabilità dell’intera classe politica e ampia parte di quella imprenditoriale. Poi, basta guardare i dati di produzione industriale (e lo stesso Pil del quarto trimestre 2008) per realizzare quanto malata è l’Italia. Lanciare accuse di disfattismo economico serve a ben poco, se non a coprire di ridicolo il lanciatore. Anche con la copertura onirica di media compiacenti, come l’ormai fidelizzato (nel senso dello stile di Fede) Tg5, che ieri sera ci ha rallegrati con l’apertura della procedura per deficit eccessivo a carico, tra gli altri, di Germania e Francia, “ma non dell’Italia”. Per quella occorre solo attendere, (e neppure troppo a lungo), e anche in quel caso si tratterà di un complotto dei “corvi”.

Qui non si parla di economia, qui si lavora. Almeno, chi può ancora permetterselo.

Update: toh, che coincidenza: il Fondo Monetario Internazionale dovrà molto probabilmente rivedere al ribasso le stime di crescita per il 2009 rispetto alle previsioni del mese scorso perché le condizioni economiche stanno “andando di male in peggio“. Lo ha detto oggi a Parigi il direttore generale del Fmi Dominique Strauss-Kahn. “Tutte le informazioni che stiamo ricevendo da quando abbiamo fatto le nostre previsioni indicano un peggioramento della situazione”, ha detto Strauss-Kahn. Ma non ditelo a Scajola, disfattisti.