Venerdì scorso, Confindustria ha presentato alle proprie assise generali, un documento di politica economica che, nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbe rappresentare una interlocuzione con la politica, oltre che la letterina a Babbo Natale, il che è lo stesso. Il documento confindustriale è la sintesi di un percorso di “ascolto ed elaborazione maturato nel periodo novembre 2017-febbraio 2018”. Il contenuto non appare particolarmente originale.

Ieri l’altro è stata pubblicata una nota di ricerca del Centro Studi Confindustria (CSC), firmata da Alessandro Fontana e dal direttore Luca Paolazzi. In essa si ribadisce che “la flessibilità nelle regole europee su bilanci pubblici è cruciale per il successo delle riforme strutturali. Varata un anno fa, richiede una revisione nella dimensione e nei tempi di rientro. La valutazione dei conti si basa, poi, su stime opinabili dei saldi strutturali”. Argomenti non inediti a sostegno della tesi “vogliamo fare più deficit”, e qualche amnesia selettiva sul come e perché siamo arrivati sin qui, oltre che sulle motivazioni originarie della flessibilità.

Presentate oggi dal Centro Studi Confindustria le nuove previsioni macroeconomiche contenute in Scenari economici. E’ un documento molto interessante, anche per non specialisti, perché ricco di grafici di immediata comprensione. Alcuni di essi servono a mettere la parola fine sulla validità previsiva di alcune survey, ma quello lo sapevamo da tempo. C’è solo da sperare che il messaggio arrivi anche ai cocoriti della politica. Quanto al resto dell’analisi, l’unico termine che ci viene in mente è “drammatico”.

Con il nuovo scenario determinato dallo shock petrolifero, dall’imminente rialzo dei tassi di interesse della Bce e dal rafforzamento dell’euro “il profilo della ripresa viene modificato e, a parità di condizioni, il Pil italiano potrebbe risentirne per un totale di quasi un punto percentuale nel biennio 2011-2012, con l’impatto maggiore l’anno prossimo”. E’ quanto si legge nella congiuntura flash del Centro Studi di Confindustria.

di Mario Seminerio – Liberal Quotidiano

Il rapporto autunnale sullo stato della congiuntura, redatto dal Centro Studi Confindustria (CSC), conferma quanto già previsto nelle ultime settimane dai modelli macroeconomici di un po’ tutte le organizzazioni internazionali: la congiuntura dei paesi sviluppati sembra nuovamente perdere slancio. Si discute circa il fatto che si tratti di una semplice decelerazione, del tutto fisiologica dopo la prima parte di una ripresa, oppure di una ricaduta in condizioni recessive, che si sostanziano (giova ricordarlo) non tanto in una contrazione del Pil quanto in un suo tasso di crescita inferiore al potenziale, che mette pressione al rialzo al tasso di disoccupazione. Come in effetti prevede il centro studi di Viale Dell’Astronomia, che ipotizza una risalita a fine 2011 al livello del 9,3 per cento.

I mercati stanno esprimendo crescenti timori per un double-dip, cioè una ricaduta in recessione o un marcato rallentamento, causato dal deterioramento della situazione europea e dal progressivo sfumare dell’impulso di stimolo americano, nel secondo semestre. Il mercato immobiliare d’oltreoceano ha mostrato, sui dati di maggio, quanto fallace ed inefficiente sia stato il credito d’imposta adottato dall’amministrazione Obama, con un crollo quasi verticale delle compravendite del nuovo, che già dal prossimo mese si trasmetterà alle case esistenti. Inutile attendersi spinte espansive dall’immobiliare residenziale, che tradizionalmente è stato il motore della ripresa, con il consumatore. La situazione europea è molto grave, ma tutti fingiamo il contrario.

Oggi a Parma:

«L’Italia è il paese meno libero d’Europa, dal punto di vista economico. Secondo l’Indice della libertà di intrapresa, sviluppato dall’Istituto Bruno Leoni, le nostre imprese sono libere al 35 per cento, ben sotto la media europea (57 per cento) e a distanza siderale dal paese più libero, l’Irlanda (74 per cento). (…) In relazione all’Italia, l’aspetto più clamoroso riguarda il fatto che il nostro 35 per cento – sebbene rispecchi una realtà relativamente variegata – non è il frutto della media tra valori molto alti e molto bassi, ma dipende dal fatto che, per ciascuna delle nostre cinque aree, l’Italia si colloca nelle ultime posizioni in graduatoria (con la significativa eccezione della libertà del lavoro). In particolare, il 35 per cento di libertà d’intrapresa rispecchia la media tra il 31 per cento di libertà dal fisco, il 42 per cento di libertà dallo Stato, il 48 per cento di libertà del lavoro, il 37 per cento di libertà d’impresa, e addirittura il 18 per cento di libertà dalla regolazione»