Riforme vo’ cercando

Il discorso di Emma Marcegaglia all’assemblea annuale di Confindustria è un grido d’allarme e di dolore per l’immobilismo che contraddistingue l’azione del governo in questa difficilissima fase congiunturale. Dapprima, la presa di coscienza che il paese non cresce, e quando lo fa ha un passo di trend che equivale alla stagnazione:

“Senza le riforme, al passo corto che l’economia italiana ha mostrato negli ultimi dieci anni, il ritorno sui livelli produttivi pre-crisi non avverrebbe prima del 2013. Un arco di tempo troppo lungo per non avere conseguenze negative sulla vita dei lavoratori e delle imprese e sulla stessa coesione sociale”

Poi l’appello al premier, che gode (apparentemente) di un livello di consenso e di una maggioranza che dovrebbero permettergli di fare praticamente ciò che vuole, senza invocare la liquidazione del parlamento:

“Il consenso che lei ha saputo conquistarsi è un patrimonio politico straordinario. Lo metta a frutto. Usi quel patrimonio per le riforme che sono necessarie. Lo faccia adesso. La crisi non può essere l’alibi per non fare le riforme di cui abbiamo bisogno”

E la desolata constatazione che il turbinio di miliardi pubblici per lo sviluppo e il sostegno dell’economia (che ricorda molto lo spostamento dei nostri bombardieri da una base all’altra durante il fascismo, per mostrare la potenza della nostra aviazione), è solo un’illusione ottica:

“Nonostante gli annunci, dagli stessi documenti ufficiali del governo (Ruef), non risulta alcun aumento degli investimenti pubblici nel 2009”

La posizione di Marcegaglia, dal momento della sua elezione, è molto difficile: deve negoziare col governo tentando di calibrare la faccia feroce con le blandizie, il tutto in un contesto di crisi economica planetaria e di conclamata crisi fiscale domestica. Da qui le continue dichiarazioni, talora bizzarre e talaltra assertive, nei confronti dell’esecutivo. Ma tutti sono capaci di parlare e pochi di agire, come dimostra anche la triste parabola di Maurizio Sacconi, passato nel breve volgere di una legislatura da un forte e coraggioso riformismo del mercato del lavoro (quando era all’opposizione, of course) ad un donabbondiesco troncare e sopire ora che è al governo, che lo ha costretto a rifugiarsi nei paradisi artificiali dei Libri Bianchi.

Proprio per affrontare il problema dei proclami senza costrutto, che tanto irritano molti elettori di centrodestra di fronte alle critiche verso l’operosa “cultura del fare” del loro governo dei sogni, ci permettiamo di avanzare una richiesta alla Marcegaglia: cara presidente, esca dalla politica declamatoria e proponga un bel programma con gli attributi. Delle pensioni “troppo care”, ha detto. Della necessità di “eliminare gli enti inutili” (che immaginiamo essere le province), pure. Ma non si fermi qui, vada oltre: prepari un piano dettagliato per rilanciare l’economia, con dati e azioni. In fondo, se il governo è guidato da un imprenditore, che anni addietro disse al predecessore della Marcegaglia “sono io che ho copiato il vostro programma o siete voi che avete copiato il mio?“, dovrebbe essere facile per Confindustria scendere dal ramo dove sono appollaiati i corvi e incalzare il governo su piani operativi, no? Anche per evitare di trovarsi a constatare che non ci sono più le mezze stagioni.

Coraggio, presidente: faccia produrre un articolato onnicomprensivo per riformare il paese, e lo presenti urbi et orbi nel corso di una giornata di studi. Non tema la contaminazione dei ruoli e il rischio di conflitto d’interesse: di quello non frega nulla a nessuno, in questo paese. Lo faccia per dare un contributo a rifondare il paese,  in sostituzione del parlamento, che ormai – come sostiene qualcuno- non serve più a nulla.

Basta chiacchiere, facciamo i fatti.