Comunardo Franceschini

Il Partito democratico ha deciso, serenamente e pacatamente, di suicidarsi e persegue questo obiettivo con metodica determinazione. Giusto incalzare il governo sulla mancanza di riforme di struttura, ma almeno farlo presentando delle proposte alternative che non siano solo demagogia e moralismo, come è invece quella dell’aumento dell’imposizione fiscale sui redditi superiori a 120.000 euro, “a partire da quelli dei parlamentari” (sic). Qualcuno ha fatto uno straccio di stima su quanto renderebbe l’operazione, al netto di comportamenti elusivi di sottrazione dell’imponibile? A occhio, parrebbe una cifra risibile. E’ comprensibile che il Pd se la stia giocando, o meglio che stia letteralmente giocando la partita della vita (e della morte), ma usare queste tecniche, che in larga parte tentano di pescare a sinistra, è garanzia di fallimento. Perché il partito affoga nelle sue stesse contraddizioni.

Si prenda il tema del referendum elettorale: lo scorso 21 aprile, durante una riunione a porte chiuse della direzione, Franceschini ha dato il via libera al “si” , pur affermando che i quesiti referendari non risolvono la pecca principale del “porcellum“, vale a dire la lista bloccata e l’impossibilità per gli elettori di scegliere i propri eletti. Poi il segretario dei democratici ha pure rilevato che un sì sarebbe comunque un’indicazione forte contro l’attuale legge elettorale, concludendo che per il partito sarebbe stato quindi impossibile proporre ai cittadini il ‘no’ o l’astensione, che equivarrebbe ad un voto contrario. Al contempo, dimostrando che la cultura del ma anche non è peculiare a Walter Veltroni ma è la conditio sine qua non per tenere in piedi un partito legato con spago e vinavil, ha immediatamente aggiunto che, in caso di vittoria,  il Pd dovrebbe impegnarsi successivamente per una riforma della legge elettorale che scaturirebbe dai quesiti referendari, da approvare in Parlamento. Posizione tattica spicciola, messa lì per disinnescare la mina D’Alema, notoriamente incline a mandare a gambe all’aria quanti non la pensano come lui. E infatti D’Alema-Ibrahimovic ha colto al volo l’assist forzato di Franceschini-Balotelli (entrambi gioiosamente dimentichi che in caso di vittoria del sì la legge sarebbe già bella pronta), ed ha cercato di riproporre la menata del sistema tedesco, che servirebbe a Baffino per portarsi al traino il centro cattolino (repetita iuvant: che palle ‘sto centro cattolico!).

Nei giorni successivi alla deliberazione della direzione del partito, Franceschini è stato invitato a cambiare posizione da un nutrito gruppo di personaggi. Da Francesco Rutelli al movimento Libertà&Giustizia di Sandra Bonsanti, da Casini a Maroni. Tutti con la motivazione che la vittoria del sì al referendum avrebbe definitivamente consegnato il paese a Berlusconi. Il buon Dario ha scrollato le spalle, concedendo al più che la legge che uscirebbe dal referendum sarebbe “un sistema diabolico e sbagliato” (nientemeno!), ma sempre meglio del “porcellum“, ed assumendosi la responsabilità di un eventuale risultato negativo. Franceschini rincara la dose il 18 maggio, davanti a Libertà&Giustizia, e getta il cuore oltre l’ostacolo:

“Non è vero, tra l’altro, che la vittoria del sì consentirebbe a Berlusconi di stravincere, di sciogliere le Camere, di presentarsi da solo e cambiare la Costituzione. Questo tra l’altro sarebbe possibile già con la legge attuale”

Non è proprio così, perché ogni riforma ex articolo 138 della Costituzione che non fosse approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi delle Camere (che Berlusconi non pare abbia, almeno finora), dovrebbe comunque passare attraverso il referendum popolare confermativo. Ma fa niente, tutto conta pur di gridare al golpe.

Si avvicinano le elezioni europee, Franceschini si guarda allo specchio e vede un panda. E che ti combina, allora? Si inventa la tesi del voto al Pd per impedire che Berlusconi stravinca. Non un programma particolarmente strutturato, ne converrete. Una specie di variante al tema del “voto utile”, questa volta per la sopravvivenza della democrazia ma anche per ridimensionare Di Pietro, ché non guasta mai. Il tutto corredato da uno slogan ed un banner, visibili sui siti internet in queste settimane:

“Cambiare la costituzione col telecomando. Con Berlusconi al 51 per cento si può”.

In breve, per Franceschini se Berlusconi arriva al 51 per cento alle Europee si sentirà invincibile e potrebbe pure accarezzare l’idea di sciogliere le Camere, anche per liberarsi di starlettes e fotografi, e se ripetesse anche in quella sede l’exploit nessuno si frapporrebbe più tra la dittatura ed il paese. Ma scusi, Franceschini, se passa il referendum che lei sostiene, la lista che ottenesse la maggioranza relativa dei consensi avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi. E ci sono forti rischi che, oggi come oggi, il vincitore sarebbe proprio Berlusconi. E quindi? Nei giorni pari evviva il 51 per cento e in quelli dispari no alla dittatura del 51 per cento? Ci chiarisca il suo pensiero, please. Non prima di averlo chiarito a sé stesso, auspicabilmente.

A meno che lei non voglia dare ragione al beffardo Ignazio La Russa, che ieri ha scolpito:

“Franceschini è capace di lanciare tutti i boomerang in avanti e riprenderli tutti sulla fronte. Pare che lo vogliano in Australia come campione dello sport nazionale del lancio del boomerang. Pare però ci sia un interessamento anche del Cagliari per il prossimo campionato. Sono nostalgici dello stopper Comunardo Niccolai. Vogliono schierare Franceschini come stopper. Niccolai faceva un autogol a partita, esattamente come fa Franceschini”

E di questo passo La Russa finirà con l’aver ragione da vendere. Un paese senza opposizione è un paese assai poco normale, ma se il maggior partito dell’opposizione fa la fine della maionese non c’è molto da fare.

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